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Bernardo Cervellera La Cina moderna sta passando dal materialismo marxista al consumismo sfrenato. Con una costante: Dio non c'entra. Ma sempre più gente, s'interroga sul senso della vita. Manager compresi. La nuova, scintillante zona di Shanghai, Pudong, brilla nella sua superba bellezza sul fiume Huangpu. Fino a pochi anni fa era un'area agricola, dove i contadini coltivavano riso e allevavano maiali. Oggi è uno dei cuori pulsanti dell'economia cinese. Non c'è compagnia straniera al mondo che non abbia a Pudong il suo ufficio. In questa specie di New York del mercato mondiale made in China, strade immense e alberate fanno da pendant alla linea verticale dei grattacieli, disegnati dai migliori architetti europei, americani, giapponesi. Fra tutti, spicca l'enorme torre della TV (468 metri) che ha la strana forma di un tripode, un braciere o un vaso per le libagioni agli dei Shang. A poche centinaia di metre la torre del Jinmao, 88 piani di uffici e alberghi, leggera e flessuosa come una pagoda. Ma sono gli unici segni che richiamano vagamente alla religione: nella nuova città, modello della Cina del futuro, non vi è neppure un angolino per una chiesa o un tempio. E se in qualche altra città i fedeli di una o dell'altra religione riescono ad arrangiarsi con una statuetta dove bruciare incenso, un capanno di legno per la Messa, qui, nel bagliore di vetri, acciaio, alluminio, non c'è posto per gli dei polverosi del passato, ma solo per il dio del "socialismo con caratteristiche cinesi". La nuova Shanghai, come la nuova Cina, sembra essersi adattata perfettamente dal materialismo storico-dialettico di Marx al materialismo del commercio e del consumo. Con una costante: Dio non c'entra. Eppure, secondo statistiche di Chiese protestanti, proprio a Shanghai e in altre città costiere, nella zona più sviluppata del Paese, vi è un incremento del 10-13 per cento annuo di membri cristiani. Fra loro vi è un gran numero di professionisti e manager che si domandano se il senso della vita sia solo carriera e soldi. Anche la nuova Cina dovrà fare i conti con il ritorno di Dio. Del resto, analizzando gli oltre 50 anni di comunismo in Cina, bisogna ammettere che il fallimento più grande della politica cinese è stato non il grande balzo in avanti (coi suoi 30 milioni di morti per fame), non la Rivoluzione culturale (e il suo caos sociale), ma la politica religiosa. Da 52 anni il Partito comunista cinese (Pcc) ha decretato la fine imminente dei culti religiosi e invece il numero degli affiliati a qualche religione cresce sempre di più: se, oltre ai fedeli "organizzati", calcoliamo anche la schiera di buddisti e taoisti senza alcuna affiliazione che si recano ai templi almeno una o due volte l'anno, si può dire che oltre metà della popolazione cinese rimane legata a una qualche forma religiosa. Tra questi figurano aderenti nascosti tra i membri del Partito, dell'esercito e della burocrazia. II fatto è spettacolare se si pensa che da oltre mezzo secolo si assiste in Cina a un bombardamento ideologico fatto di ateismo, indottrinamento, emarginazione sociale, campagne antireligiose, persecuzione, torture, condanne a morte. La sopravvivenza delle religioni in questi 50 anni va attribuita anzitutto alla forza della famiglia cinese, che comprende il rispetto degli anziani e il legame spirituale con gli antenati, vero grimaldello contro il materialismo militante. Ma la rinascita delle religioni va attribuita anche all'inevitabile scivolare degli ideali comunisti verso la corruzione, la violenza gratuita, i privilegi. La delusione per il marxismo e l'aridità del materialismo è fra i catalizzatori di questo ritorno della religione in Cina. Ormai è molto comunecthe ex Guardie rosse, deluse dai capi attuali, inquieti per le violenze passate di cui si sentono responsabili, si avvicinino alle religioni tradizionali o al cristianesimo per trovare "pace e armonia" (i grandi ideali del taoismo). Specie il cristianesimo, con la sua capacità di perdonare il male, di dare una ragione al dolore, è una via affascinante e unica, preferibile alle reincarnazioni buddhiste e al relativismo ottimista del taoismo. Huang Zheyou, nato nell'Henan nel 1932, iscritto al partito per 30 anni, ha potuto