Roberto
A. M. Bertacchini Piersandro Vanzan SJ
La
missionarietà islamica
Nel
mese di ottobre è per tradizione quello della missionarietà,
cioè dell'annuncio del Vangelo ad gentes. Ma ci siamo
mai domandati se e in che modo pure nell'Islam si dia una qualche
forma di missionarietà? Per rispondere correttamente
bisogna fare alcune premesse. Anzittutto, ricordare la complessa
transizione avvenuta dentro l'Islam nel 1920 70. In questo
periodo si passò dall'idea e lmotto modernizzare l’Islam, alla
fase — tutt'ora in corso — segnata dal motto islamizzare
la modernità. Naturalmente la missionarietà islamica
non è solo proselitismo, ma anche risposta a quella
che i musulmani ritengono “l'aggressione culturale” dell'Occidente,
vissuta come sfida mortale per l'anima stess islamica. Infatti,
quando ci si è resi conto che modernizzarsi significava
autodistruggersi culturalmente a che, d'altra parte, la pervasività modernistica
non era contenibile con strategie puramente difensive, la
scelta del contrattacco fu l'unica possibile. Inoltre, bisogna
uscire dall'equivoco retaggio illuminista che suppone il dialogo
sempre possibile e la ragione condizione sufficiente per un incontro.
Ma il dialogo suppone la mutua benevolenza, che non può sussistere
quando una delle parti vive il rapporto nel segno della legittima
difesa. Quando scatta la consapevolezza di un pericolo mortale,
istintivo è l'atteggiamento di salvare la propria sopravvivenza.
Infine, occorre comprendere la differenza tra musulmani di buona
volontà — che ci sono, e coi quali è doveroso
non solo dialogare, ma incrementare ogni forma di sostegno — e
l'Islam come istituzione religiosa. Un professore a scuola non
può dire ciò che vuole, nei Paesi islamici, a un
intellettuale se pubblica ciò che gli pare è a rischio.1
Un
esempio per tutu: l'Università Al Ahzar ha disinfettato
la propria biblioteca accademica, a le fiamme dell'alcool non hanno
risparmiato neppure Il profeta, di Gibran. E se a fine sec.
XX si ripete, a volutamente, lo scempio dell'antico primo incendio
della favolosa Biblioteca di Alessandria, bisognerà indagare
le cause di questi ritorni storici. Per esempio, capire le differenze
tra musulmani a cristiani anche sul tema dei libri proibiti. Così,
se è vero che la Chiesa abolì l'indice dei libri
proibiti soltanto col Vaticano II, è altrettanto vero
la tale istituzione, quando fu abolita, non aveva più alcun
valore civile, e da molto. Le lettere di Jacopo Ortis erano
vendute dappertutto e presenti nelle biblioteche anche ecclesiastiche.
Nell'Islam non è così. Una censura religiosa è ipso
facto una censura civile, perché le autorità religiose
hanno autorità civile e viceversa. Nella prima metà del
2000, in Egitto, 12.000 studenti universitari arrivarono a duri
scontri di piazza con la pretesa di sequestrare un'opera di Haidar
Haidar. In Algeria fu assassinato Muhammad Boukobza, né fu
l'unico intellettuale a perdere la vita. Rashíd Boudjedra
fu più volte incarcerato. In Marocco fu vietato di espatriare
a Mohamed Choukri; nel Bengala nel 1994 fu chiesta la condanna
a morte di Taslima Nasreen, che si salvò solo per aver ottenuto
la protezione della Svezia: la sua colpa era un libro che narrava
la persecuzione islamica contro una famiglia indù. I libri
della siriana Ghada Samman sono stati bruciati in quasi tutto il
mondo arabo; Assia Djebar, algerina, deve vivere in esilio, tanto
per citare qualche caso.2
L'insieme
di questi fatti non va disatteso: anzitutto per correttezza di
analisi storica, ma anche per evitare abbagli o falsi irenismi
nel dialogo che tuttavia, sia ben chiaro, il Vaticano II (Nostra
aetate) e tutto il Magistero postconciliare richiedono. Bisogna
cioè chiedersi: gli esempi appena riportati sono casi
isolati — deplorevoli (e deplorati nell'Islam!) — o
la punta di un iceberg, che rivela un'impostazione (mentalità e
cultura) dominanti? Nel qual caso la risposta è inquietante!
