Carlo Buzzetti
La traduzione della Bibbia nella missione della Chiesa


Un fatto antico e moderno, la traduzione della Bibbia, è considerato in questa monografia nella prospettiva dell'impegno missionario: "comunicazione della fede". Il lettore che scorre l'indice — perplesso — può forse pensare: "Ma qui si parla soprattutto di episodi del passato e superati (i Settanta, la Vulgata, la Bibbia di Lutero): sono ancora interessanti per noi oggi? E si parla di una traduzione italiana moderna "in lingua corrente" (la TILC) che non è ufficiale per la liturgia cattolica ed è estranea ai catechismi: interessa davvero la nostra "comunicazione della fede?”. Poi si descrivono traduzioni latinoamericane, africane e asiatiche della Bibbia, ben lontane da noi: a chi di noi interessano davvero? Perciò la monografia ha bisogno di un'introduzione che sia capace di chiarire queste perplessità.

La organizzo in tre punti:

a) gli interrogativi di chi guarda l'indice;
b) una premessa panorama;
c) una ripresa di a), con le risposte.

Quindi consiglio di procedere in quattro tappe:

  in una prima tappa, leggere la parte a) che descrive le probabili perplessità iniziali;
  in una seconda, leggere la parte b) che è una sintesi premessa indispensabile per comprendere gli articoli e per valutare anche traduzioni bibliche successive;
  in una terza, leggere gli articoli del fascicolo;   infine, leggere la parte c).

Alcuni interrogativi aperti

Circa i LXX, la Vulgata e la Bibbia di Lutero, uno pensa innanzitutto alla ‘debolezza' che li rende ormai superati. Per vari motivi.

Primo, la base o testo di partenza: i LXX hanno preso degli originali in lingua ebraica, ma non delle edizioni critiche, per cui i loro risultati spes­so sono criticamente poco affidabili; Girolamo ha conosciuto delle basi — ora ebraiche, ora greche — ma le ha seguito con non rigida coerenza, men­tre i moderni hanno basi migliori e vogliono essere più coerenti; Lutero e i suoi collaboratori non avevano le minuziose edizioni critiche di cui di­spongono i moderni.

Secondo, date le loro conoscenze di traduttologia (o scienza del tradurre), le loro traduzioni sono da considerare imprese ammirevoli per gli esiti globali, ma non sempre per i singoli punti; oscillano tra il modello della traduzione letterale e quello della quasi parafrasi; a volte sono pesantemente legati all'imitazione della forma linguistica originaria, a volte riproducono il significato originario con disinvoltura, modificando molto la forma.1

Terzo, per il tipo di comunicazione: quegli autori hanno voluto comunicare meglio la Bibbia a nuovi destinatari (di lingua e cultura greca ellenista, o antico latina, o tedesca del '500); ma sono stati legati a situazioni diverse dalla nostra, non più imitabili direttamente; quindi, perché qui si ripropongono ancora? Non è ovvio che la lontananza di tempo influisce sulla rilevanza di una traduzione?

Circa la TILC, a qualcuno essa sembra poco fedele, perché imita poco la forma originaria; molti pensano che una traduzione sia fedele soltanto se imita la forma originaria il più possibile; la TILC invece è sbilanciata verso il riproporre il significato originario, anche a costo di modificare motto la forma. E se non ha quella fedeltà, perché parlarne qui? Qualcuno, addirittura, dubita che la TILL sia motto seria, e pensa: la comunicazione della fede può poggiare soltanto su una traduzione biblica più sicura! Inoltre: in lingua italiana vi sono già varie traduzioni diverse e la loro compresenza è già faticosa, è un inconveniente; perché hanno fatto nascere ancora un'altra traduzione?! Inoltre, la TILC è troppo legata a un linguaggio che ha poche probabilità di durare a lungo; e forse nasce come compromesso — discutibile e poco meditato — tra confessioni. Infine: se non è accolta dai vescovi cattolici per l'uso ufficiale, nella liturgia e nella catechesi, vuol dire che ha grossi limiti. Quindi, perché interessarsene qui?

Circa la Bibbia Latinoamericana e le altre traduzioni (giapponesi, cinesi, camerunesi...), sembrano fenomeni legati a situazioni particolari, estranee per chi è di altri ambienti. Qui e ora, ci interessano davvero? Quale autorevolezza hanno per noi?

Un panorama previo

Alcune considerazioni ampie e generali hanno lo scopo di aiutare a leggere i vari articoli. Tre sono i punti principali: perché si deve tradurre la Bibbia; come si deve/può svolgere questo impegno; quali stimoli particolari abbiamo noi oggi.

