Mario Chiaro
Cristiani e Musulmani nelle Filippine
Quando la Missione consiste nel dialogo


Sembra questo un tempo difficile per il dialogo tra uomini di religioni diverse. L'esperienza di un religioso OMI nelle Filippine mostra come dal dialogo possa nascere la convivenza nella pace e la sicurezza.

In un momento storico in cui — dopo gli attentati dell'11 settembre ai luoghi simbolo della nazione americana, Twin Towers e Pentagono — tutto il mondo occidentale prende coscienza drammaticamente del salto di qualità di un terrorismo connesso con il fondamentalismo islamico, i cristiani sono particolarmente chiamati a rafforzare i cammini di pace e di dialogo con il mondo musulmano. In questa prospettiva ci è sembrata preziosa la testimonianza di P. Roberto Layson, omi, dalla quale emerge chiaramente il ruolo profetico della vita consacrata proprio sulle frontiere della pace.

Layson vive nelle Filippine (nella parrocchia di Pikit, Cotabato, un distretto di Mindanao centrale, dove ha sede un importante campo del Fronte moro di liberazione islamica, Milf) e ha avuto esperienza diretta di due recenti sanguinosi scontri tra le forze governative dell'attuale presidente e la guerriglia separatista musulmana. Nel conflitto del 1997 ha assistito allo sfollamento dal campo del Milf di 15.000 civili, per lo più donne musulmane con vecchi e bambini; nel maggio del 2000 ha visto le conseguenze del più ampio e lungo conflitto: la morte di un centinaio di civili, il dramma dell'evacuazione di più di 700.000 persone nell'area di Mindanao.

Con la consapevolezza che chi parla a favore della pace è spesso considerato come uno che lavora contro la pace, egli inizia il suo intervento facendo notare la tragica ironia dei due conflitti armati avvenuti proprio durante i colloqui di pace: «Per questo motivo il processo di pace stesso è stato percepito come il primo ostacolo nel raggiungimento della pace. Diverse persone hanno perso la fiducia nel processo di pacificazione e si sono affidate a mezzi violenti come ultimo e disperato atto di rassegnazione. "Permettete di farci chiudere questa follia una volta per tutte", essi dicono. "Fermiamo il processo di pace e impartiamo a questa gente una lezione che non dimenticheranno più", ha affermato il governatore cristiano nella mia provincia, non realizzando appieno che in guerra il vero nemico è la guerra stessa».

Gli stessi cristiani dunque hanno ceduto a una logica militarista. «Durante la guerra del 1997 — continua P. Layson — e durante quella più recente dello scorso anno, ho sentito cristiani rallegrarsi alla vista degli elicotteri governativi che colpivano le posizioni del Milf con razzi e mitragliatrici e degli aerei da combattimento che scaricavano bombe pesanti sui covi guerriglieri. "Noi abbiamo bisogno di questa guerra per poter avere la pace", ha detto uno dei nostri responsabili. La campagna di guerra totale dello scorso anno contro il Milf è avvenuta grazie al sostegno schiacciante dei cristiani, molti dei quali frequentano le nostre chiese inclusi alcuni preti e religiosi. Si, anche alcuni preti e religiosi hanno talvolta ceduto ai loro stessi pregiudizi. Ho sentito un prete raccontare come ha affrontato un musulmano. "Se tu muori, io avrò solo il 50% di compassione per te. Ma se muore un cristiano, io avrò il 100% di compassione per lui"» .

Il sogno della pace

Il religioso racconta di seguito alcuni episodi in cui è stato contestato nel suo impegno di costruttore di pace proprio nella sua comunità: tre responsabili della sua parrocchia gli hanno chiesto di smettere di fare appelli radiofonici contro la guerra, un membro del consiglio pastorale ha addirittura dato le dimissioni con risentimento sottolineando il suo disaccordo ad assistere, come parrocchia, gli sfollati, dal momento che essi sono in fin dei conti "familiari dei ribelli"! Ben si comprende come ogni nuovo conflitto armato crei nuove divisioni tra la gente, facendo riemergere vecchie ferite che erano guarite grazie a un lavoro di riconciliazione tra le differenti comunità etniche.

Tutto ciò però non gli impedisce di continuare a sognare la pace.

