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Michael Amaladoss Il documento Dialogo e annuncio non ha inciso in misura significativa, né positivamente né negativamente, sulla pratica del dialogo in India. Il documento rappresenta un punto di vista che non corrisponde all'esperienza indiana. Si rischia, infatti, di presentare il dialogo come preparazione all'annuncio e questo crea confusione e diffidenza negli interlocutori. Questa diffidenza è stata rafforzata da documenti più recenti come Ecclesia in Asia e Dominus Jesus. A livello popolare si nota un incremento del dialogo interpersonale, soprattutto da parte di cristiani. Questi adottano facilmente metodi indiani di preghiera. C'è una ricerca di spiritualità indiana. A questo livello, la gente attraversa con disinvoltura i confini religiosi e stringe rapporti fraterni con i membri di varie religioni. Il fatto nuovo degli ultimi anni è però il fenomeno del conflitto interreligioso. Esso c'è da più di settant'anni fra indù e musulmani, ma rischia ora di estendersi anche ai cristiani. Per fare del dialogo una via di risoluzione dei conflitti si configura in India il bisogno di creare Comunità Umane Comuni, che siano multiculturali e multireligiose. Il dialogo interreligioso è necessario, ma non deve essere isolato da un "dialogo di vita" che attraversa tutte le sfere dell'esistenza.
La pratica del dialogo interreligioso in India risale all'epoca che precede il Concilio Vaticano II. Quindi il documento Dialogo e Annuncio non ha inciso in misura significativa, né positivamente né negativamente, sulla pratica del dialogo nel paese. Comunque, il documento rappresenta un punto di vista che non corrisponde all'esperienza indiana. Quando pensiamo al dialogo e all' annuncio come a concetti astratti, diamo loro una definizione che li distingue chiaramente l'uno dall'altro. Il dialogo si riferisce a un contatto e a una conversazione amichevoli con i seguaci delle altre religioni, mentre l'annuncio implica l'affermazione che Gesù Cristo è l'unico Salvatore e che la Chiesa è l'unico mezzo adeguato di salvezza, con il conseguente invito a entrare a far parte della Chiesa. Annuncio e Dialogo Gli indiani tendono ad affrontare la discussione da un punto di vista esperienziale. Quando un cristiano incontra il seguace di un'altra religione, il dialogo che ne deriva non è semplicemente una conversazione cordiale. Il dialogo è.autentico solo quando ognuno dei partecipanti testimonia la sua fede. Altrimenti non è un dialogo interreligioso, ma una semplice conversazione. Quando qualcuno testimonia la propria fede, in effetti la annuncia, per quanto possa essere delicata la modalità dell'annuncio. D'altro canto, anche nel testimoniare la propria fede non si parla a un muro, ma a un altro essere umano. Occorre quindi tenere conto dell'esperienza religiosa del proprio interlocutore e parlare con un linguaggio che gli risulti comprensibile. Questo è veramente dialogo. È una modalità dialogica di annuncio. In questa interazione esperienziale fra due credenti, il dialogo e l'annuncio sono visti come due aspetti di un unico processo. Sono due dimensioni dell'evangelizzazione che si chiamano in causa reciprocamente. Non è possibile affrontarne una senza affrontare anche l'altra in un modo o nell'altro. È possibile distinguerle solo a livello concettuale, ma è impossibile separarle nella pratica. Pensare a queste due dimensioni separatamente e discutere del rapporto fra loro è in effetti un esercizio astratto, che renderebbe confusa la questione invece di chiarirla. Un simile esercizio ha sempre portato a subordinare il dialogo all'annuncio. Allora il dialogo è considerato una preparazione all'annuncio. Si dialoga perché non si può annunciare. Sospetto e Ambiguitá Quando i membri di altre religioni si rendono conto di questa confusione e ambiguità fra il dialogo e l'annuncio, non si fidano più di noi come interlocutori nel dialogo. Ci accusano di volere il dialogo per motivi nascosti e