Perché la traduzione della Bibbia deve continuare

Non pochi temi, di rilevanza teologica, sono connessi alla traduzione biblica. Sono delle premesse o delle implicite conseguenze. La parola di Dio non è opzionale: chi traduce la Bibbia e usa le sue traduzioni crede che la Bibbia, la forma scritta della parola di Dio, sia il punto di riferimento normativo per la fede e l'interesse di moltissimi. La parola di Dio è sempre viva e pertinente: tradurre la Bibbia è passaggio obbligato per aiutarla a farsi incontrare a nuovi destinatari, per attualizzarla e applicarla.2 La parola di Dio deve essere sempre accessibile: si traduce la Bibbia per aiutare nuove persone a incontrare la Parola. All'origine ha agito Dio stesso: ha ispirato profeti, sapienti, evangelisti e apostoli e li ha mossi a scrivere i suoi messaggi in parole umane; e in seguito, ha voluto aver bisogno di collaborazione umana, per prolungare l'originario rivestimento linguistico, estendendolo ad altre lingue. La rivelazione deve raggiungere tutti i suoi destinatari: la forma scritta della Bibbia non è la rivelazione totale ed esclusiva della parola di Dio, ma ha un ruolo centralissimo e per tutti; affinché la sua destinazione universale possa realizzarsi, sono necessarie molte buone traduzioni bibliche; quindi ora la rivelazione procede sulla via di una tradizione di traduzioni. Il modello dell'incarnazione deve continuare: è il grande modello del rapporto tra Dio e il mondo.

La Parola si esprime sempre in parole umane e vi si incarna. Per continuare ad estendere quel movimento a tutte le persone di ogni tempo e luogo, è necessaria la predicazione del Vangelo, tradotto per incarnarsi. Si deve realizzare il movimento della missione: all'origine, gesti e parole di Dio hanno coinvolto soltanto poche persone. Ma destinatario della salvezza è l'intero mondo, di ogni tempo. La salvezza può raggiungere tutti soltanto grazie alla mediazione di chi l'ha già incontrata, cioè attraverso la missione. Tradurre la Bibbia è un modo concreto di realizzare il compito umano della missione. Per una concreta forma di inculturazione: questo tema pastorale generale e centralissimo indica quale deve essere la modalità globale di ogni intervento umano, imitando le iniziative di Dio stesso (il quale si è fatto capire); anche in seguito la Parola deve essere sempre formulata in modo da essere compresa entro coordinate culturali il più possibile analoghe a quelle originarie.

La traduzione biblica prolunga un atteggiamento biblico originario, che è un fatto vistoso, innegabile: in ogni ambiente ed epoca, della storia ebraica o cristiana, la Bibbia, affinché possa diventare oggetto di comunicazione sempre più ampia, viene conservata e linguisticamente trasformata.

All'origine, che volto linguistico ha la Bibbia Antico Testamento? Domina la lingua ebraica, ma non è esclusiva: il canone biblico dei cristiani cattolici e ortodossi contiene pagine nate in greco (2 Maccabei, Sapienza e forse altre); nell'insieme, la forma più antica dei libri biblici "deuterocanonici" ci è nota soltanto in greco. Per i cristiani dei priori secoli la traduzione biblica greca dei LXX è la fonte del loro conoscere e accogliere le parti della Bibbia che non sono nel canone ebraico. Per moltissimi di loro — compresi numerosi Padri — quella fu di fatto la Bibbia. L'idea che i LXX siano soltanto una traduzione, oggi è messa in dubbio da molti. L'analisi sempre più attenta e sistematica delle differenze tra testo ebraico masoretico e testo greco, unita alla considerazione del significato globale dell'antica forma greca, hanno portato a riconsiderare le cose in maniera diversa. In tempi moderni, molti (ad es. il grande studioso Barthélemy) dicono çhe i LXX sono una realtà " ispirata" e che la forma originale dell'AT è un complesso duplice: come due colonne parallele, forma ebraica più forma greca. Sempre più si sottolinea un punto: il fenomeno linguistico del tradurre non si realizza soltanto dopo la nascita della Bibbia, ma è già interno ella sua esistenza iniziale.

E il Nuovo Testamento? Tutti i suoi scritti sono in lingua greca. Nel com­plesso anche studiosi molto esigenti riconoscono che il NT riferisce in greco parole e fatti di persone la cui lingua originaria era diversa. All'ori­gine Gesù e gli evangelisti si sono espressi soprattutto in aramaico; ma presto le loro parole o le loro narrazioni sono state riformulate in greco per poter essere diffuse nel mondo di lingua e cultura ellenistica. E così nasce il NT: non è solo un passaggio dal livello orale a quello scritto, ma anche un passaggio da una lingua a un'altra, in concrete condizioni e secondo certi modelli. Ciò equivale a dire che il NT nasce già tradotto!

Così un certo tipo di traduzione è intrinseca alla stessa nascita del NT. Per noi qui risulta importantissimo notare che lo stesso NT è un esempio di come si può e si deve tradurre il messaggio evangelico.