Del resto, parole come liberà e tolleranza in arabo sono
di recente, faticosa acquisizione, perché la civiltà islamica
non le prevede affatto.3
I
missionari cristiani sono, per definizione, “educatori di
pace”. Non a caso la pace è l'essenza del Vangelo: “Pace
in terra agli uomini che il Signore ama”, ripetono gli angeli
ai pastori. E oggi più che mai quanti operano per la nuova
evangelizzazione/missionarietà fanno strada alla pace a
cercano di renderla possibile anche là dove non c'è,
o stenta a mettere radici. Ma si può dire altrettanto degli
equivalenti islamici? Perché è tanto corrente l'etichetta
di “predicatori dell'odio”? E perché fatica
tanto il ministro Pisanu a mettere insieme la Consulta dei tanti
gruppi musulmani presenti tra noi, con lo scopo di favorire il
dialogo e la collaborazione interreligiosa, proprio al fine d'incrementare
quella convivenza multi etnico culturale religiosa
indispensabile nel “villaggio globale”? Per essere
concreti, pure in quest'ambito, ricordiamo alcuni tra i molti fatti
emblematici. Tra i non pochi battezzati che anche in Italia passano
all'Islam, segnaliamo la milanese Aisha Farina che, non solo ha
pubblicamente attestato la propria venerazione per Bin Laden — come
davanti a una guida ben guidata —, ma ha anche dichiarato apertis
verbis: “Può darsi che tutu gli italiani finiscano
per convertirsi, e comunque vi conquisteremo pacificamente. Perché ad
ogni generazione ci raddoppiamo o di più. Voi invece [...]
siete a crescita zero”.4 Ecco dunque ciò che
pensa l'Islam, e che Aisha, da brava proselita, ha anche espresso
pubblicamente. L'accelerazione dell'immigrazione, unita a quei
diritti civili e politici che la Risoluzione di Strasburgo ha concesso
e che molti politici in Italia, sia a destra (Fini) che a sinistra
(tutti) vorrebbero estendere, produrrà nel medio periodo
lo scenario che Aisha disegna.5
Negli
USA, gli anni '60 del sec. XX videro una vera invasione di studenti
islamici provenienti dall'Africa e finanziati dai Paesi arabi.
Il loro motto era Revival of Islam, e a quel grido fondarono
diverse sette, tra cui il “Black Muslims Movement”,
che adescò tra le sue fila Cassius Clay e molti altri. Secondo
la Fallaci oggi l'85% dei musulmani americani sono neri, e i neri
che passano all'Islam “sono legione”, ogni anno. Il
fatto poi che, in quegli anni, per i neri d'America era facile
identificarsi con Martin Luther King, fa riflettere sulle cause
di tale successo islamico: anzitutto, la capacità di una
propaganda tanto scientifica quanto spregiudicata, e una buona
lucidità nello scoprire l'anello debole su cui far leva.6
Ma
il caso USA non è il solo. Già nel 1974 Andreotti
testimoniava le pressioni arabe per ottenere “la Grande Moschea” di
Roma. Eppure, negli anni '70 i musulmani di Roma non andavano tanto
oltre il personale delle ambasciate e qualche turista occasionale.
Perché dunque una “Grande Moschea”?7 Un
tale non piccolo investimento si giustificava nella prospettiva
di espansione dell'Islam registrata negli USA. E in effetti, quando
essa venne inaugurata nel 1995, quella folla dimostro che i pianificatori
dell'investimento avevano calcolato bene. Ma, di nuovo, ciò lega
islamizzazione dell'Occidente e potere politico, perché non
furono dei privati a sostenere quelle spese, ma l'Arabia Saudita,
il Kuwait, e via numerando: miliardi di petrodollari tornati nel
mondo cristiano sotto forma di moschee, istituti islamici, scuole
coraniche, e quant'altro.8
Del
resto lo zelo religioso islamico viene da lontano, anche se ha
assunto evidenza particolare dopo la cacciata dello scià in
Iran e con i talebani in Afghanistan. Ma è la riflessione
anticoloniale che rinnova la teologia islamica, con tutto quel
che ne segue. Proprio in questa prospettiva matura la domanda:
se il giudeo-cristianesimo coloniale ha fatto questo a noi, perché noi
non possiamo fare lo stesso a lui? E infatti, da un punto di vista
islamico, non è possibile trovare un solo motivo in contrario.
