Antonella Borghi
Insegnano i Vescovi
("Di fronte alle elezioni politiche in Nicaragua e in Honduras")


Non è chiaro se si tratti di un'emergenza alimentare transitoria o se ci troviamo di fronte a una carestia in piena regola. Sta di fatto che gli abitanti di quattro paesi dell'America centrale Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua — stanno vivendo sulla propria pelle le conseguenze di una siccità feroce, che sta dando il colpo di grazia ad almeno un milione e mezzo di contadini e braccianti, già duramente provati dal crollo dei prezzi di alcuni prodotti tipici dell'area (in particolare il caffè) e dal postumi delle molte e devastanti catastrofi naturali che si sono susseguite dal 1998 (anno dell'uragano Mitch) a oggi (è di pochi mesi fa l'ultima serie di rovinosi terremoti che hanno messo in ginocchio il popolo salvadoregno).

I commentatori più maliziosi sostengono, tuttavia, che la vera e più persistente sciagura in questa porzione di America centrale sia costituita dalle classi dirigenti e dai governi nazionali che, in un contesto di corruzione endemica e pervasiva, sono riusciti a lucrare impunemente anche sui molti milioni di dollari affluiti dalla comunità intemazionale in occasione delle recenti calamità naturali.

A due di questi quattro paesi assediati dagli spettri della disoccupazione e della fame si presenterà a breve l'occasione di modificare democraticamente il desolante panorama delle rispettive compagini governative mediante lo strumento del voto. Per il 4 novembre sono previste infatti le elezioni presidenziali e legislative in Nicaragua (cf. Regno-att. 12,2001,409), mentre l'Honduras ha programmato un'analoga tornata elettorale per il 25 dello stesso mese. E puntualmente (addirittura nello stesso giorno, il 15 agosto) le conferenze episcopali dei due paesi hanno stilato due documenti pastorali densi di esortazioni, critiche e raccomandazioni, rivolte in primo luogo agli elettori, ma perché i candidati intendano.

I vescovi del Nicaragua

Partiamo dal documento della Conferenza episcopale del Nicaragua: più che un'esortazione pastorale, sembra di avere tra le mani un piccolo prontuario di educazione civica per cittadini poco avvezzi al gioco democratico e non del tutto consapevoli delle implicazioni, delle responsabilità e delle ricadute sul futuro che la partecipazione al voto comporta. Sebbene siano passati 11 anni dalla fine del regime sandinista (1979-1990), e queste siano ormai le terze elezioni presidenziali che si tengono liberamente nel paese, i vescovi nicaraguensi sembrano poco convinti della consapevolezza democratica del loro popolo.

Prima di avviare la loro breve ma efficace elezione», essi tengono a sgombrare il campo dalle ricorrenti obiezioni circa la legittimità dell'intervento della Chiesa in questioni di politica. «La politica è un compito nobile a indispensabile, perché è la scienza che persegue il bene della società, la sua organizzazione e il suo Progresso. La Chiesa stima a tal punto la politica da considerarla la forma più alta di carità (...) Di conseguenza, e parlando nei termini più ampi, (...) vescovi e sacerdoti hanno non solo il diritto, ma il dovere di occuparsi della politica». Una volta precisato che, tuttavia, la politica attiva riguarda solo i laici, mentre preti e vescovi se ne devono tenere alla larga, il documento passa in rassegna i concetti chiave che servono a comprendere la qualità dell'organizzazione statale che definiamo «democrazia» rispetto ad altre forme di gestione del potere.

«La Chiesa guarda con favore al tipo di democrazia the consente un'oggettiva organizzazione politica dello Stato e che assicura la realizzazione del concetto cristiano di persona umana e di società». La presenza di una vera libertà di pensiero, di parola, di associazione, di movimento, di elezioni, di partecipazione e di culto è l'unico vero metro per misurare «I'efficace funzionamento della democrazia» all'interno di una società. La democrazia è un meccanismo delicato, che non può mai ritenersi acquisito una volta per tutte, «ma è un processo che continua fino a quando non si trova il modo più efficace con cui i cittadini possano esercitare i loro diritti e doveri».

La democrazia nicaraguense ha incontrato molti ostacoli sul suo cammino: «Sfruttamento dell'ignoranza degli aventi diritto al voto, tangenti, frodi, pressioni politiche ed economiche esercitate sui votanti. Questo fa si che i cittadini si preoccupino dei processi elettorali, perché alcuni candidati, una volta eletti, trovano migliaia di modi per eludere le proprie responsabilità nei confronti degli elettori, curandosi solo del proprio tornaconto personale». Non si fanno nomi, naturalmente, ma è facile intravedere un riferimento implicito (e forse anche autocritico) alle degenerazioni e ai ripetuti scandali del governo liberale e liberista di Arnoldo Alemán, eletto nel 1996 con il pieno appoggio della Chiesa cattolica dopo l'esperienza sostanzialmente positiva dell'esecutivo antisandinista guidato da Violeta Chamorro (1990-1996).

