| Angelo
Arrighini
E' stato detto che il concilio avrebbe compiuto alcune "rivoluzioni copernicane", la più evidente delle quali è stata proprio quella interna alla Chiesa stessa, definita non più, come in passato, partendo dalla gerarchia, ma dal "popolo di Dio", dalla "comunità dei credenti uniti a Cristo".1 In un mondo diviso dal peccato, la Chiesa "sacramento" segno visibile e strumento efficace della presenza e dell'azione di Cristo è chiamata a vivere la comunione, a diventare secondo la felice definizione data della pace da mons. Tonino Bello "la convivialità delle differenze". Le diversità all'interno della Chiesa, tra le singole persone, i gruppi, le parrocchie, i movimenti, le istituzioni, scrive mons. Bettazzi, "devono rivelarsi non come sorgente di tensioni o lotte, bensì come occasione e stimolo alla comprensione reciproca, alla collaborazione, alla comunione". II concilio Vaticano II ha incoraggiato gli organismi di comunione, dai consigli pastorali a quelli presbiterali, dalle conferenze episcopali fino ai sinodi episcopali; anche se le decisioni di vertice "autonome" sono certamente più rapide e più chiare, "non è detto che siano sempre le migliori". Lo stesso concilio ha recepito idee, maturate da singoli o da movimenti (come i movimenti biblico, liturgico, ecumenico); queste idee poi sono state fatte proprie dalla maggioranza dei vescovi e sono divenute orientamenti definitivi, approvati dal Papa e dall'intero concilio. Se il concilio ha parlato del "primato dell'intero popolo di Dio" ed ha accentuato il compito della gerarchia come servizio (in latino "ministero"), allora non dovrebbe essere più possibile confondere il "servizio" con il "potere", come è avvenuto e può avvenire anche ai livelli "più alti" della comunità ecclesiale. Questo spirito di "ministerialità" deve esprimersi "negli atteggiamenti e nelle iniziative di accoglienza interessata, di paziente dialogo, di concreta disponibilità; nessuno deve sentirsi respinto o a disagio per lo stile di dominio, di superiorità, di sufficienza che dovesse riscontrare in qualche istituzione o figura significativa della struttura ecclesiale". La Chiesa non esiste per se stessa; il suo compito "è di porsi al servizio dell'umanità che non ne fa parte, facendo sì che il suo messaggio e la testimonianza dei suoi membri e delle suo istituzioni aiutino anche chi non la riconosce come corpo di Cristo ad approfondire cammini di verità e concretizzare piani di solidarietà". Una chiesa in dialogo Una delle pagine più significative scritte dal concilio e riconfermata dalla prima enciclica di Paolo VI, Ecclesiam suam, è sicuramente quella relativa al dialogo; spesso, osserva mons. Bettazzi, "c'è da parte di cristiani, anche autorevoli, chi squalifica il dialogo religioso quasi fosse in contrasto con lo stile di Gesù, che, possedendo la verità, non dialogava se non per provocare domande a cui lui avrebbe risposto proponendo la verità"; ora la Chiesa, proprio perché è composta di esseri umani limitati "giunge invece a riconoscere e precisare le verità dopo cammini faticosi, punteggiati da ricerche e incertezze"; basti pensare a quante ideologie estranee "l'hanno fatta avanzare verso posizioni prima rifiutate"; non è un caso se la costituzione conciliare Gaudium et spes, dopo aver ricordato quanto la Chiesa "può dare al mondo", riconosce anche tutto quello che essa "può ricevere dal mondo"; questo vale non solo sul piano della organizzazione sociale, ma anche su quello dell'approfondimento della verità; così "teorie condannate dal Sillabo del beato Pio IX, come la libertà di coscienza, o dal giuramento antimodernistico di san Pio X, come i generi letterari per l'interpretazione della Bibbia, sono oggi accettate come irrinunciabili"; forse è vero che "non c'è stato vero dialogo, quanto piuttosto un'evoluzione interna dalla condanna all'accettazione". Anche all'interno della Chiesa e in particolare nella teologia cristiana la posizione di sant'Agostino, tanto per fare qualche esempio, non è quella di san Tommaso d'Aquino; non si tratta ovviamente "di teologie contrastanti, tant'è vero che spesso San Tommaso si rifà ad Agostino, ma certamente si presentano con accentuazioni significative". La posizione agostiniana, per tanti versi, "è più