Perché mai l'Islam non dovrebbe espandersi nuovamente? Di
fatto, la Turchia laica di Ataturk per prima cosa cacciò i
greci, e appena possibile rimise le mani su quel che le riuscì di
Cipro. E nel 1973 Siria ed Egitto ci riprovarono con Israele. Né il
fatto che abbiano trovato un osso più duro dei loro denti
deve far trascurare i molti successi che la politica neoislamica
ha ottenuto.
In
Kosovo e in Bosnia il programma ha avuto successo, con la costituzione
di due entità islamiche, politicamente autonome. In Cecenia
il successo è stato sfiorato. In Nigeria i cristiani sono
a mal partito, e la sharîa è stata imposta
in larghe aree del Paese. Addirittura in Somalia gli americani
sono usciti con le ossa rotte. Ma, si dirà, in Europa i
musulmani non raggiungono il 50%: che possono fare? Semplice:
quello che hanno fatto in Bosnia e in Kosovo; che hanno tentato
di fare nelle Filippine e tuttora in Thailandia. Per aprire le
ostilità non è necessario arrivare al 50%: è sufficiente
divenire maggioranza in qualche piccola area. A quel punto scatta
il programma di secessione, con una parte della maggioranza non
musulmana che improvvisamente si ritrova minoranza, come i serbi
nel Kosovo.9
II
recente caso italiano delle scuole islamiche ha evidenziato una
asimmetria dei cittadini davanti alla legge, in forza della quale
alcune minoranze passano dall'essere tutelate all'essere privilegiate.10 Per
es. in Italia l'Islam ha già ottenuto di bandire il maiale
dalle mense di scuole, prigioni e fabbriche. Come mai quando i
cattolici vorrebbero vedere protetta dalla legge la famiglia si
risponde che nessuno li obbliga a essere libertini, e invece
ai musulmani non si risponde che nessuno li obbliga a mangiare
il maiale?
E
qui siamo all'ultimo punto a più controverso. I media sono
su posizione opposte: la destra sposa quelle preoccupate della
Fallaci e parla di guerra dichiarata all'Occidente o guerra di
civiltà. La sinistra per lo più tende a depotenziare
il fenomeno, analogamente a quanto fece con le BR (della serie: il
pericolo è sempre e solo nero). Se questo è il
quadro mediatico, ben altro emerge considerando la letteratura
di livello più impegnato. Quando per es. Giovanni Sartori
si allarga nella Prefazione al libro di Pellicani, scrive: “I
politici rispondono quasi tutti di no [ossia dicono che il conflitto
di civiltà non esiste, e che Huntington è un poverino]. Ma
la loro è una risposta diplomatica, "furba", che
si propone di minimizzare e rassicurare. Rispondono di no, ovviamente,
anche i pacifisti e i terzomondisti e, soprattutto, la vasta schiera
dei lietopensanti, che vive sperando e muore cantando”.11
Definisce
poi peregrina la tesi di Daniel Pipes, che sostiene l'esistenza
di due Islam, di cui uno moderato, e riconosce che comunque oggi
l'Islam vincente è quello dei fondamentalisti (cfr,
p. 8). Inoltre, dopo aver citato Ahmed al Nasiri che bollava
la libertà della civiltà occidentale come “una
invenzione degli atei” incompatibile ai diritti di Dio, conclude
che “lo scontro attuale è religioso e fideisticamente
aggressivo soltanto da parte di uno dei contendenti» (p.
9).12 È la tesi della guerra asimmetrica di
Ferrara. Seguiamo allora l'analisi geopolitica presentata nel suo “Editoriale” da
una fonte non sospetta: Limes, primo numero del 2004.13 Ecco
il quadro:
a)
il jihad ha antecedenti remoti di carattere ideologico religioso
in Sayyid al Qutb (massimo ideologo del movimento dei Fratelli
musulmani) e, ancor prima, nel wahhabismo;
b)
il 1979 segna la vera svolta jihadista. In gennaio insorge
l'Iran contro lo scià che va in esilio, e in Afghanistan
si ha un'insurrezione islamica contro il governo filo russo.