Tradurre la Bibbia è una tradizione costante per i cristiani, a partire dai primi secoli e poi sempre in seguito.3 Le traduzioni antiche ci appaiono come episodi di incarnazione delle parole di Dio scritte in parole umane e, in prospettiva pastorale e missionaria, prolungano la prima incarnazione. Prolungano sia l'atteggiamento del Signore dell'AT, sia quello di Gesù stesso (il quale ha parlato la lingua usata dalla sua gente), sia quello degli apostoli (che hanno diffuso il vangelo usando le risorse espressive dei loro destinatari). In seguito hanno fatto così i loro successori, i Padri della Chiesa. Quindi è un vero paradigma.

Circa il tradurre esiste un' alternativa drastica.4 La domanda radicale è questa: si deve continuare a tradurre la Bibbia, oppure no? Una risposta negativa implica un programma pastorale come questo: allora occorre insegnare all'insieme del popolo di Dio l'ebraico e il greco, necessari per accostare la Bibbia. Ma poiché ciò è impraticabile, bisogna prendere sul serio la possibilità di una risposta positiva. E questa, pur tra molte discussioni e incertezze, lentamente si è imposta.

Ma spesso si è ribadita anche un'idea decisa: "I testi originari della Bibbia sono ispirati, mentre le traduzioni no". Ancora oggi quest'idea è forse la maggiore responsabile "teologica" del fatto che si dà poca importanza al tema della traduzione della Bibbia. Tuttavia in proposito esistono delle posizioni più sfumate, meno radicali. Alcuni dicono: le traduzioni bibliche non sono ispirate in senso diretto ma lo sono "in senso analogo", "mediatamente" ed "equivalentemente", nella misura, cioè, in cui rispecchiano la realtà originaria.5

Alla domanda: che è e a che cosa ‘serve' l'ispirazione dei testi biblici, in genere si risponde: essa è un'iniziativa di Dio nel suo piano di salvezza; è una garanzia che assicura autorità massima alla Bibbia; ed è presente là dove la Bibbia esiste. Ma per la grandissima maggioranza delle persone che possono incontrare la Bibbia soltanto usando una traduzione, dov'è e come agisce l'ispirazione? Per loro, direttamente, essa non esiste? È un dono e un vantaggio soltanto per i pochi che conoscono bene l'ebraico e il greco biblico? Per tanti aspetti, le discussioni teologiche sono tuttora molto aperte.6

Come si deve   si può   svolgere quell'impegno

Ogni traduzione possiede una radicale ambiguità. "Tradurre significa servire due padroni" (Rosenzweig). Qualcuno pensa: ogni traduzione della Bibbia è infedele (più o meno) e la migliore traduzione è quella meno infedele delle altre.7 Ma si tratta di un pensiero confuso. Meglio dire: ogni traduzione è diversa per grado e per tipo di fedeltà. Può essere più o meno fedele, e fedele in un modo o in un altro (tutti parziali). Nessuna traduzione può incorporare in sé tutta intera la fedeltà. Per giudicare una traduzione bisogna verificare se essa possiede il tipo di fedeltà adatta al caso concreto, quindi se è in grado di favorire un fruttuoso incontro con la Bibbia.8 Per farlo, bisogna saper individuare le sue caratteristiche.

Quale fedeltà? Per esser buona una traduzione biblica deve essere fedele, cioè deve riflettere il testo di partenza in modo da farlo conoscere a nuovi destinatari come l'ha conosciuto chi l'ha incontrato alle origini.9 Il grado della sua fedeltà dice quanto, grazie ed essa, la Parola sia di nuovo presente. Ma esistono diversi aspetti della fedeltà che non sono realizzabili allo stesso tempo in un'unica traduzione. C'è la fedeltà all'origine, per cui il traduttore deve prima di tutto capire (sarebbe assurdo voler tradurre un testo non compreso). ll testo originario è un insieme di significati rivestiti da precise forme linguistiche. Certi traduttori si fermano non appena essi hanno capito; e producono una traduzione solo per loro, utilizzando forme linguistiche familiari a loro o a gente che possiede una competenza storico letteraria simile alla loro. Allora la traduzione che essi fanno nascere è di tipo letterale, fedele alla forma, o di imitazione formale.10

C'è una fedeltà alla tradizione, per cui il traduttore non si ferma e capire che cosa il testo "significava", ma esamina anche che cosa esso "ha significato" e "significa". Il tradurre realizza una nuova presenza del testo. Conoscere bene un testo implica conoscere anche la sua storia, i tempi, i luoghi e i modi della sua esistenza; ora, tra testo originario e lettore attuale non c'è il vuoto, ma una catena di varie presenze. Il tradurre la Bibbia realizza una nuova presenza, un nuovo anello di quella catena. Il traduttore che vuole attivare una nuova presenza, deve conoscere le presenze precedenti.