Il capitoletto successivo del documento riguarda le elezioni e la loro funzione primaria nella vita di un paese democratico. Solo un'elezione che sia frutto di una scelta libera e consapevole conferisce piena legittimità all'esercizio del potere da parte dell'eletto. «I vescovi della conferenza episcopale si legge — riaffermano che la democrazia è possibile solo all'interno di un contesto governato dalla legge e fondato su un corretto concetto di essere umano. Molti nicaraguensi ricordano ancora bene che, quando si abusa dei valori democratici, è facile cadere in forme visibili o nascoste di totalitarismo, che negano la dignità umana a tutti i livelli».

Si passa poi a descrivere come andrebbe condotta una campagna elettorale corretta, che, secondo l'opinione dei vescovi, «dovrebbe illuminare i cittadini sulle possibili opzioni politiche e sui candidati che stanno dietro a queste opzioni, al fine di assicurare una partecipazione responsabile da parte dei cittadini quando scelgono i loro leader. Nella realtà, però, ed è storia di questi giorni, non mancano i colpi bassi e le scorrettezze da parte di candidati disposti a tutto pur di vincere la contesa elettorale. «Imbrogli, manipolazioni e menzogne devono essere esclusi dalla campagna. Una campagna elettorale può essere gestita sulla base di idee, decenza ed etica. Il paese ha bisogno di ascoltare programmi elettorali che includano analisi e proposte».

La partecipazione al voto, oggetto del paragrafo successivo, «è un dovere per il cittadino e una responsabilità per il cristiano, allo scopo di promuovere un ordine più armonioso in linea con l'amore di Dio per l'umanità (...) I fedeli non possono rinunciare a un serio impegno di promozione della giustizia e del bene comune (...) I cristiani dovrebbero votare con la libertà, la consapevolezza e la coerenza che la fede richiede».

Anche l'idoneità dei candidati preoccupa i vescovi, che forniscono ai fedeli una serie di parametri per valutare il valore di un candidato, a partire dalla coerenza e dallo stile di vita in rapporto alle idee che professa, per far emergere eventuali contraddizioni e opportunismi. «In Nicaragua ci sono politici che, guidati da odio, rancori, ambizioni e interessi personali, fanno offerte a qualsiasi partito disposto a sostenerli, anche quando le loro ideologie costituiscono una simbiosi innaturale. Nemici apparentemente inconciliabili del passato oggi sono alleati». Impossibile non leggere in filigrana una pesante allusione a Daniel Ortega, già leader della Rivoluzione sandinista degli anni ottanta e oggi candidato per la terza volta alla presidenza con il Fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN), che è da undici anni la principale forza di opposizione nel paese. Ortega, da sempre inviso alle gerarchie cattoliche, non ha esitato ad accettare il sostegno di alcuni nemici giurati, ex contras ad esempio, pur di creare le condizioni per una vittoria che oggi sembra tutt'altro che improbabile, almeno a giudicare dai sondaggi, che gli attribuiscono diversi punti di vantaggio sul concorrente più diretto, il liberale Enrique Bolaños.

In conclusione, i vescovi fanno appello a diverse categorie di cittadini giovani, genitori, polizia ed esercito, preti e religiosi — perché, ciascuna per la sua parte, contribuiscano al buon esito della consultazione elettorale, chiedendo soprattutto ai media di «collaborare nell'educazione alla democrazia» fornendo un'informazione «veritiera, onesta e rispettosa della dignità umana».

I vescovi dell'Honduras

Non molto dissimile nei contenuti, ma molto più diretto nei toni è il documento pre-elettorale dei vescovi dell'Honduras, paese che solo dal 1981 è tornato a essere uno stato democratico, dopo la lunga serie di regimi militari che si sono susseguiti nel corso del XX secolo. «Il 25 novembre 2001 si terranno le prime elezioni del terzo millennio — si legge nell'incipit —. È il momento opportuno per chiederci se vogliamo continuare con le stesse pratiche politiche per un altro secolo o se ci prenderemo il tempo di interrogarci sul modo in cui votiamo. Con il nostro voto possiamo conferire il potere a un partito oppure indebolirlo. Se non vogliamo essere complici degli abusi di alcuni politici, dobbiamo votare con coscienza». I pastori della Chiesa honduregna si propongono dunque di «offrire alcuni elementi circa le implicazioni del voto per compiere scelte corrette».