In novembre a Teheran viene attaccata l'ambasciata americana e
presi 52 ostaggi. In dicembre l'URSS invade l'Afghanistan a sostegno
del governo. A questo punto la lotta islamica esce da una prospettiva
strettamente antisionista. Non è più semplicemente
in gioco l'invasione di un territorio, ma l'attacco concentrico
russo-americano alla civiltà islamica;
c)
la risposta all'invasione russa fu complessa e si avvalse di due
assi: la rete delle centinaia di scuole e università coraniche
sparse nell'Islam, dove reclutare volontari da far affluire in
Afghanistan con l'appoggio e le simpatie dei Fratelli musulmani; la
struttura militare e finanziaria messa in piedi da Bín Laden.
Nasce così una multinazionale islamica, con solidi
agganci coi servizi segreti pakistani prima e la CIA poi, e con
importanti entrature presso i vertici sauditi ecc., che finanziano
generosamente l'impresa. Il rapporto tra jihad e CIA fu
di strumentalizzazione reciproca e, dopo il caso afghano, si rinnovò nella
guerra contro Belgrado. Sembra si trattò di convergenze
tattiche, la cui natura emerse ben presto in Somalia. Anche il
sodalizio con l'Arabia Saudita non rimase stabile, soprattutto
a causa degli sviluppi intervenuti nel 1989 con la morte
di ‘Azzam e la correlativa egemonia ideologico politica
di al-Zawahiri, e nel 1991 con la guerra del golfo e l'installazione
di basi americane in Arabia;
d)
tuttavia i precedenti imponenti flussi di petrodollari e il cospicuo
capitale personale di Osama consentirono di impiantare un vero
impero finanziario mondiale, con attività dalle Filippine
a Singapore, al Libano, a Panama, a Zurigo, Hong Kong, Londra,
New York, ecc. Alle attività finanziarie e imprenditoriali
(soprattutto immobiliari, ma non solo) si aggiunse poi il lucroso
traffico dell'oppio, controllato mediante il Governo afghano (
dal 1996 talebano) e pakistano. La guerra in Bosnia prima
e in Kosovo, poi, consentì a Osama di impiantare in quei
Paesi ulteriori basi per alimentare il narcotraffico verso l'Europa.
Parallelamente cresceva la rete delle lavanderie, dislocate
persino in America Latina;
e)
nel 1992 Osama si trasferisce a Khartum, invitato da Hasan al-Turabi, “fratello
musulmano” e jihadista spinto. Qui collabora al progetto
di un grande califfato esteso dalla Nigeria all'Egitto; a con l’appoggio
governativo entra nei traffici di diamanti e pietre preziose: ciò che è anche
un modo di colpire gli interessi ebraici;
f)
a questo punto, se si considera che nello scacchiere internazionale
entrano in gioco anche la Thailandia, il fronte caucasico e la
gestione dei flussi migratori clandestini verso l'Europa, si comprende
la forza poderosa di una macchina, nata come apparato di difesa,14 che
non arriverà certo ad autosmantellarsi per senescenza naturale.
La sua stessa natura e rete rende difficile colpirla in modo mortale;
e le fortissime motivazioni ideologiche la spingono a perseguire
come proprio fine intrinseco la distruzione dell'Occidente. Un
fine che si avvale non solo delle forze proprie, ma anche della
efficace simpatia di Stati visceralmente antioccidentali, come
l'Iran e il Sudan, oltre che dei mai interrotti rapporti coi servizi
segreti pakistani.
Davanti
agli attentati di Madrid, ci siamo consolati perché gli
attentatori venivano da fuori. Quando due kamikaze inglesi andarono
a farsi esplodere in Israele, ci siamo consolati pensando che l'Europa
era solo una base logistica. Il 7 luglio finalmente ci siamo allarmati:
e ogni volta non abbiamo capito nulla. Ecco il commento di Omar
Bakri dopo le stragi del 30 aprile 2003 in Israele: “Sono
anni che i nostri combattenti vanno a fare il jihad in Bosnia,
in Afghanistan, in Kashmir, in Cecenia e anche in Palestina. E
vero che Asif è il primo martire britannico in Palestina.
Ma ci sono stati altri martiri britannici in Kashmir e in Cecenia.
Attualmente abbiamo dei combattenti in Iraq che continuano a lottare
contro l'occupazione americana. Per noi è un fatto naturale.
Con il martirio noi attestiamo che siamo un'unica nazione, che
abbiamo un'unica causa, e che perseguiamo lo stesso obiettivo:
la vittoria della nazione islamica”. Ecco il punto: l'internazionale
islamica del terrore. Alla globalità della minaccia
culturale dell'Occidente solo una risposta globale è proporzionata.