« Si deve continuare a sognare, non per creare maggiori frustrazioni per se stessi, ma per fare un piccolo passo che allontani dalla sponda dell'apatia e dal mare della mediocrità... Ho scoperto che il dialogo reale e la costruzione della pace sono spesso un processo molto lento e noioso... Noi abbiamo compreso che i colloqui di pace possono non garantire una pace istantanea in comunità in cui esiste una guerra invisibile creata da prevenzioni e pregiudizi secolari che albergano nei cuori della nostra gente, nei musulmani come nei cristiani».

La testimonianza di P. Layson fa emergere l'impegno per la pace anche da parte dei musulmani. Egli ricorda un suo amico mujahedin che, motivando il rifiuto di vendicare la morte della madre avvenuta negli anni '70, ha chiaramente e coraggiosamente affermato davanti ai suoi fratelli musulmani come la vendetta praticata su persone innocenti sia peccato contro Allah. Ecco un segnale significativo dell'azione di Dio nel cuore degli uomini: la guerra ha mostrato una crudeltà che rende disumane le persone, ma ha anche svelato il meglio che vi è nella gente.

C'è infatti da rimanere ammirati per lo sforzo congiunto di musulmani e cristiani nell'assistere gli sfollati, nel riconoscere quindi insieme il diritto dei poveri ad essere aiutati. «Nella parrocchia in cui lavoro noi abbiamo organizzato circa 40 volontari, giovani e generosi musulmani e cristiani, che rappresentano una parte della nostra risposta alla crisi umanitaria. Sotto il sole o sotto la pioggia e mentre volano proiettili, insieme questi giovani volontari visitano i centri di evacuazione e distribuiscono cibo alla gente affamata, demolendo il mito che la guerra in Mindanao abbia un carattere religioso. Molti di loro e le loro famiglie sono stati vittime di guerre precedenti. Molti di loro non sanno nulla del dialogo e neppure ne hanno sentito parlare. Ma lavorano insieme come se l'avessero già fatto in precedenza. Mangiano insieme alla stessa tavola. Hanno pianto insieme alla notizia della morte di qualcuno. Hanno pregato insieme, hanno riflettuto insieme. E hanno scoperto che hanno lo stesso sogno e che non sono nemici dopo tutto» .

Questa disponibilità dei filippini alla cooperazione, capace di superare barriere religiose e culturali, si è rivelata nell'assistenza alla categoria di persone più vulnerabile nella guerra, i bambini. Un coordinamento tra parrocchia, governo locale e varie agenzie ha permesso di mobilitare 800 donne di 42 villaggi, per cinque mesi, in un programma di distribuzione del cibo a diecimila bambini musulmani e cristiani tra 0 e 6 anni. E ancora, trentacinque volontari musulmani e cristiani, dopo aver partecipato a un corso di addestramento mirato ad affrontare i traumi psicologici della guerra, si recano nei vari villaggi per aiutare bambini di entrambe le religioni. Un tale sforzo si è inserito nel più ampio impegno dei vescovi della chiesa cattolica, che si sono mobilitati per difendere gli sfollati e hanno lanciato appelli appassionati per fermare la guerra.

Nel dialogo

Tutto ciò permette a P. Lyason di affermare con esempi concreti che il dialogo non è impossibile: esso inizia quando l'altro appare non solo un vicino ma un autentico fratello.

"Il convento di Pikit non è più solo un convento per cristiani. Ora è divenuto anche il convento dei musulmani. I nostri amici musulmani ci visitano e sentono che quella è anche casa loro. Noi mangiamo alla stessa tavola. Qualche volta sono loro a guidare la preghiera prima dei pasti, altre volte tocca a noi. Quando è tempo della preghiera rituale essi pregano nella mia camera. Precedentemente, offrivo loro la sala. Ma essi sono diventati attenti anche alle altre persone. Essi non vogliono scandalizzare altri cristiani. Così hanno preso l'abitudine quando sono nel convento di pregare nella mia stanza. Una volta ho chiesto loro: "vi disturba durante la preghiera vedere che dentro la mia stanza ci sono tutti i simboli della mia religione?". "No, padre — hanno risposto —. Noi sappiamo che tu sei un prete". Io ho sempre pronte per loro sia una stuoia per dormire che una stuoia per pregare: talvolta essi potrebbero desiderare di passare la notte in convento. All'inizio i nostri cristiani non erano a loro agio nel vedere i nostri amici musulmani. Erano sospettosi. Non era usuale vedere musulmani nell'area parrocchiale e per di più dentro il convento. Essi rifiutavano di parlare con loro. Ma ora hanno imparato ad accettare questa realtà a trattano con ospitalità i nostri visitatori".