semplice e dà più sicurezze alla cristianità e ai cristiani, ed è più facilmente esercitata da loro quando sono maggioranza, o si ritengono tali, e impongono a tutti gli altri, anche sul piano esteriore, il loro modello di società cristiana". La visione tomista "è più ottimistica nei confronti dell'umanità e della sua storia"; pur non nascondendosi i frutti del peccato, "coglie con soddisfazione quanto nel mondo v'è di buono anche al di fuori dei confini della Chiesa"; anzi, ama vedere la Chiesa "non come un fortino assediato che deve difendersi e costruirsi un suo mondo", quanto piuttosto "come un lievito chiamato a perdersi nella massa perché tutta fermenti"; sarà facile allora, per la Chiesa, incoraggiare i cristiani "non a presentarsi come gruppi confessionali che rivendicano diritti, ma a vivere la vita della gente, con competenza e onestà, qualificandosi per la serietà del comportamento e per lo spirito di servizio"; solo con questa testimonianza si potrà giungere, lentamente ma efficacemente "a contrastare e correggere gli integralismi opposti, siano essi a carattere religioso o ideologico". Rileggendo la storia della Chiesa ci si accorge come l'espressione: "Al di fuori della Chiesa non c'è salvezza" (Extra ecclesiam nulla salus), generalmente venisse interpretata come se fuori della "Chiesa cattolica romana" non ci fosse salvezza. Ora questa convinzione "non solo può aver alimentato tutte le crociate, quasi considerando l'uccisione di un 'infedele', ad esempio di un musulmano, come un titolo per un aumento di grazia, ma ha rinfocolato tulle le guerre religiose tra cristiani cattolici e protestanti delle varie confessioni e ha moltiplicato torture e fuochi contro coloro che dissentivano dalle opinioni della gerarchia, eretici di ogni specie, sottoposti al rigore delle inquisizioni e dei giudizi ecclesiastici". Proprio Giovanni Paolo II, nella purificazione della memoria proposta per il Giubileo, "ha incluso anche queste violenze tra quelle di cui la Chiesa si rammarica e chiede perdono, invitando in tal modo a disarmare gli animi e ad evitare atteggiamenti di chiusura di cui Papi futuri debbano nuovamente chiedere perdono"; penso, puntualizza mons. Bettazzi, "a certe connivenze o silenzi nei confronti di ingiustizie, soprusi, oppressioni, torture". In comunone con le altre Chiese Grazie a questa presa di coscienza e a questa sensibilità storica, il concilio Vaticano II ha aperto "nuove strade" per l'incontro con i fratelli cristiani e con i seguaci di tutte le religioni, "puntualizzando il valore centrale della coscienza, e quindi della 'buona fede' che dobbiamo presupporre in tutti gli uomini, come esigiamo che tutti la presuppongano in noi". Se una persona è ritenuta cristiana in forza del battesimo, anche se ricevuto in altra Chiesa, quella persona "fa già parte della Chiesa!"; certamente, "crescendo, in buona fede, seguirà il cammino di fede e le norme di comportamento proprie della sua Chiesa; ma si può allora concludere che 'esce dalla Chiesa'? o non si dovrà pensare che, la Chiesa ha tanti livelli, che ogni confessione ovviamente a cominciare dalla cattolica romana ritiene di occupare legittimamente e di esprimerne l'autenticità, ma che ogni Chiesa va incoraggiata a essere fedele alle sue tradizioni, indagando onestamente sull'inizio delle separazioni e impegnandosi per una maggiore comunione con le altre chiese cristiane fino a che si possa davvero determinare che 'unum sint', per cui Gesù ha pregato (Gv 17:21-22)?". Tutto questo dovrebbe portare non solo a un rispetto reciproco tra le varie confessioni cristiane, ma, più ancora, all'amore fraterno; si potrebbe perfino osservare che "la fedeltà degli evangelici alla Bibbia, alimentata da minore influenza della gerarchia, ha sollecitato il ricupero della parola di Dio anche nella Chiesa romana, dove la preponderanza del magistero l'aveva in certo senso appannata"; anche il passaggio da una Chiesa all'altra dovrebbe essere "molto controllato", in modo che avvenga solo per 'maturate convinzioni' e non sia invece un 'proselitismo' favorito da fattori esterni, sociali. Papa Giovanni XXIII, indicendo il concilio Vaticano II come un concilio 'pastorale', ha voluto riaffermare proprio una attenzione particolare alle persone, tenendo