Ed essa oppone la sua unità e coordinazione alle nostre
divisioni intestine.
Conclusioni
Senatores
boni viri; senatus mala bestia. Certamente non sono pochi
i musulmani che la pensano come Magdi Allam, bonus vir. Ma,
anche se fossero la metà del totale,15 il problema è ben
altro ed è dato dal convergere e dalle sinergie attivate
tra strutture ideologico identitarie ed economico militari,
entrambe ramificate a livello planetario e supportato anche a
livelli governativi. Anche se formalmente questi governi non
ci hanno dichiarato guerra, la verità è che essa
non solo è in atto, ma purtroppo — non sarà breve
e ci farà pagare il fio di moltissime scelte sbagliate
e miopi. Non ultima quella della voluta distruzione dell'etica
cristiana, divenuta per l'Islam una provocazione insopportabile
(distruzione della famiglia, libertà sessuale, ecc.). “Non
abbiamo considerato la profondità e l'imminenza della
minaccia fondamentalista in casa nostra. [...] Non possiamo fingere
un'integrazione che non c'è”.16 Queste
parole, non capite a accolte quando pubblicate, sono macigni
dopo il 7 luglio. La necessità di un'autocritica vasta,
che finalmente esca da un buonismo cieco e suicida, è inderogabile.
E qui è allora da chiarire il senso teoretico e pratico
di una tale palinodia.
Uscire
dal buonismo non significa dimenticare la bontà e il dialogo,
significa invece realizzare che altro è il dialogo, e altra
la retorica del dialogo. Dialogare con i Magdi Allam è un
piacere, purtroppo non concesso da tutti i musulmani. Certo discriminare è impresa
delicata e ardua, ma dialogare con chi ha il retropensiero di islamizzarci
e di ridurci a dhimmì, semplicemente non ha senso.
Il dialogo coi musulmani moderati non solo va perseguito, ma va
incrementato e tale controparte va sostenuta in tutti i modi, anche
più di quanto si sostenne il dissenso sovietico. Ma insieme
a tali aperture occorre una politica della diffidenza e del sospetto
che stringa quanto possibile le maglie della rete, e scoraggi al
massimo la presenza in Europa degli islamizzatori. Essi
infatti sono la colonna ideologica del terrorismo: non si può combattere
questo senza contrastare quelli.
Che
fine fa, dunque, la sbandierata libertà di religione? Dove
finisce la nostra amata tolleranza? Come valutare allora la missionarietà islamica?
In effetti il nostro trauma più profondo nasce dalla delusione
che l'Islam moderato è praticamente inesistente. Tutto il
pensiero laico si fonda su un presupposto e un pregiudizio. Il
presupposto sottostimato è l'ambito di cristianità in
cui si sviluppa; il pregiudizio è che la ragione sia sufficiente
a regolare la vita civile. Ma il pregiudizio è falso, perché gli jihadisti non
sono affatto dei pazzi: essi agiscono secondo ragione e coscienza.
Semplicemente identificando un pericolo (noi occidentali) che per
noi non è tale. La ragione non basta, perché La
ragione sviluppa il rigore apodittico da presupposti anapodittici. Ecco
il punto. E la tolleranza e la libertà pervengono a tali
presupposti. Perciò ha ragione il Presidente Pera nell'auspicare
un rinnovato bagno etico, ispirato dal cristianesimo. Dialogo,
libertà e
tolleranza hanno infatti come presupposto la carità. E’ solo
a partire dal riconoscimento del ruolo fondamentativo di un tale
valore che hanno senso molte tesi e aspirazioni del pensiero laico.
Una accoglienza è e deve restare un valore, da esercitarsi
il più possibile, pur consci dei limiti imposti dalla finitezza
storica. Ma non si può accogliere tutto.
Per
entrare al banchetto occorre la veste nuziale, che dobbiamo esigere
da chi bussa alla nostra porta. Una veste che non è battesimale,
ma che subordina l'accettazione all'osservanza delle nostre leggi
e alla rinuncia di quegli impianti ideologici di cui s'è detto
(cfr note 3 e 5). Altrimenti non potremo impedire che alcune moschee,
centri di cultura islamica e circuiti di predicazione elettronica
coltivino l'odio contro di noi”.17 L'odio, appunto:
ecco il discrimine tra le forme di missionarietà compatibili
con la nostra civiltà e quelle incompatibili. Un sentimento,
l'odio, verso cui da troppo tempo mostriamo una tolleranza suicida.