E c'è la fedeltà ai destinatari, perché il tradurre non consiste solo nel travaso di qualcosa, ma anche nella comunicazione a qualcuno; non è solo un passaggio da una lingua a un'altra, ma anche trasmissione di messaggi da una persona a un'altra. Una traduzione rivolta a destinatari diversi dal medesimo traduttore è fedele per loro se fa capire e loro il messaggio originario. Le traduzioni bibliche per studiosi presuppongono l'abile tensione di chi sa uscire dal proprio mondo ma le altre traduzioni sono a servizio delle effettive risorse dei destinatari. Qualcuno obietta: "Una fedeltà ai destinatari è inconciliabile con una fedeltà alla fonte". Ma ciò non è sempre vero.11

Sapere che esistono varie possibilità, o vie, è necessario. Chi realizza una traduzione biblica, pur buona, deve sapere che compie non tutto quanto è attualizzabile in quel campo, ma soltanto una delle varie possibilità. Le vie, molteplici, sono principalmente di due tipi. A volte, il produrre soprattutto un'imitazione delle forme originarie (espresse nella lingua di partenza), rivestita di altre forme, secondo le risorse della lingua di arri­vo. Altre volte, il produrre soprattutto un equivalente del significato di partenza.12 Quale via scegliere? Una chiara consapevolezza è importan­tissima anche per chi deve valutare e/o scegliere traduzioni esistenti. Tut­ti seguono in prevalenza l'uno o l'altro modello; ma in pratica i modelli sono moltissimi, dal momento che spesso si realizza qualche mistura del­ le due vie. Ma perché si fa una mistura? Per scelta o per compromesso?

Le traduzioni che fanno una scelta precisa stanno decisamente su un solo versante: hanno dei limiti molto evidenti ma una coerenza forte. Allora è chiaro per che cosa esse sono utili. Quelle che fanno un compromesso (le più numerose!) hanno dei limiti meno evidenti e una coerenza più scarsa; allora è meno facile capire a che cosa sono utili.13 Pastori e teologi devo­no poter arrivare a capire quale tipo di servizio una traduzione può rende­re alla Parola e ai suoi destinatari.

I limiti, l'uso/confronto e una formula

Ogni traduzione realizza solo in parte — cioè lungo una sola delle due vie — il compito di riprodurre e prolungare l'esistenza del testo originale. E, per non ingannare i suoi destinatari, dovrebbe indicare chiari i propri limiti. L'esigenza di conoscere quei limiti non è solo pastorale, ma anche teorica e teologica; deve essere sempre possibile sapere se e quanto una traduzione biblica serve o non serve a ripresentare la Parola. La via migliore per comprendere la Bibbia consiste nel confronto di traduzioni differenti; il motivo di base — già noto — è semplicissimo: ogni traduzione può essere fedele al testo originale soprattutto per alcuni aspetti, ma inevitabilmente ne trascura altri o compromette la loro comprensione; e chi combina traduzioni diverse, può sommare vari esiti. Quindi ecco una formula preziosa: bisogna sempre evitare di voler stabilire se una traduzione "è buona o fedele" in se stessa; invece, si deve stabilire se "è buona o fedele per" (cioè per certe persone e per un certo uso).

I NOSTRI STIMOLI PARTICOLARI DI OGGI

Perché si traduce la Bibbia? Con il cambiare dei tempi, variano le motivazioni concrete. In passato sembra essere stata prevalente la motivazione dell'impegno missionario, e moltissime traduzioni sono sorte proprio per favorire la crescita e l'espansione delle comunità cristiane.14 Nei nostri tempi le motivazioni sono spesso un po' diverse. Qui consideriamo tre aree di stimoli che favoriscono lo sviluppo della traduzione della Bibbia: le giovani Chiese; il clima ecumenico; l'evoluzione dei criteri esegetici.

Le giovani Chiese: incarnazione, accessibilità, diffusione della Parola

Hanno l'impegno di promuovere nel loro mondo la presenza della parola di Dio scritta. La loro tradizione biblica è ancora poco robusta, poco incarnata. Per irrobustirla fanno in modo che la Bibbia sia sempre più immersa anche nel loro ambiente, fino e diventare un riferimento abituale.

E la Bibbia può diventare un riferimento classico soltanto se è incarnata, cioè se diventa un testo ben conosciuto, citato da scrittori, riprodotto da artisti, apprezzato anche da non cristiani.

Innanzitutto la Bibbia deve diventare familiare tra i credenti e per loro; deve incarnarsi nelle loro esistenze, diventare nutrimento quotidiano, esser desiderata come fonte di luce e di forza; deve essere oggetto centralissimo dell'istruzione religiosa, invadere la liturgia e alimentare le preghiere. Senza diventare un oggetto banale, la Bibbia deve risultare molto accessibile; e la sua accessibilità reale si misura come comprensibilità e come possibilità di acquisto.