conto delle situazioni storiche, culturali, sociali, psicologiche in cui i singoli esseri umani si trovano; è proprio in base a questo che dobbiamo "considerare in primo luogo la sincerità con cui si aderisce a Dio così come la 'buona fede' soggettiva". Ai nostalgici dei tempi e di certe formule del passato, questo nuovo spirito conciliare potrebbe apparire 'esiziale per la Chiesa', ridotta, essi pensano, a essere una società religiosa fra le altre; "mi chiedo invece osserva mons. Bettazzi se questo non dovrebbe spingerla a una maggiore fedeltà al vangelo, sollecitando nei cristiani, contro la sicurezza dell'appartenenza, l'impegno della testimonianza"; invece di dire "mi salvo perché faccio parte di questa Chiesa e ne osservo le norme", si dovrebbe piuttosto dire: "proprio perché Dio mi ha fatto la grazia di far parte di questa Chiesa, devo viverne le direttive con tanta generosità da far capire l'importanza di questa Chiesa e da indurre comunque tutti a vivere con maggiore fedeltà la loro vita religiosa". Una Chiesa missionaria per tutti La Chiesa risulta così 'lievito' di salvezza anche per coloro che, pur al di fuori dei suoi confini, sono aiutati a vivere sempre meglio la loro adesione a Dio e la solidarietà fraterna con gli altri esseri umani. Certamente "chi ha avuto la grazia di conoscere più pienamente Dio come lui stesso s'è rivelato, e quindi anche il cammino di Cristo, uomo perfetto, e gli aiuti straordinari messi a disposizione dell'umanità all'interno della Chiesa, anziché goderne egoisticamente come di 'un tesoro geloso', dovrà desiderare che tutto questo venga conosciuto e partecipato anche dagli altri; ma dovrà intanto essere lieto che, proprio per questo, i non cristiani possano vivere sempre meglio la loro umanità, nell'apprezzamento della coscienza e nella ricerca costante della verità, così come nel superamento delle chiusure e degli egoismi, in uno sforzo perseverante di comprensione e di amore". Questo comporta però che il primo passo missionario sia la conoscenza dei popoli, delle loro culture, anche delle loro religioni, per aiutarli a valorizzare quanto di positivo vi si trova. L'eventuale passo successivo della proposta del cristianesimo non potrà più essere fatto come talora è successo in passato con 'conversioni di massa' conseguenti alla conversione dei propri sovrani; andrà invece evidenziato "quanto la verità cristiana venga incontro alle attese dell'umanità e dei singoli", nel rispetto dei valori propri e più autentici delle singole culture; sarà determinante soprattutto la testimonianza concreta di come il cristianesimo è vissuto dai cristiani; perfino nel quotidiano, chi si converte o ritorna alla fede, lo fa perché ha incontrato uno (prete, religiosa o laico) 'che ci crede' veramente. Nella nostra attuale mentalità di cristiani, gli 'altri' diventano i 'non cristiani', o addirittura i 'non cattolici'; eppure il nuovo 'popolo di Dio' a cui si rivolge il Nuovo Testamento è tutta l'umanità; ora questa destinazione universale della salvezza non rischia di subire delle inconsce limitazioni dal momento che alcuni si sentono praticamente privilegiati rispetto ad altri? Se "al di fuori della Chiesa non c'e salvezza", come si pensava un tempo, e come abbiamo già visto, allora poteva sembrare scontata la conclusione che i non battezzati fossero da considerare 'massa dannata'; del resto, alcuni dei più grandi teologi, come Tommaso d'Aquino, non avevano forse ipotizzato 'ispirazioni straordinarie' per provocare la fede in chi si trovava inconsapevolmente infedele? Così pure, non era stato proposto il 'limbo' come luogo di felicità naturale, senza la visione beatifica, per i bimbi morti senza il battesimo, prima di aver raggiunto l'uso della ragione? Oggi possiamo invece ritenere che, in conseguenza della incarnazione del Verbo, ogni essere umano entri a far parte di un'umanità divinizzata; e anche le religioni, nella misura in cui orientano a Dio e incoraggiano all'accoglienza degli altri quantomeno di quelli più vicini, per nascita, per cultura, per religione "favoriscono il consolidarsi della vita soprannaturale, che è vita d'amore in quanto partecipazione alla realtà di Dio che è amore". Un Occidente 'fermentato' dal Cristianesimo In questa prospettiva, quale diventa