inconfessati. Sospettano che strumentalizziamo il dialogo, senza impegnarci in esso per il fatto che ha un valore intrinseco, che è qualcosa che vale la pena promuovere in sé, senza nessun "ordine del giorno" nascosto. Fianco a fianco con tali dichiarazioni ufficiali, le affermazioni con cui ci protestiamo innocenti non vengono prese sul serio. Solo le poche persone che hanno un rapporto dialogico con noi da molto tempo, e ci conoscono bene, accetteranno le nostre dichiarazioni di innocenza. In questo senso possiamo dire che il documento Dialogo e Annuncio è stato dannoso per il processo di dialogo in corso in India. Questi sospetti sono stati solo ulteriormente rafforzati da documenti più recenti come Ecclesia in Asia (il documento presentato come frutto del Sinodo speciale dei vescovi asiatici) e Dominus Jesus. Qualunque sia la loro importanza per altre Chiese locali, non sono la voce dell' Asia. Tuttavia gli asiatici, per ovvi motivi, non possono prendere apertamente le distanze da essi. Il risultato è che l'ambiguità e la confusione sono solo aumentate e il dialogo è divenuto ancora più problematico. Credo che il problema possa essere ricondotto all'apprezzamento del valore delle altre religioni. Gli indiani tendono a ritenere che le altre religioni agevolino l'incontro salvifico fra il divino e l'umano. Giovanni Paolo II in Redemptoris missio, n. 28, accetta la presenza e l'azione dello Spirito nelle altre religioni. Se lo Spirito è presente in esse, supponiamo che le persone gli rispondano nella fede, e che quindi ci sia un incontro salvifico fra Dio e le creature umane in queste religioni. Però i documenti ufficiali continuano a considerarle solo come una preparazione che deve essere portata a compimento nella Chiesa. Qualunque approccio al dialogo che parta da un simile presupposto è destinato a essere osteggiato dai membri delle altre religioni. Coloro che partecipano al dialogo si aspettano una certa uguaglianza e reciprocità. Se queste non sono possibili a priori, allora è meglio non parlare di "dialogo", ma usare qualche altro termine. Il problema è che, a quanto pare, gli asiatici si sentono più liberi in questo campo. Però la loro esperienza vissuta non riscuote la fiducia di chi non ha vissuto alcuna vera esperienza di incontro con i seguaci di altre religioni, né di dialogo con loro. Continuitá del dialogo In India, l'attività del dialogo interreligioso è sempre stata ristretta a un gruppo elitario di persone. Altri vivono a lavorano insieme in un' atmosfera laica in cui l'identità religiosa non è importante. Ciò significa che il dialogo è rimasto una conversazione fra persone già aperte e ben disposte le une verso le altre. Gruppi di questo genere continuano ancora in molti luoghi. Essi hanno una lunga esperienza di un dialogo di questo genere, un' esperienza che può sopportare incomprensioni sporadiche. È comune anche una certa libertà di partecipazione, a livello di religiosità popolare, nei luoghi di pellegrinaggio e durante le festività. Le persone cercano luoghi di profonda spiritualità in cui poter trovare risposte ai loro bisogni, particolarmente di salute fisica e mentale. A questo livello, esse attraversano con disinvoltura i confini religiosi e stringono agevolmente rapporti fraterni con i membri di varie religioni. È possibile vedere un certo incremento dei fenomeni di dialogo intrapersonale, soprattutto fra cristiani. Sono in aumento alcuni centri di preghiera detti ashram. La gente adotta facilmente metodi indiani di preghiera, e c'è una ricerca di spiritualità indiana. Credo che questa ricerca sia favorita in parte dal desiderio di essere più indiani. Un' altra ragione può essere anche che i metodi che le persone hanno ereditato dalla tradizione cristiana non soddisfano veramente i loro bisogni spirituali in maniera efficace. Molti cristiani frequentano centri che iniziano le persone ai metodi buddhisti di meditazione. Il dialogo e il conflitto interreligioso Un fatto nuovo degli ultimi