Per la sua comprensibilità, la Bibbia deve essere tradotta nella lingua viva, quella effettivamente compresa e familiare ai concreti destinatari (pur essendo corretta, dignitosa, pregevole). Per poter essere posseduta da molti, la Bibbia deve poter essere disponibile attraverso traduzioni/edizioni economiche, proporzionate alle risorse anche delle persone piuttosto povere. Le giovani Chiese sono particolarmente interessate a diffondere una Bibbia con tali caratteristiche letterarie ed economiche.15

Il movimento ecumenico: la Bibbia come patrimonio comune

Le Chiese che camminano verso la ritrovata unità maturano anche mediante il lavoro della comune traduzione della Bibbia. Il movimento ecumenico è costituito anche da incontri di confronto circa il modo di intendere la Bibbia. La cooperazione biblica interconfessionale è un fenomeno recente nella storia dei cristiani (le Società Bibliche erano interconfessionali nelle intenzioni originarie, ma di fatto sono maggiormente interconfessionali soltanto negli ultimi decenni del XX secolo). Dopo le grandi divisioni — scisma oriente occidente nel sec. XI; crisi protestante nel sec. XVI — pochi e molto parziali sono stati gli episodi di collaborazione con la Bibbia al centro. Le traduzioni bibliche interconfessionali sono una novità. Il movimento ecumenico è un grande stimolo verso la produzione di traduzioni bibliche, soprattutto per tre motivi: perché incrementa il desiderio di conoscere direttamente la Bibbia; perché vuole ristabilire la condizione originaria di tutu i cristiani di fronte alla Bibbia; perché tende a manifestare l'unità che già esiste.

Un incontro tra cristiani di confessioni diverse può creare una presa di coscienza circa la scarsa familiarità con la parola di Dio scritta nella Bibbia.16 Lì può nascere un invito a incontrare di più e a comprendere meglio le pagine bibliche, come: "Tu devi conoscere meglio la Bibbia; devi leggerla più spesso". Inoltre il movimento ecumenico può far sorgere un sospetto: forse troppo frettolosamente o superficialmente molti hanno pensato/detto che nelle nostre Chiese e comunità vi sono molte diversità di interpretazione della Bibbia, e quindi è logico che ogni gruppo cristiano abbia una sua traduzione biblica ... (Così sono sorte una "Bibbia cattolica", una "Bibbia protestante" o una "Bibbia ortodossa"). Il che non è del tutto sbagliato, ma lascia in ombra un fatto ben più importante: anche dopo le crisi maggiori, nessuna corrente cristiana ha mai posto in dubbio la centralità decisiva della Bibbia per la sua fede; tutti hanno sempre riconosciuto che fin dall'origine il legame fede Bibbia è nel cuore stesso della spiritualità cristiana. I credenti di ogni epoca e ambiente pongono la parola di Dio alla base della loro fede, anche se mediante forme e con accentuazioni diverse, e lo fanno vedere (basta guardare il rispetto per la Bibbia nei momenti della liturgia o del culto).

Il movimento ecumenico tende a ripristinare la condizione originaria: la ­parola di Dio scritta è una, anche se è posta di fronte a comprensioni differenti. Si parte dalla convinzione che le differenze, pur reali, non sono né globali né fatali. I cristiani possono tradurre la Bibbia insieme, sia perché nella stragrande maggioranza dei casi in essa colgono i medesimi significati, sia perché anche nei casi di comprensioni diverse il testo può rimanere identico. Le differenze tra cristiani sono molto radicate in di­verse interpretazioni della Bibbia, ma non lo sono mai in diverse forme della Bibbia.17

E il movimento ecumenico promuove la traduzione della Bibbia in quanto promuove la collaborazione dei cristiani. La estende anche al produrre insieme le nuove forme che la Bibbia richiede di avere proprio per compiere nuove tappe della sua incarnazione: le traduzioni bibliche interconfessionali.18

Il metodo adottato per comprendere la Bibbia

Lo sappiamo: ogni traduttore deve sempre, prima di tutto, capire; sarebbe assurdo il proposito di tradurre un testo non compreso! Quindi anche ai traduttori interessa sapere quali siano le vie della corretta comprensione.

Nell'ultima parte del XX secolo si è diffusa una certa crisi dell'approccio moderno più classico (storico critico) a favore di altri approcci più attenti ad aspetti linguistici ed esistenziali. Sempre più quell'approccio classico è visto come portatore di letture tecniche e scolastiche poco attraenti, supe­riori alle risorse dei più, e magari un po' noiose. Metodi e approcci diversi, spesso preferiti, presentano anche qualche nuovo pericolo (soprattutto la tendenza verso una considerazione frettolosa del livello originario). Ma hanno molti aspetti positivi. Tra i maggiori, questo: il lettore è invitato a comprendere non soltanto le cose del testo, ma anche le persone coinvolte attorno ad esso: l'attenzione alle persone non è solo un eventuale e facoltativo supplemento alla ricerca del significato, ma è rivolta al significato stesso. Lì si dice che il significato è più nel testo che del testo; non è esclusivamente della cosa testo, ma anche e soprattutto delle persone. Da una parte, il metodo storico critico suggerisce: il significato dipende quasi soltanto da una persona (l'autore, con la sua intenzione). Dall'altra, molti approcci diversi dicono: tutte le persone coinvolte nella stona del testo contribuiscono veramente all'effettivo significato del testo.