allora la funzione della Chiesa? Non corre il rischio di diventare 'superflua'? Qui, osserva Bettazzi, siamo alla 'radice' dell'ecumenismo: "se la Chiesa è 'sacramento di Cristo', unico salvatore del mondo, e sacramento vuol dire 'segno e strumento', deve rendere in qualche modo percepibile la presenza di Cristo e attuale il suo messaggio"; Dio ha posto Cristo come unico mediatore fra sé e gli uomini ma, estremamente rispettoso della coscienza e della libertà create, ha nello stesso tempo avviato un cammino di rivelazione nella pienezza della realtà; ora la Chiesa "è l'insieme di quanti, per una serie di convergenze storiche e culturali, sono entrati senza alcun loro merito nel vivo di questa pienezza, vale a dire della ricchezza nella verità, dell'abbondanza di grazia, dell'annuncio di comunione universale". Prima ancora di parlare di 'privilegio', dovremmo allora piuttosto parlare di 'responsabilità'; infatti, "se mi trovo a conoscere più pienamente i misteri di Dio e del creato, se un contatto misterioso ma reale (sacramentale) con Cristo mi fornisce aiuti specifici, questo è in vista del dovere che ne deriva di indicare, anche a chi non è cristiano, i cammini di una più illuminata coscienza e di una più generosa solidarietà". Ora è un fatto che tutta la storia dell'umanità, con l'influsso notevole di un occidente 'fermentato' dal cristianesimo, manifesta una maturazione nel riconoscimento dei valori umani e nel cammino verso la pace; e questo cos'è se non un frutto della 'semina evangelica?'; allora anche oggi potremmo dire sì che "fuori delta Chiesa non c'è salvezza", ma solo per ridire che " il mondo non si salva se la Chiesa non è vera Chiesa, se i cristiani non si impegnano ad esserlo fino in fondo, a qualunque costo". La Chiesa, parte costitutiva dell'umanità Un'altra delle grandi 'rivoluzioni copernicane' conciliari è sicuramente quella relativa al rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo (Gaudium et spes). "Quando arrivai al concilio, nell'autunno del 1963, all'inizio della seconda sessione, annota espressamente mons. Bettazzi, trovai non pochi vescovi un po' sconcertati dal fatto che papa Giovanni XXIII, a concilio aperto, avesse pubblicato un'enciclica, profondamente innovativa, come la Pacem in terris senza farne parola ai padre conciliari"; lo sconcerto nasceva dal fatto che in essa, più che di un problema propriamente religioso, si parlasse di un argomento prevalentemente umano, la pace, e che tutto il discorso chiamasse in causa non solo i cattolici, ma anche 'tutti gli uomini di buona volontà'". Ora in una delle affermazioni centrali del documento si affermava che "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri, soprattutto, e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo"; la Chiesa, cioè, non si contrappone all'umanità ma ne è parte costitutiva; e già qui emergeva tutta la dimensione 'pastorale' del concilio stesso, il cui scopo era fondamentalmente quello di rendere 'pastoralmente' comprensibili agli uomini di oggi le verità di fede della Chiesa di sempre. Così, ad esempio, nel documento conciliare si afferma che 'fine costitutivo' del matrimonio è il 'mutuo amore' "prima troppo spesso declassato a terzo, dopo la procreazione e il rimedio della concupiscenza" e si esalta il valore positivo della cultura, di ogni cultura; si afferma ancora poi "che la pace non si identifica con il tacere delle armi, con l'equilibrio del terrore o con il dominio del più forte, ma è frutto di giustizia e di amore oggi diremmo di solidarietà la Gaudium et spes condanna e sono forse i due sole 'anatemi' di tutto il concilio! sia la guerra totale (come allora era chiamata la guerra atomica) sia la corsa al riarmo, che sperpera immense energie, atte a eliminare definitivamente la fame e la miseria di tanta parte dell'umanità". Di fronte a certi integralismi di altre religioni, che impongono alla società civile le strutture delle loro impostazioni di fede, scrive mons. Bettazzi, "il concilio ha definitivamente sconfitto i nostri integralismi di un tempo, orientando e incoraggiando la Chiesa e i cristiani a essere come ebbe già a dire Pio XII maestri e profeti di una 'sana laicità' della vita politica: la Chiesa garante della laicità dello stato!". Tristezza