Un sentimento che mina alla radice la vita sociale. Esso sollecita
perciò quella prudenza che nasce da un'autocritica sincera
e radicale: non possiamo negare cittadinanza all'odio, solo perché islamico.
Abbiamo immaginato di poter cambiare il mondo appoggiandoci al
peggiore dei veleni. È stata una follia ed è ora
di svegliarci.
Note
1 Nel
1947 Muhammad Ahmad Khalafallah, giovane docente dell'Università del
Cairo, presentò una tesi sulla tecnica narrativa del Corano.
II suo intento era di difendere il testo sacro nel suo impatto
con la modernità (per es. sosteneva che il disprezzo per
le donne rifletteva la cultura araba del tempo, ecc.). Fu allontanato
dall'insegna mento e quella lezione resta tuttora un monito. Non
a caso nel 1992 Nasr Hamid Abu Zayd, pure docente al Cairo
e in attesa di promozione, incorse in un analogo processo, con
condanna confermata in Cassazione nel 1996. Di Rushdie si
sa; Farag Foda fu assassinato in Egitto nel 1992; Mahfuz,
premio Nobel, fu pugnalato quasi a morte nel 1994, ecc.
2 Per
ulteriore documentazione, con riferimento pure alla «donna
nell'Islam», cfr. P. Vanzan F.Volpi, Le trasformazioni
sul territorio interpellano la vita consacrata, CISM, Roma
2005, pp. 321 335.
3 Ecco
il punto. E allora l'assolutismo saudita o di altri emiri, l'inferiorità giuridica
della donna e quant'altro, non sono stranezze emendabili. Sono effetti di
una causa radicale, che non si può rimuovere senza distruggere
l'Islam. Ecco perché tali stranezze sono così difese.
Perchè esse hanno un rapporto con l'identità islamica.
Ma allora quale integrazione potrà esservi? Con qualche
musulmano certamente. Ma non con l'Islam. Ecco perché il
vero problema non è tanto l'immigrazione musulmana, ma l'apertura,
in Europa, delle moschee. Ecco perché proprio qui ha puntato
i suoi sforzi politici re Feisal, che ben si guardò dal
concedere di aprire una cappellina in Arabia.
4 O.
Fallaci, La forza della ragione, Rizzoli int., New York
2004, 87.
5 È vero,
ella trascura le controspinte indotte dal tasso di crescita economica
che in Italia non è né cinese né indiano.
Ma non va escluso che tenga conto dei petrodollars, che potrebbero
finanziare anche un certo sviluppo economico accelerato delle comunità islamiche
europee, finanziare i “predicatori dell'odio”» e
quant'altro. Risultato: grande è la differenza tra immigrazione
islamica e polacca o filippina. L'immigrazione normale produce
lavoro, e consuma beni a servizi prodotti dal Paese che la accoglie.
Invece quella islamica tende a esportare Islam e a consumare Islam.
E questo non solo aprendo esercizi commerciali dove si vendono
sciarpe pakistane, ma anche aprendo banche, macellerie e Internet
Point, moschee, scuole islamiche, ecc. Anche se non si può parlare
di autocrazia islamica, vi è un modello socioeconomico di
sviluppo che è atipico, molto diverso da quello dei nostri
immigrate in America.
6 Per
ciò che diremo tra breve, la popolazione bianca più difficilmente
avrebbe potuto essere abbordata, non solo perché cristiana,
ma perché più colta. Nel 1966 Cassius Clay si chiamava
già Muhammad Alì: dunque l'islamizzazione dei neri
d'America non fu improvvisata. Fu pensata, pianificata, programmata.
Perciò dobbiamo risalire a metà del sec. XX.
7 Un
tale disegno viene da lontano, e per capire meglio occorre fare
unnoievole passo indietro. E in primo luogo va ricordato che l'Arabia
Saudita è governata da wahhabiti, ossia dai discendenti
di una setta di riformatori religiosi dei sec. XIX, il cui motto
era “solo Corano”: da qui sharîa e assolutismo
monarchico. E quando il wahhabita Feisal incontra Andreotti, il
suo programma è nitido, e strappa sospiri all'interlocutore.