Per qualcuno i recenti approcci possiedono un altro notevole e affascinante vantaggio: suggeriscono delle procedure accessibili. Il classico metodo storico critico sembra dire che, accanto agli studiosi, solo le persone di cultura piuttosto alla possono incontrare direttamente il significato della Bibbia e gli altri devono dipendere da loro. I più recenti approcci, invece, sembrano indicare una prospettiva meno discriminante e più ‘democratica'. Quell'impressione è un po' illusoria, ma ha qualcosa di vero; alcuni approcci non richiedono che ogni lettore possieda le competenze più sofisticate, almeno per i primi passi, anche i principianti possono leggere il testo direttamente, per cercare di capirlo. Quindi quegli approcci favoriscono la richiesta di copie della Bibbia, soprattutto delle sue traduzioni. Nell'insieme pare corretto dire: questa è la fine di un monopolio. Da quando, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, la Bibbia è ampiamente nelle mani anche di persone di cultura media, tramonta l'idea che la cultura alta sia un prerequisito sempre necessario. Qualcuno arriva a esclamare: è un'alternativa radicale! Altri, più corretti e realisti, rispondono: no; la fine del monopolio non significa eliminazione totale; inizia ora, invece, una necessaria convivenza di metodi e approcci tra loro integrativi.19 Allora si capisce: diversi tipi di traduzione sono tutti legittimi; e molti sono quelli che possono condurre a risultati buoni perché utili. Anche questo è un forte stimolo verso nuove traduzioni bibliche.

Una certa consapevolezza della storicità della storia della salvezza è necessaria anche a livello di persone poco colte. Cioè i risultati del metodo storico critico sono sempre da divulgare, anche tra chi si accosta alla Bibbia soprattutto per meditare e pregare. Quindi sono ancora necessarie le traduzioni bibliche ‘dotte' (in edizioni ricche di sussidi dettagliati: introduzioni, note, rimandi, appendici, tabelle di fatti e usi e costumi, carte geografiche, glossario, concordanze, ecc.).

Le traduzïoni bibliche debbono esser preparate non solo per tipi diversi di destinatari ma anche per diversi tipi di utilizzazione: lo studio o la meditazione o la preghiera. È superficiale l'idea che un'unica traduzione possa essere buona per tutto.20 Molti pensano: una traduzione senza sussidi fa nascere una Bibbia per la lettura o per la preghiera; mentre una traduzione con molti sussidi fa nascere una Bïbbia per lo studio. Non pare esatto: spesso una Bibbia per la lettura e/o la preghiera presenta una traduzione molto poco adatta allo studio, e viceversa. Non sempre i sussidi bastano. Per cui in pratica prevale la scelta di soluzioni intermedie, più realistiche. E chi segue soprattutto il modello IF, non lo segue radicalmente (e la traduzione può finire in edizioni che persone di cultura storico letteraria medio alta possono usare per meditare o pregare). E chi segue soprattutto il modello ES, non lo segue radicalmente (così la traduzione può finire in edizioni che persone di cultura storico letteraria medio bassa possono usare anche per studiare). Quindi una "Bibbia per lo studio" per qualcuno vale anche come "Bibbia per la lettura" o "per la preghiera"; e una "Bibbia per la lettura" o "per la preghiera" per qualcuno vale anche come "Bibbia per lo studio". Ma l'esperienza insegna: senza una specifica preparazione, quelle strade possono risultare confuse.

UNA RIPRESA, CON RISPOSTE

Dopo aver letto fin qui, il lettore che ha seguito le nostre indicazioni, sarà andato a leggere gli articoli sul tema, e potrà averli compresi superando la suggestione paralizzante degli interrogativi iniziali. Perciò riprendiamo ora, in sintesi, quegli interrogativi, ma accompagnandoli adesso con le risposte ormai possibili.

Degli articoli circa LXX, Vulgata e traduzione di Lutero si diceva: quegli episodi hanno varie ‘debolezze'; gloriosi o importanti allora, ora sono superati: per il testo originale di partenza; per non disporre di edizioni critiche; per immature riflessioni di tipo linguistico; per scarse conoscenze circa il comunicare. Ma ora, grazie al punto (b) il lettore dovrebbe aver compreso meglio: quelle debolezze sono innegabili, ma qui quegli antichi episodi sono ripresentati non per suggerire di ripeterli ancora oggi esattamente, considerando i loro risultati come sempre validi. Proporzionalmente alle loro risorse, nell'insieme essi hanno operato in maniera mirabile, esemplare; e sono da imitare nel senso più ampio e più profondo del termine. Essi fanno capire quanto influente possa essere una traduzione biblica: sulla liturgia di tutti, sulla teologia, sulla meditazione, sulla preghiera; in un certo ambiente essa può diventare la Bibbia per quasi tutti (salvo i pochissimi che conoscono le lingue originarie). Traduttori e lettori di oggi possono aver capito l'idea generate: una traduzione biblica può essere, nell'insieme, di qualità molto alta.