dei tempi o tristezza dei cristiani? È fuor di dubbio che la preoccupazione di far risaltare il divino ha portato spesso la Chiesa a trascurare l'umano. Purtroppo però il deprezzamento dell'attività naturale ha portato frequentemente a una 'rilevante supremazia' del potere ecclesiastico; dal momento "che il soprannaturale era gestito dal clero, depositario di ogni potere, questo dava luogo al cosiddetto clericalismo". Partendo dal fatto che la Chiesa è 'sacramento' di Cristo, segno e strumento della sua presenza e della sua azione, e che Gesù Cristo, pur veramente Dio, ha voluto essere veramente uomo, dovremmo concludere che "la Chiesa e il cristiano, consapevoli di quanto di divino portano ed esprimono in se stessi, devono però viverlo nella pienezza della loro umanità". Se la Chiesa è parte dell'umanità, tesa ad aprire se stessa e tutti gli uomini a Dio ed a incoraggiarli a una concreta fraternità, allora coerentemente "deve tendere non tanto a ottenere facilitazioni o privilegi anche perché questi finiscono per essere pagati con silenzi o compromessi di fronte a quanti hanno fatto le concessioni quanto a dare una coerente e piena testimonianza del 'regno di Dio', cioè di una vita vissuta come Dio domanda e desidera per il nostro bene, nella libertà e nella condivisione con tutti, in particolare con i più piccoli, i più poveri, i più emarginati". Se lo stile della vita cristiana è strutturato nella fede, la speranza e la carità e come modelli e stimoli vengono presentati gli impegni religiosi dell'obbedienza, della povertà e della castità, "la Chiesa intera a ogni comunità (come ogni cristiano) devono dare testimonianza di obbedienza e fedeltà alla parola di Dio, di povertà concreta e amata, di castità di fronte ai poteri e alle mode del mondo". Mentre siamo portati a denunciare 'la tristezza dei tempi', "ci sarebbe da chiedersi se non dovremmo nello stesso tempo riconoscere la tristezza dei cristiani, cioè la tiepidezza, la mancanza di coerenza e di coraggio di ciascuno di noi e dello nostre comunità". Guerra 'giusta' e non violenza La storia umana è purtroppo "storia di violenze o di faticose conquiste di libertà da parte delle vittime della violenza, di quella fisica schiavitù, tortura, omicidi e di quella corrispondente, più nascosta ma non meno reale, che provoca limitazioni di libertà seminando umiliazioni e odio, ma anche privazioni essenziali, inedia, malattie, morte". La violenza fisica è più evidente, anche se viene talora mimetizzata da motivazioni apparentemente positive (dalle guerre difensive alla pena di morte, dalle diversità di caste sociali alle fedi religiose); più difficili da segnalare tutte le violenze equivalenti, definite spesso come 'strutturali'. La violenza è un attentato complessivo contro la persona umana e contro la libertà; le tragedie, personali e sociali, le efferatezze o i disastri più gravi che talora fanno dire: "Ma perché Dio lo permette? Ma Dio c'è davvero?" "sono la manifestazione paradossale della stima che Dio ha per l'uomo, di una libertà che viene creata e mantenuta anche quando si esalta in perversioni inimmaginabili». Se dunque la violenza è proprio questo impedire agli altri di vivere pienamente la propria libertà, le religioni quale compito dovrebbero avere se non quello di richiamare la dignità di ogni essere umano in quanto persona, quindi di esaltare, difendere, alimentare la sua libertà? "Purtroppo, alle volte, commenta mons. Bettazzi, le comunità religiose sono spinte a cercare la propria libertà, senza prendersi carico se questo può costare una diminuzione di libertà per i suoi stessi membri o per altri. Talora le Chiese, preoccupate di affermare e di difendere la loro autenticità, l'ortodossia delle loro dottrine e i loro privilegi, hanno usato la violenza, l'hanno praticamente incoraggiata, se ne sono servite"; proprio per voler proclamare e difendere 'i diritti di Dio', "le Chiese hanno anche promosso o hanno sostenuto guerre, le guerre di religione". Quante volte si sono volute 'giustificare' le guerre, prima le guerre 'giuste', quelle cioè secondo le norme tradizionali "intentate da legittime autorità, per motivi seri, con danni proporzionati alle motivazioni per cui si fa la guerra", limitandosi poi all'apparire e allo svilupparsi delle armi di sterminio di massa a legittimare moralmente solo le 'guerre di difesa!'