Per lui la politica è al servizio della fede: non avrebbe
nessun senso una diversa visione delle cose: Feisal non dimentica
mai di essere musulmano, perché per lui esser tale viene
prima di ogni altra cosa, anche del bon ton diplomatico
che invece di pretendere aranciata vorrebbe che si accettasse, una
tantum, una coppa di champagne.
8 “La
Lega del Mondo Musulmano, di obbedienza saudita, ha finanziato
la costruzione dei grandi centri islamici di Bruxelles, Roma, Madrid,
Lione ecc.”, assicurando l'irraggiamento dell'Islam “tramite
le sue pubblicazioni” e “numerose attività missionarie
musulmane in Africa e altrove sono finanziate e animate dall'Arabia
Saudita” (M. Borrmans, “L'islam contemporaneo e i suoi
fondamentalisti radicali”, in G. Mura (ed.), II fondamentalismo
religioso, Urbaniana University Press, Roma 2003, 127).
9 E’ nella
luce di una tale strategia che si deve considerare, per es., il
progetto di Abdul Kadir Fadl Allah Mamour, presentato al sindaco
diessino di Carmagnola, di costruire in Italia la prima “città islamica”,
ossia la prima testa di ponte per una islamizzazione della vita
civile italiana. Cfr O. Fallaci, La forza della
ragione, tit., 84. Certo, una cittadella di 30.000 abitanti
alle porte di Torino cosa sarà mai, quando a Londra il londonistan
conta 700.000 musulmani? Ma è appunto questo il problema:
l'imitazione di un modello già esistente. A Rimini o Milano
vi sono vie dove la gente abbandona le attività commerciali,
per il progressivo espandersi del commercio islamico. II National
Intelligence Council ha previsto che entro il 2005 la popolazione
islamica europea sarà raddoppiata per il solo effetto della
natalità. Islamizzare è una realtà in atto,
di cui AI Qaeda è solo un modo.
10 Ciò già accade:
e non solo per le bigamie e poligamie su cui si chiude un occhio,
ma anche per le scuole coraniche illegali, non perseguite a norma
di legge: come se l'Islam creasse uno jus proprio e autogestito.
Logico allora che poi si taglino le dita a chi ruba, si accoltelli
chi tradisce l'Islam, si pratichi l'infibulazione e tutto il resto.
11 L.
Pellicani, Jihad: le radici, LUP, Roma 2004, 5.
12 Giunti
ormai al crepuscolo del 2005, c'è da chiedersi se i politici
di sinistra abbiano o no letto queste pagine, che già hanno
un anno di vita. Perché, se gli stessi intellettuali
di sinistra sono sulle posizioni di Ferrara e della Fallaci, i
politici che fanno? Forse delegittimano la loro stessa intellighenzia?
13 per
chi non conoscesse questa rivista, si tratta di una pubblicazione
del gruppo L'Espresso: in pratica uno dei più autorevoli
pensatoi di politica estera della sinistra italiana.
14 “Una
struttura di difesa nasce sempre come risposta a problemi reali
[...]; in seguito si sviluppa e si perfeziona come apparato [...]
che tende a produrre e a stabilizzarsi attorno ad un'immagine di
sé che ne autolegittima la funzione; poi, quasi una nemesi,
vive l'arroganza di voler estendere questa autoreferenziale visione
del mondo oltre i confini dei propri specifici ambiti di funzionamento
[...], rinserrandosi dentro se stessa come fosse una piccola "cittadella
del bene" assediata dal male circostante» (R. Bulzariello, II
velo di Sais, Mimesis, Milano 2005, 11).
15 È consolante
il successo giornalistico del moderato al Rashed, direttore
di AI Arabiya (cfr Magdi Allam, Vincere la paura,
Mondadori, Milano 2005, p. 176). Purtroppo il problema è che
altra cosa è non essere jihadisti, tutt'altra ritenere
il jihadismo un crimine. Per arrivare a tanto occorre reinterpretare
il Corano e dichiarare alcune sure bellicose, annullate
da altre. È a questo livello che troviamo minoranze convinte,
ma anche ferocemente perseguitate.
16 “Editoriale”,
in Limes, 2004/1, 19s.
17 Ivi,
p. 20.
Ref.: Religiosi
in Italia, CISM, n. 5, settembre/ottobre 2005, pp. 233-242.