Però il suo valore non deve essere misurato solo dagli studiosi, ma anche dalla prassi delle comunità cristiane: le liturgie che la incorporano, i fedeli che la pregano, i pastori e i maestri che la diffondono, le Chiese che la dichiarano ufficiale per i loro impegni più solenni.

Della TILC si diceva nel punto (a): sembra poco fedele, riproduce troppo poco l'originale. È quasi ossessiva nel voler comunicare sempre agevolmente il significato originario, anche a costo di sconvolgere la forma. È troppo fragile per comunicare la fede. Le sue diversità possono creare confusione tra i lettori della Bibbia. Pare poco seria: forse è troppo legata a un linguaggio effimero; forse nasce da compromessi discutibili. Non è ufficiale per i vescovi, ecc.

Ora, grazie al punto (b) il lettore dovrebbe aver compreso che la TILC non si propone come alternativa ma come integrativa; che i suoi pregi e vantaggi non sono generali, ma limitati a certi destinatari (quelli con una cultura storico letteraria non molto alta) e a un certo tipo di utilizzazione della Bibbia (la lettura o la meditazione o la preghiera privata, individuale o di gruppo, soprattutto in contesti interconfessionali; non lo studio raffinato o i momenti liturgici ufficiali); che la TILC è particolarmente apprezzabile nel confrontare traduzioni tra loro diverse.

Circa la Bibbia Latinoamericana e traduzioni bibliche in lingue di modesta rilevanza internazionale, in (a) si diceva: sembrano legate a una situazione limitata e forse poco durevole, poco rilevante per lettori di altre aree linguistiche e culturali. Interessano poco la comunicazione della fede da parte di persone di oggi del nostro ambiente, ecc. Ora il lettore dovrebbe aver compreso: quelle traduzioni non sono ripresentate e noi solo per il loro valore intrinseco, ma soprattutto per il loro valore emblematico. alla domanda "Perché la Bibbia viene tradotta sempre di nuovo?" esse rispondono: Perché si deve fare; la parola di Dio scritta è continuamente viva e pertinente, quindi deve essere sempre accessibile; la rivelazione deve raggiungere tutti i suoi destinatari; il modello dell'incarnazione delle Parola deve continuare; la missione deve andare avanti con sempre nuova "inculturazione". Quegli esempi mostrano come la traduzione si realizzi in maniere sempre un po' parziali, limitate e sono istruttivi anche nei loro limiti, perché indicano dei punti da evitare o superare.

Alcuni di quegli episodi concreti mostrano anche l'atteggiamento tipico delle giovani Chiese, oppure l'influsso del clima ecumenico, oppure le conseguenze di un atteggiamento esegetico non classico.

In sintesi: le antiche traduzioni bibliche greca, latina e tedesca illustrano bene il perché e il come del continuo tradurre la Bibbia; la TILC mostra che cosa si può fare traducendo in un contesto interconfessionale/ecumenico; la Bibbia Latinoamericana fa vedere come una traduzione sia a servizio di certi concreti destinatari; le altre traduzioni sono per noi degli esemplari rappresentativi che indicano quanto è avvenuto e sta avvenendo nelle giovani Chiese.

 