. Ancora ai nostri tempi "abbiamo sì sentito gli appelli dei papi, da Benedetto XV che definisce 'inutile strage' la prima guerra mondiale, a Pio XII che depreca la seconda, ammonendo che 'con la guerra tutto è perduto', a Giovanni Paolo II che condanna la guerra atomica (Hiroshima, 25.2.1981), anzi ogni guerra ('totalmente inaccettabile come mezzo per comporre dispute e vertenze tra le nazioni' Coventry, 30.5.1952 proprio durante la guerra delle Falkland-Maldive) e, più recentemente, cerca di scongiurare la guerra del Golfo (1991), quella del Kosovo (1998) o le rappresaglie dell'America (2001), sia pure con la riserva problematica degli "interventi umanitari" per bloccare evidenti soppressioni violente di vite umane o di diritti fondamentali. Accanto a tutte le forme di violenze dirette, non vanno poi sottovalutate le violenze 'strutturali', come lo strapotere delle nazioni più sviluppate e potenti (un quinto dell'umanità), che condanna il resto delle nazioni (i quattro quinti del mondo!) a dividersi quanto viene loro lasciato; quanta gente è costretta a "vivere nell'inedia quando non a morire di fame ... non può curarsi di malattie che richiederebbero un minimo di spesa ... è costretta a lavori pesanti o scarsamente retribuiti ... è impedita di seguire la religione gradita o esprimere le proprie idee!". Testimoniare la nonviolenza In un mondo di violenza, di questa violenza istituzionalizzata che poi provoca e alimenta reazioni violente e terrorismi, che coltiva e alimenta la 'collera dei poveri' (come la definiva Paolo VI nella Populorum progressio), la Chiesa è chiamata con un appello storico a farsi profeta e testimone della nonviolenza. Certo, "le nostre nazioni occidentali dovrebbero riflettere su questa loro responsabilità, e noi cittadini (tanto più noi cristiani!) dovremmo renderci conto che stiamo condividendo queste responsabilità". La Chiesa nel suo insieme non solo è chiamata ad aderire sinceramente e concretamente agli appelli profetici dei sommi pontefici, ma "deve saper ascoltare e apprezzare la voce, la testimonianza generosa di quanti, singoli e gruppi, al suo interno e al suo esterno, predicano e professano la nonviolenza, unica condizione per un autentico cammino di pace, ma anche presenza coerente e persuasiva di fedeltà cristiana alla legge dell'amore". Per essere credibile però una Chiesa che predica la nonviolenza "deve nello stesso tempo testimoniarla per prima ... deve riconoscere al suo interno le diversità da rispettare ... deve evitare certe repressioni o emarginazioni delle voci più vivaci, delle esperienze più nuove, salvo poi come diceva già Gesù erigere statue ai profeti quando sono inerti, quando quindi non possono più dare fastidio e sarebbe inutile oltretutto chiedere loro scusa quand'anche venisse allora in mente di farlo!". Quanto cammino ancora da compiere anche all'interno della Chiesa, come nel caso del 'deprezzamento nei confronti della donna', della 'condanna in partenza di ogni forma di omosessualità', della "situazione di minorità e di pratica emarginazione in cui si trovano fratelli o sorelle della medesima fede solo perché provengono da diversi continenti o da diverse regioni della stessa nazione, o perché sono affetti da malattie emarginanti o hanno sperimentato il carcere". Anche questa è violenza "di cui non ci rendiamo conto"; e come sul piano sociale la violenza alimenta reazioni aggressive e terrorismi, nello stesso ambito ecclesiale alimenta 'divisioni e contrapposizioni', 'amarezze e rivalse'; (credo davvero, conclude a questo punto Bettazzi, che un grande impegno globale di nonviolenza, cioè di pima carità, di autentica fraternità a tutti i livelli della Chiesa renderebbe più autentico e più convincente l'impegno 'cattolico' per la nonviolenza, la solidarietà, la pace". Le sfide della globalizzazione Un tema come quello della globalizzazione, di cui oggi tanto si parla, non ha ovviamente avuto nei documenti conciliari di quarant'anni fa, nessuna specifica trattazione; a mons. Bettazzi, comunque, questo riferimento serve per ampliare e attualizzare il discorso (questo sì del tutto 'conciliare', come abbiamo già visto) del rapporto della Chiesa con il