vedere la parabola discendente degli ideali di Mao. Fino alla fine — è morto di cancro nell'88 — ha sperato in qualche riforma, mentre egli si dedicava anima e corpo a "servire il popolo". Per decine di anni è stato scelto come "operaio modello", assistendo nello stesso tempo al dilagare della corruzione fra i membri del suo partito. Negli ultimi giorni in ospedale era visitato da un gruppo di cattolici. A chi gli faceva notare che per i comunisti le religioni sono "oppio del popolo", diceva: "Io ho bisogno di quest'oppio". Anche i venti del libero mercato schiudono opportunità alle religioni: l'apertura di un negozio o di una joint-venture prevede anche la visita al tempio taoista, per ricevere la benedizione del dio della ricchezza. Al tempio taoista della Nuvola bianca, a Pechino, non passa giorno senza che vi siano giovani, soci di una compagnia privata, madri con i figli, a chiedere aiuto per un affare, per la buona riuscita di un esame, per trovare salute e ricchezza. I problemi irrisolti dell'economia di mercato (disoccupazione, miseria, emigrazione) rappresentano un' altra "occasione" per le religioni: gruppi buddhisti o cristiani sono lanciati in opere caritative verso poveri, handicappati, anziani, creando stima, se non adesione, alle diverse fedi. II punto è che sia il marxismo, come il capitalismo, sono attenti alle strutture, ai progetti, ma non all'individuo. La ricerca di un fondamento al valore della persona, che non sia solo garantita dall'ideologia o dal potere economico, spinge intellettuali e studenti a ricerche filosofiche e a paragoni con l'Occidente. Così, vengono a scoprire che al fondo anche degli ideali illuministi della Rivoluzione francese c'è un' eredità cristiana. Questo è il motivo per cui studenti universitari scelgono di dedicarsi allo studio delle religioni, senza magari nessuno sbocco professionale. È pure la ragione che spiega come mai a Natale e a Pasqua le chiese in Cina siano piene di giovani per nulla cristiani. La curiosità li spinge in chiesa. Dopo le funzioni cominciano le domande: "Che differenza c'è fra la nascita di Gesù e quella di Budda?". Qualcuno, non sazio comincia a frequentare il catechismo. Il fenomeno delle visite alle chiese è così imponente che il presidente Jiang Zemin alcuni anni fa ha messo in guardia contro "l'inquinamento spirituale" dell'Occidente e ha obbligato le associazioni patriottiche a emettere biglietti per fare entrare in chiesa solo cristiani registrati come tali. La fiumana inarrestabile delle religioni lascia ormai sgomenta la dirigenza comunista cinese. Jiang Zemin, per legare di più il Partito alla società in cambiamento, ha suggerito che non solo i capitalisti, ma anche i credenti potrebbero diventare membri del Partito. In una sua prolusione a un convegno delle religioni, lo scorso dicembre 2001, ha confessato che "le religioni esisteranno nel socialismo [ancora] per lungo tempo". E pur ricordando i principi ateisti del partito, egli ha aggiunto: "Chiedere alle religioni di adattarsi al socialismo non significa che chiediamo al personale religioso e ai credenti di abbandonare la loro fede". Nello stesso periodo, Pan Yue, vice-direttore dell'ufficio statale per le Riforme strutturali, ha chiesto, con energia, che il Partito abbandoni la visione marxista della religione come "oppio dei popoli". Ma che ci sia confusione e opposizione nel partito è evidente: nei giorni seguenti Pan Yue è cthe ha confessato di aver letto Bibbia e Corano, è giunto a sottolineare l'importanza della religione per l'arte, la cultura, la morale e l'altruismo socíale. Eppure nello stesso tempo continuano gli arresti e le torture per membri delle sètte evangeliche, Falun Gong, musulmani, tibetani, cattolici sotterranei, rei di non sottomettersi al controllo del Partito, l'unico vero dio pubblico della Cina. Pur di non salvare l'autonomia delle religioni, il Partito, rischiando il ridicolo, continua a proporsi come strumento di "ortodossia", entrando nelle diatribe religiose, dando regolamenti sull'insegnamento coranico; sul rito da usare per eleggere lama tibetani e così via. E tutto questo da una leadership che si definisce "atea"!
Ref.: Mondo e Missione, Gennaio 2003, n. 1, anno 132, pp. 42-44.
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