Negli ultimi vent'anni, il paese ha fatto indiscutibili passi avanti sulla strada della democrazia, adottando una Costituzione che, almeno sulla carta, riconosce i diritti umani e civili della cittadinanza nella cornice istituzionale di uno stato di diritto. «Ciò nonostante, dopo due decenni di democrazia rappresentativa, vediamo che il nostro paese ha sempre un problema di rappresentanza politica», di cui i vescovi non esitano a indicare la causa: dal 1982 i partiti che si sono alternati alla guida del paese, il Partito liberale e il Partito nazionale, hanno sempre e solo rappresentato gli interessi delle classi sociali più abbienti e influenti. «In questi anni non si è affermata alcun'altra forza politica capace di acquisire il peso necessario a difendere i diritti e gli interessi della maggioranza povera», denunciano i vescovi, con il risultato che «le politiche messe in atto dai diversi governi hanno continuamente favorito i settori sociali più potenti a detrimento del popolo».

È dunque necessaria una «profonda riforma, che preveda anche cambiamenti nella legge che regola le elezioni e i partiti politici, che sono diventati più uno strumento di esclusione che di partecipazione». Occorre favorire a tutti i livelli un maggiore coinvolgimento a un più diretto controllo dei cittadini sulle attività della pubblica amministrazione, grazie anche a un processo di decentramento e municipalizzazione che, secondo i vescovi, «potrebbe dare maggiori opportunità all'esercizio della democrazia locale».

È una realtà, tuttavia, che per il momento «le pratiche politiche in Honduras, compreso il modo in cui vengono gestite le campagne elettorali, lasciano molto a desiderare». E qui il documento episcopale elenca alcune tra le principali «deviazioni e perversioni», puntando il dito contro chi decide di mettersi in politica solo per acquisire soldi e potere personale; contro chi si lascia andare in campagna elettorale a promesse menzognere, impossibili da mantenere; contro chi compra voti o li scambia con favori e favoritismi; contro chi gestisce i mezzi di informazione sostenendo spudoratamente certe formazioni politiche ed emarginando le altre.

Onde evitare i rischi della manipolazione, della demagogia, dei favoritismi e della corruzione, la Chiesa auspica un maggiore impegno per innalzare il livello di formazione dei cittadini e il loro grado di consapevolezza politica, offrendosi in prima persona di contribuire a quest'opera di educazione civica. «Il processo educativo che proponiamo mira a dare ai cittadini una chiara coscienza circa le implicazioni della scelta che faranno quando verrà il momento di dare il loro voto a qualcuno. Noi vogliamo offrire ai cittadini alcuni elementi che li aiutino a valutare i diversi candidati e i loro programmi, e a smascherare pratiche corrotte che pervertono la democrazia e abusano della buona fede delle persone».

Da una politica fondata su dinastie familiari all'interno dei partiti tradizionali, che fa leva più sulla dimensione emozionale che sui contenuti, occorre passare a «una cultura politica fondata sulla consapevolezza. Non si può continuare a farsi condizionare dal passato, ma ci si deve aprire a nuove idee, nuove proposte e nuove opzioni per il futuro». L'invito finale dei vescovi è dunque rivolto «a tutti gli uomini e a tutte le donne dell'Honduras perché sognino una patria in cui tutti possano vivere secondo la sacra dignità dei figli di Dio, e affinché lavorino per realizzare i sogni del loro cuore».

Ma i sogni degli honduregni sembrano rivolti altrove. A fronte di circa 6 milioni di abitanti che sopravvivono in patria, almeno 600.000 sono espatriati verso gli Stati Uniti, e ogni anno 35.000 nuovi emigranti abbandonano il paese per inseguire quello che anche in Centroamerica viene definito «il sogno americano». Solo uno su dieci, però, arriva felicemente alla meta. Secondo la denuncia della Caritas locale, la maggioranza incappa nelle maglie della criminalità organizzata e del racket della prostituzione. Ma la carestia che incombe e i 660 dollari di reddito annuo pro capite (in Nicaragua sono meno di 500, secondo stime di cinque anni fa) non lasciano molta scelta, e la fiducia dei cittadini nella possibilità di un cambiamento politico ha da tempo lasciato il posto alla diffidenza e alla disillusione.

Ref.: Il Regno (Quindicinale di attualità e documenti), anno XLVI, n. 889, 15 ottobre 2001.