mondo di oggi. Da dove nasce il problema della globalizzazione? Oggi, l'umanità intera, collegata da mezzi di informazione istantanei e da comunicazioni rapidissime, si sente membro di un unico, grande 'villaggio globale'. Quando diciamo l'umanità intera, in realtà si allude alla possibilità teorica per tutti gli esseri umani di usufruire di questa mondializzazione; in realtà, ne godono solo coloro che possono utilizzare i mezzi di informazione e di comunicazione, e cioè un quinto dell'umanità. E tutto il resto? Ovviamente il resto "si inserisce in questo processo di globalizzazione con gradazioni diverse, comunque sempre in posizione subordinata a quella del quinto dominante, il quale è costantemente tentato di imporre le condizioni che garantiscano i propri interessi e il proprio potere". Come il povero Lazzaro della parabola evangelica, gli altri, per godere delle briciole che cadono dal banchetto degli epuloni "dovranno adattarsi a stare ai piedi delle loro tavole, grati se i cani verranno a leccare le loro piaghe, se cioè persone e popoli di buona volontà vorranno assisterli nelle loro povertà"; ora, "una globalizzazione, infatti, che consacra le scandalose differenze tra gli esseri umani e tra i popoli, che garantisce il benessere e la sicurezza di un quinto dell'umanità e spinge il resto alla dipendenza, praticamente alla schiavitù e spesso alla fame, è antiumana, ed è per ciò stesso anticristiana". Non è un caso che il Papa solleciti insistentemente una 'globalizzazione solidale' che i popoli ricchi dovrebbero gestire non a proprio esclusivo o prevalente vantaggio, ma con l'attenzione e l'impegno per i popoli più poveri e più svantaggiati. L'atteggiamento di fronte alla globalizzazione potrebbe così diventare la verifica della coerenza e della sincerità della Chiesa: se questa cioè "vuol veramente testimoniare Cristo, a costo di salire la croce, o, per salvare la sua libertà e le sue istituzioni, non scenda al compromesso, non sappia trovare i pretesti per assistere chiusa nelle sue strutture al genocidio fisico e morale dei poveri". Se la Chiesa rivendica il suo compito di custode del sacro, "ebbene, da quando Dio sì è fatto uomo, ogni uomo è sacro, ed è sacrilegio uccidere, torturare, umiliare, sfruttare l'uomo". La Chiesa è chiamata a difendere i poveri, a denunciare chi li opprime, a farsi, in tempo di crescente globalizzazione, profezia e sostegno della promozione dei poveri, a compromettersi per una globalizzazione solidale e a compromettersi 'globalmente'. Non basta cioè affidare il compito e l'immagine a settori missionari o caritativi: "tutta la Chiesa deve compromettersi nell'annuncio della necessità di nuove strutture, veramente solidali, e nella denuncia delle nuove oppressioni e delle nuove schiavitù. Gesù è stato messo a morte non solo perché annunciava il regno di Dio, ma anche perché denunciava quanti coscientemente lo osteggiavano!". Ma la Chiesa è di destra? Di fronte alla diffusa opinione che la Chiesa sul piano politico propenda per la destra, mons. Bettazzi, senza alcuna esitazione osserva che se è vero che essa si proclama neutrale, al di sopra delle divisioni e delle contrapposizioni politiche, è però "innegabile che nella storia si sia trovata abitualmente alleata con la destra"'; proprio per questo è spesso apparsa 'connivente' con le prepotenze, i soprusi, le ingiustizie che i poteri politici ed economici non di rado riversano sui sudditi, soprattutto sui più deboli, i più poveri, i meno organizzati. Tra la difesa dell'ordine costituito (di solito costituito dai potenti e dai ricchi) e la sopravvivenza e la promozione dei poveri, "la Chiesa non dovrebbe avere esitazioni nel seguire l'insegnamento e l'esempio di Gesù, il quale ha scelto di testimoniare la solidarietà con i piccoli, i poveri, gli oppressi, fino a farsi annoverare tra i malfattori più obbrobriosi". Come il concilio Vaticano II ha spinto la Chiesa a 'compromettersi' con l'umanità, così la Chiesa "dovrà farsi voce e forza di chi non ha voce e non ha potere; e se questo la fa passare 'di sinistra', essa deve accettarlo". Se la Chiesa vuol essere al di sopra della politica, "non può rinunciare alla solidarietà con i poveri del mondo per non perdere protezioni e privilegi, soprattutto non può tollerare