Un altro momento forte di questo dialogo è il progetto riguardante la ricostruzione del villaggio di Nalapaan. Con l'aiuto della parrocchia la gente (65 % di musulmani, 35 % di cristiani e 5 % di popolazione indigena) è tornata al villaggio, dichiarandolo "spazio di pace" e negoziando con i contendenti in guerra affinché il territorio non sia più campo di battaglia. Con progetti socio-economici (per la costruzione di case, per l'agricoltura, per l'approvvigionamento di acqua e per i servizi sanitari) e una educazione intensiva, il villaggio si è lentamente trasformato in una realtà di coesistenza pacifica, al punto da essere considerato oggi un modello da copiare nella ricostruzione di altri villaggi di Mindanao. Gli stessi capi del villaggio sono chiamati a farsi testimoni della loro semplice storia di rinascita e di successo.

Una ulteriore importante esperienza, che contribuisce a far crescere la speranza, è data dai seminari di cultura della pace organizzati dalla parrocchia di P. Layson. A questi seminari — che includono lo studio della storia di Mindanao e l'analisi dei processi culturali alla radice dei pregiudizi socio-religiosi — sono invitati anche musulmani. Uno dei momenti fondamentali è dato dalla sessione di guarigione: i partecipanti, seduti a cerchio, narrano le proprie vicende di sofferenza mentre ciascuno è invitato ad ascoltare attentamente; si prende così coscienza che il proprio gruppo ha ferito la vita altrui e si arriva a chiedere perdono l'uno all'altro. Per molti è la prima volta che accade di trovarsi faccia a faccia con un musulmano o un cristiano con questo stile di dialogo. Addirittura un ufficiale dell'esercito di Pikit ha chiesto al religioso che sia offerto lo stesso tipo di seminario ai suoi soldati, in modo da aiutarli a non pensare sempre alla guerra! Si coglie qui uno dei frutti di un atteggiamento continuamente teso al dialogo con i contendenti in guerra, un dialogo che diventa ora invito a risparmiare i civili e i loro beni ora anche aperta accusa per mancanze ed eccessi dei combattenti stessi.

«Questi sono alcuni dei piccoli sforzi che stiamo facendo a livello di base, afferma P. Layson, concludendo la sua testimonianza. La mia speranza consiste nel fatto che i nostri cristiani comprendano che il dialogo non è solo il mio lavoro ma anche il loro. Io credo sempre che il dialogo non è solo il lavoro di uno o due specialisti nell'Islam, ma che appartiene alla "missione integrale della Chiesa". Il Vaticano II è molto chiaro su questo punto. Perciò la chiesa locale, nel caso di Pikit le comunità ecclesiali di base, deve essere in prima linea nella missione del dialogo. Credo che si stia sviluppando a Pikit qualcosa di stupendo, qualcosa che non ho pianificato e che non mi aspettavo di veder accadere. Ho imparato dalla mia esperienza: in questo mondo dove l'impegno è misurato attraverso risultati tangibili e dove l'efficienza è determinata da una pianificazione dettagliata, il servizio del dialogo indubbiamente può rivelarsi frustrante. Eppure occorre resistere proprio a questo tipo di cultura nel mondo globale. Sto scoprendo che la vita del dialogo ha un suo ritmo specifico. Le cose buone accadono quando meno to le aspetti. Il dialogo non forza necessariamente gli eventi o non si impone sulla gente. Infine ho scoperto qual è l'essenza reale del dialogo. Come qualcuno ha scritto: "Il dialogo è essenzialmente orientato verso il trans-personale piuttosto che verso l'inter-personale. Esso è una spiritualità più mistica che profetica". Si, uno pianta il seme della bontà non sapendo se e quando inizierà a crescere. Ma io ho fiducia che, dalla bontà piantata, fiorirà solo bontà e credo che solo questa bontà alla fine rimane".

Ref.: Testimoni (Quindicinale di informazione, spiritualità e vita consacrata), n. 19, 15 novembre 2001.