anni è il fenomeno del conflitto interreligioso. Gli scontri fra indù e musulmani sono un fenomeno ordinario da più di settant' anni. Vi sono gruppi fondamentalisti in entrambi gli schieramenti. Un gruppo è fondamentalista quando si tiene aggrappato a quelli che ritiene gli elementi essenziali della sua religione, che gli appare sottoposta all'attacco della secolarizzazione o di altri gruppi religiosi. Il fondamentalismo della maggioranza provoca il fondamentalismo della minoranza e viceversa. Il comunitarismo è l'uso politico della religione. Si ritiene che le persone appartenenti alla stessa religione abbiano gli stessi interessi economici e politici. Allora l'identità religiosa viene usata come uno strumento agevole e potente per unire un gruppo quando sorgono rivalità fra gruppi per accaparrarsi risorse insufficienti. Quando il conflitto interreligioso prosegue per un certo numero di anni, dà luogo a una storia di ferite, perdite e ricordi dolorosi che reclamano insistentemente vendetta al momento opportuno. Allora il conflitto interreligioso diviene un avvenimento ciclico. Mentre il conflitto fra indù a musulmani è stato quasi tradizionale, soprattutto dopo la divisione del paese in India e Pakistan in nome della religione, la persecuzione dei cristiani è alquanto recente. Finora i cristiani non hanno fatto ricorso alla violenza, anche se alcuni gruppi del nord-est del paese che rivendicano l' indipendenza e ricorrono alla violenza sono identificati come cristiani. Alcuni indù accusano i cristiani di convertire i gruppi tribali poveri e ignoranti promettendo loro progressi economici e sociali. In una simile situazione di conflitto e sfiducia, il dialogo fra le religioni diviene problematico. Possiamo notare, comunque, che le proteste contro la persecuzione religiosa in nome dei diritti umani riuniscono tutte le persone di buona volontà, sia che appartengano a una religione, sia che seguano un'ideologia laica. Credo che questa collaborazione in difesa dei diritti umani sia una forma di dialogo interreligioso autentico. Vale la pena notare the i cristiani, che erano soliti ignorare gli attacchi sferrati contro i seguaci di altre religioni fino a poco tempo fa, sono divenuti sensibili nei loro confronti e si uniscono alle loro proteste. Simili proteste levate di comune accordo riuniscono persone di tutte le religioni e ideologie. Non sono rivolte contro un gruppo religioso particolare, ma contro una minoranza fondamentalista e comunitarista. Esse conducono anche al dialogo con le ideologie laiche, che non sono religioni in senso stretto. In questo modo la sfera del dialogo si amplia. Dialogo come risoluzione dei conflitti In mezzo ai conflitti religiosi, il dialogo si configura come risoluzione dei conflitti. Questo processo è allo stadio iniziale, e non è semplice. Qualunque ricerca della pace deve rispettare la giustizia; però al tempo stesso anche lo spirito del perdono svolge un ruolo importante. Può darsi che abbiamo bisogno di rituali particolari di riconciliazione. Dovremo aiutare le persone a pervenire alla guarigione dei ricordi. Il miglior agente di un tale dialogo, inteso come risoluzione dei conflitti, probabilmente è un gruppo multireligioso che sia stato capace di superare le forze della divisione. Ecco perché in India parliamo spesso del bisogno di creare, accanto alle Comunità Cristiane di Base, delle Comunità Umane Comuni che siano multiculturali e multireligiose. Una societá laica Tali Comunità Umane Comuni possono prosperare solo in un clima politico laico. In India negli ultimi dieci anni si è svolto un dibattito vivace fra i politologi riguardo al tipo di stato laico di cui abbiamo bisogno. Alcuni ritengono che uno stato laico debba essere totalmente areligioso, e basato sulla scienza e sulla ragione. La religione non dovrebbe avere alcun ruolo al suo interno, ma deve essere circoscritta alla sfera privata. Tuttavia, poche persone sono entusiaste della capacità della scienza e della ragione