di essere considerata di destra". Pienamente consapevole di tante sue 'provocazioni', mons. Bettazzi 'si giustifica' dichiarando di aver sempre voluto parlare "di una Chiesa in ascolto attento e amoroso della parola di Dio, di quella che arriva attraverso la storia dell'umanità e di quella specifica formulata nella Bibbia, così come ha guardato a una Chiesa in cui fiorisce la comunione, quella interna fra i suoi membri e quella con tutti gli esseri umani. Condizione per una testimonianza sincera o generosa di fede e di carità, annuncio gioioso e persuasivo di speranza dovrà allora essere una evidente professione di povertà". Ora, se si controllassero le nostre istituzioni o gli stessi organismi pastorali, "ci renderemmo conto che siamo in una Chiesa che è 'per' i poveri, ma non è ancora molto 'dei' poveri.... Forse permane ancora il timore che il discorso sulla povertà possa venire strumentalizzato dalle 'sinistre'.... Credo davvero che una Chiesa più povera (di potere, di mezzi, di stile) testimonierebbe più efficacemente la presenza e l'azione di Gesù, annuncerebbe con maggiore evidenza l'amore, convincerebbe che crede veramente in una vita eterna".
La Messa, la Chiesa, il Cristiano Gli ultimi interrogativi presenti nel volume di mons. Bettazzi nascono da una breve riflessione sulla messa. Se la messa, come dice il concilio, è il culmine e la sorgente della vita cristiana e quindi della vita della Chiesa, per cui occorrerà parteciparvi e viverla in pienezza, non solo 'assistendo' per assolvere il precetto; se parte fondamentale della messa è la liturgia della Parola, in che misura allora le nostre comunità la vedono come costitutiva della loro vita a di ogni pastorale? Siamo convinti che ogni catechismo, ogni documento ecclesiale, anche ogni 'progetto culturale' dovrebbero trovare nella parola di Dio il loro fondamento e la loro sostanza? Ci rendiamo conto che essere cristiani non è tanto conoscere con esattezza tulle le sfumature della teologia, ma 'dire di sì' a Dio, a Gesù Cristo e che per questo bisogna essere attenti alla Parola? Siamo veramente convinti che partecipare alla messa sarà dunque partecipare alla povertà di Cristo e mettere al secondo posto ogni realtà terrena, comprese le stesse persone più care? Le nostre comunità sanno mettere al primo posto 'il regno di Dio e la sua giustizia?'. E tutti quelli che hanno responsabilità nella Chiesa, sanno vivere questa povertà che è innanzitutto povertà di potere e la sanno trasmettere alle nostre comunità? La liturgia ci aiuta a vivere, con onestà e dedizione, il nostro dovere quotidiano, da quello familiare a quello professionale? E sa renderci sempre più costruttori di pace, impegnati nella solidarietà con i fratelli più bisognosi, cominciando dall'accoglienza di chi è diverso da noi, o per qualche motivo è trascurato ed emarginato dalla società? Se la comunione ecclesiale non va vista come difesa del proprio privilegio, bensì come un'esperienza da allargare, la messa ci aiuta veramente a prendere coscienza del livello del nostro cristianesimo, del dovere di crescere nella fede, anche nel saperla testimoniare, ad esempio, agli islamici, ai testimoni di Geova, a chi si professa agnostico? E la partecipazione a gruppi parrocchiali o a movimenti, ci chiude agli altri (forse perfino giudicati cristiani di livello inferiore!) o ci anima a cercare la comunione e a portare la pace nella società in cui siamo? Solo così "la messa fa la Chiesa", perché è la "messa che fa il cristiano". Ma oggi, concludiamo noi, non è possibile vivere la messa, sentirsi Chiesa, essere veramente cristiani ignorando il concilio Vaticano II; è vero, dopo 40 anni, è ormai un evento che appartiene alla storia; non per nulla c'è chi ritiene ormai maturo il tempo per un nuovo concilio ecumenico; ma a nulla servirebbe il nuovo, se prima non abbiamo recepito, nella vita ecclesiale di tutti i giorni, quelle 'rivoluzioni' conciliari che anche mons. Bettazzi, ci ha aiutato a cogliere.
Nota Il contenuto di queste riflessioni erano già apparse nella rivista Evangelizzare, del nostro centro editoriale dehoniano, e successivamente raccolte nel volumetto La Chiesa senza rughe (EDB, 2001).
Ref.: Testimoni (Centro Editoriale Dehoniano), n. 18, 31 ottobre 2002, pp. 23-29.
|