Note

1 È vero che incoerenze analoghe sono anche in quasi tutte le traduzioni moderne, ma chi potrebbe dire che quelle antiche traduzioni sono dei modelli perfetti, in tutto validi ancora oggi?
2 Notiamo: non per dare attualità pertinente a un testo che non la possiede, ma per renderla evidente e operante; altrimenti rimarrebbe nascosta o paralizzata.
3 Cf. in parte C. Buzzetti, La Bibbia e la sua traduzione, LDC, Leumann (TO) 1993; cf. i saggi in Ph. Stine (a cura), Bible Translation and the Spread of the Church, Brill, Leiden 1990.
4 Ne ha discusso persino un concilio (Trento, XVI secolo) immerso nel clima del suo tempo e con esiti per tanti aspetti non molto felici; cf. La Bibbia e la sua traduzione, pp. 18 31.
5 Cf. ad esempio C.M. Martini P. Bonatti, Il messaggio della salvezza. Introduzione generale, LDC. Leumann (TO) 1972, p. 86.
6 Circa l'idea dell'ispirazione dei LXX: cf. M. Cimosa, Guida allo studio della Bibbia greca (LXX), SBBF, Roma 1995, pp. 17 19.
7 È sin troppo noto un detto, ripetuto superficialmente e vero solo in parte: "Traduttore traditore". Circa la tentazione confusa di voler fare "una classifica" e l'atteggiamento migliore da adottare (capire quale tipo di fedeltà è lì attuata e verificare se essa è adatta ai concreti destinatari), cf. La Bibbia e la sua traduzione, cap. V, e il mio libretto Come scegliere le traduzioni della Bibbia, Leumann (TO) 1997. capp. 6.7.8.
8 Ad es. una può essere molto fedele dal punto di vista filologico, ma risultare infedele per un uso pastorale catechistico.
9 Per la precisione, bisogna dire che un'equivalenza assoluta non è mai possibile; ciascuna traduzione ha dei limiti (vedi qui sotto). Ogni lingua ritaglia, organizza e collega forme e significati in una maniera che spesso non coincide con la maniera attiva in un'altra lingua o sistema linguistico. Per cui il tradurre attento a imitare soprattutto le forme a volte compromette la diretta comprensione dei significati originari e viceversa. Inevitabilmente.
10 O di modello "IF". Per "modello IF/ES" (= "equivalenza formale / semantico funzionale") cf. il mio Traduzione e tradizione, cap. III, p. 97.
11 Per la necessaria combinazione di due fedeltà cf. ABI. Esegesi ed ermeneutica. Atti XXI Settimana Biblica (1970), Paideia. Brescia 1972; in particolare cf. le parole di Paolo VI (le ho riportate in Bibbia per noi. Leggere, attualizzare, comunicare. Queriniana, Bre­scia 1997, pp. 144 145). Circa la traduzione come comunicazione cf. J. De Waard  E. Nida, From One Language to Another, Nelson, Bashville 1986, cap. l: Translating is Communicating; B. Hatim I. Mason, The Translator as Communicator, Routledge, New York 1997.
12 Per i due tipi/modelli (IF o ES ) vedi la precedente nota 10. Ogni volta il messaggio originario, espresso nella lingua di partenza, poi è comunicato mediante un secondo messaggio, espresso nella lingua di arrivo. Forma e significato sono un po' uguali e un po' diversi; come In IF la forma è il più possibile simile: in ES il significato è il più possibile equivalente.
13 Due volte ho offerto un'analisi di vantaggi e svantaggi di una traduzione con compro­messo (forse ‘serio' ): Un episodio condizionato. Le condizioni del tradurre, in C. Buzzetti-C. Ghidelli (a cura), La traduzione della Bibbia nella Chiesa italiana. IL Nuovo Testamento, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, pp. 194 208; Per valutare una traduzione della Bibbia. Una mappa. In «Rivista Biblica», L (2002) n. 4, pp. 385 400.
14 Cf. PH.C. Stine, Bible Translation, cit.
15 Queste preoccupazioni sono alla base del movimento delle Società Bibliche (dal 1804, quando a Londra nasce la prima: al 1946, quando nasce la federazione "United Bible Societies" o "Alliance Biblique Universelle", UBS o ABU). Riferita a una persona diventata un simbolo — la povera Mary Jones — questa loro preoccupazione si esprime così:
• se la Bibbia esiste, ma Mary Jones non capisce la sua lingua, a che serve?
• e se la lingua è comprensibile, ma Mary Jones non è in grado di acquistarla, a che serve?
• e se le copie sono economiche, ma Mary Jones non ne trova una da acquistare, a che serve?
16 In proposito, molti dicono: i protestanti più dei cattolici hanno familiarità con la Bibbia ... a livello materiale — almeno fino a poco tempo fa — ciò è innegabilmente vero; ma la situazione è spesso diversa sul piano della familiarità con il messaggio biblico globale.
17 Cf. il grande esempio di traduzione comune, accanto a interpretazioni diverse di essa, che in queste pagine è offerto da C. Ghidelli (la traduzione TILC di Luca 1,28). Certo, alcune differenze materiali esistono (ad es. la diversità di canone) ma non sono esse a fondare le divisioni.
18 I termini "ecumenico" e "interconfessionale" non sono solo due nomi diversi di una realtà identica. Per sé indicano due distinte prospettive. Il movimento "ecumenico" cura la futura unità dei cristiani e la promuove; l'attività "interconfessionale" si basa sull'unità che già esiste e promuove iniziative di cooperazione che la manifestano (così le Società Bibliche sono "interconfessionali", anche se di fatto favoriscono molto anche il movimento ecumenico).
19 In proposito, sorge una domanda critica: rispetto al metodo storico critico gli "altri approcci" sono alternativi o integrativi? E una risposta risulta centralissima: spesso anche il lettore che li segue a un certo punto capisce d'aver bisogno ancora del metodo storico­/critico, per verificare o confermare o sostenere gli esiti raggiunti.
20 Ma, in un dato ambiente, i pastori devono curare che la Bibbia sia presente in un'imma­gine prevalente la cui stabile consistenza aiuti a intuire la permanenza dell'unica Bíbbia.


AD GENTES (Teologia e entropologia della missione), 7 (2003) n. 2, pp. 133  146.