di servire come fondamento di un ordine politico laico in quest'epoca post-moderna, in cui sono venuti alla luce i limiti e le manchevolezze della scienza e della ragione. Inoltre, le persone credenti non accettano che la religione possa essere semplicemente relegata alla sfera della moralità privata. Credono che la religione svolga un ruolo indispensabile anche nella vita pubblica, come fondamento dei valori morali e spirituali. In una società multireligiosa, tutte le religioni devono fornire, insieme, un fondamento morale comune alla vita pubblica. Possono farlo solo attraverso il dialogo. Laicismo non deve significare assenza di ogni e qualsiasi religione; si tratta piuttosto di considerare tutte le religioni ugualmente capaci di contribuire alla moralità pubblica. Una tale visione del laicismo richiede che lo Stato mantenga una neutralità rigorosa nelle questioni religiose e non favorisca alcuna religione. Le religioni possono avere le loro convinzioni circa la loro unicità e specificità nella sfera strettamente religiosa. Fra queste due sfere deve esserci uno spazio civile e pubblico in cui le religioni e le ideologie dialogano l'una con l'altra riguardo a questioni di interesse pubblico, fornendo un fondamento comune, morale e spirituale, alla vita pubblica. Ogni religione deve essere riconosciuta, rispettata e accettata come un partner legittimo nella società. Ciò significa che stiamo facendo una distinzione fra la sfera strettamente religiosa di una religione e un'altra sfera in cui la religione interagisce con altre religioni nel contesto della vita pubblica della comunità. Allora il dialogo fra le religioni può avere luogo a due livelli: un livello strettamente religioso e un livello più pubblico. Il dialogo a livello strettamente religioso ha luogo e può avere luogo, ma probabilmente è raro. Più comunemente il dialogo fra le religioni si svolge nella sfera civile e pubblica. Qui il dialogo è una necessità per qualunque comunità multireligiosa che desideri vivere in pace. I teologi tendono a limitarsi al dialogo nella sfera strettamente religiosa. Però un dialogo libero e responsabile a livello pubblico può facilitare e rendere più significativo il dialogo a livello strettamente religioso. Possiamo trattare le altre religioni da pari a pari a livello pubblico senza compromettere le nostre convinzioni religiose intime. Il dialogo inevitabile I teologi indiani desiderano far presente che anche a livello strettamente religioso possiamo dialogare con altre religioni da pari a pari se guardiamo alle diverse religioni nel contesto della missione di Dio, che opera invisibilmente attraverso la Parola e lo Spirito in tutte le religioni (cfr. Gaudium et spes, 22). Se rispettiamo davvero la libertà delle creature umane e la libertà dello Spirito che opera in loro (Redemptoris missio, 28), il minimo che possiamo fare è non giudicarle a priori e dall'esterno. Se non le giudichiamo e non le classifichiamo secondo le nostre categorie, allora possiamo dialogare davvero con loro liberamente, totalmente aperti all'incomprensibile e sempre sorprendente mistero di Dio. In verità, la missione di Dio esige che dialoghiamo al fine di promuovere la comunione universale di tutte le cose, quando Dio sarà "tutto in tutti" (1Cor 15,28; cf Ad gentes 2). Nota: Michael Amaladoss, gesuita indiano, dottore in teologia, é stato assistente generale della Compagnia di Gesú e consultore del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Autore di numerose opere teologiche, ultimamente ha pubblicato in Italia Oltre l'inculturazione. Unitá e pluralitá delle Chiese (EMI, Bologna, 2000). É membro del comitato scientifico della rivista "Vidyajoti" e del consiglio di redazione di "Spiritus". Dirige ora a Chennai (Madras), nel sud dell'India, un istituto per il Dialogo tra le Culture e le Religioni.
Ref.: Ad Gentes (Teologia ed antropologia della missione), anno 5, n. 1, primo semestre 2001.
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