|
Gianni
Colzani Dal 9 al 16 maggio si è tenuta ad Atene la Conferenza missionaria internazionale Come Holy Spirit – Heal and Reconcile. Called in Christ to be reconciling and healing communities. La conferenza era organizzata dalla Commission on World Mission and Evangelism (CWME) di Ginevra, l’organismo missionario dello World Council of Churches che, nel 1961, aveva integrato al proprio interno l’International Missionary Council. Il valore missionario ed ecumenico di queste Conferenze per il cammino della missione – Atene era la dodicesima – è sempre stato molto grande: basti pensare alla «missio Dei» affermata a Willingen (1952), alla «missione nei sei continenti» sostenuta a Mexico-City (1963), alla «missione olistica» approvata a Bangkok (1972-73), al tema delle culture approfondito a Salvador de Bahia (1996). Queste conferenze, oltre che un interesse missionario, hanno anche una indubbia rilevanza ecumenica; vi partecipano tanto chiese e associazioni missionarie protestanti quanto chiese ortodossei e ampie delegazioni cattoliche. Cominciata durante il Vaticano II, la partecipazione della chiesa cattolica ai lavori della Commissione (CWME) ha avuto un positivo sviluppo; oggi alcuni cattolici operano all’interno della Commissione come membri a pieno diritto, anche con diritto di voto. La scelta del tema La scelta del tema si comprende sullo sfondo della coscienza dei profondi cambiamenti che hanno investito la missione;ii la ricerca di nuove consapevolezze e di nuovi comportamenti ha portato ad indicare nella guarigione e nella riconciliazione gli ambiti di nuove prospettive missionarie ed a presentare lo Spirito come la forza capace di sostenere questo impegno. Secondo J. Matthey, queste prospettive sono diventate chiare e si sono imposte a partire dalla fine degli anni ’80.iii In pratica, la scelta di queste tematiche è il risultato di dinamiche storiche ma va da sé che, in una prospettiva cristiana, la sensibilità storica non può mai prescindere dall’orizzonte escatologico: è la prospettiva di una creazione ricapitolata in Cristo e di una umanità riconciliata in Lui che guida le scelte missionarie.iv Entrando nel merito, la scelta della riconciliazione si impone ad una umanità che ha conosciuto l’apartheid del Sud-Africa e le guerre dei grandi laghi, che ha visto le dittature dell’America latina, che vive il dramma palestinese ed è alle prese con i frutti amari delle guerre del Kossovo, dell’Iraq e dell’Afghanistan, che conosce la violazione dei diritti umani ed un facile ricorso alla violenza e alla tortura. Come affrontare quanto questi drammi hanno lasciato di amarezza e di odio nelle coscienze delle persone? quale cammino di riconciliazione far fare per portare le persone a ritrovare fiducia nella vita ed a riprendere coraggio per una società fraterna? e, soprattutto, cosa ha da dire loro il vangelo? Nella sua relazione di Atene,v sarà il cattolico R. Schreiter a richiamare che la riconciliazione è al centro della missione perché, come mostra Paolo nella lettera agli Efesini, è al centro del vangelo proclamato in un mondo diviso. L’urgenza sociale non può nascondere l’urgenza evangelica della riconciliazione. Di conseguenza, il vangelo della riconciliazione sfida i cristiani sia a purificare la memoria di un difficile passato sia a incarnare la speranza della pace in un mondo turbato. La scelta della guarigione, invece, va riportata all’interno dell’impegno per JPIC: bisogna prendere atto dei drammi rappresentati dagli elevati tassi di mortalità sia per la mortalità infantile sia per il dramma dell’HIV/AIDS, della crescita della cronicizzazione nell’ambito delle malattie mentali e della vecchiaia ed, in una parola, del disuguale accesso ai servizi medico-sanitari. In questo quadro il problema della salute si pone in modo nuovo: la salute va compresa in termini personali e globali, va compresa tenendo conto della sua diversa comprensione nelle diverse culture che – non di rado – propongono una visione forse meno scientifica ma più unitaria della persona e del suo mondo di relazioni. Diventa così importante bilanciare un orizzonte scientifico con una sensibilità culturale diversa, più popolare. Per questo la salute e la guarigione diventano una questione anche culturale ed una sfida etica in grado di interpellare il movimento missionario; in particolare, occorre interrogarsi sulla realtà dei poteri spirituali di esorcismo e di guarigione, su come furono vissuti da Gesù e praticati nelle prime chiese. Vi è qui un campo in cui il rapporto missione-medicina va radicalmente ripensato alla luce della nozione della integrità personale. Non è semplice collocare in questo ambito lo Spirito. Se, per un verso, si può vedere nello Spirito il fondamento di una concreta speranza e di una reale possibilità di trasformazione della vita personale e sociale, per un altro – almeno a volte – la mancanza di una adeguata visione antropologico-metafisica rischia di far appello allo Spirito per scatenare una guerra agli spiriti. Con il risultato di appiattire il primo sui secondi. Bisogna poi riconoscere che la forte crescita del movimento carismatico e pentecostale, nei diversi continenti e ad Atene, ha imposto una riflessione sui poteri che lo Spirito concede ai credenti e sul senso ed i limiti del dare vita, intorno ad essi, di comunità carismatiche di guarigione. Il vantaggio di comunità ricche di doni dello Spirito non rischia di innescare una ricerca del miracoloso? una fame di straordinario? una dimenticanza della semplice testimonianza del vangelo e della quotidiana accoglienza del mistero della croce? Lo sviluppo dei temi Sarebbe illusorio ritenere che, su temi di questa vastità e di questa complessità, Atene abbia offerto posizioni univoche e scelte definitive; quello che Atene ha messo in luce è stato una varietà ed una molteplicità di comportamenti e di motivazioni. Con tutto questo, alcuni spunti hanno preso spazio nelle diverse relazioni ed hanno visto una discreta convergenza, anche al di là delle diverse appartenenze. Poiché la conferenza di Atene era la prima in terra ortodossa ed ha visto un notevole impegno della Chiesa ortodossa greca, vale la pena di richiamarne la posizione. Ufficialmente presentata da H.B. Christodoulos, arcivescovo ortodosso di Atene, questa prospettiva è stata ribadita da tutti gli ortodossi intervenuti ma è stata ripresa e condivisa anche da parecchi teologi ed esponenti di altre chiese cristiane. Dopo aver richiamato il carattere trinitario e cristologico dello Spirito, l’arcivescovo ortodosso ne ha fatto il cuore della missione: espressione di ciò che Cristo ha fatto per noi donandoci lo Spirito, la missione non coincide con il nostro fare, con le nostre attività, ma con il contemplare questo agire salvifico nella liturgia e nella preghiera. Basta pensare alla importanza della epiclesi. La missione scaturisce da questo centro orante e liturgico che è la radice della nostra testimonianza. In un mondo segnato poi da profondi drammi e da grandi divisioni, la concentrazione liturgica della missione la sospinge verso forme di universalismo pneumatologico segnate da una intensa spiritualità ed aperte alla storia. In questo quadro si può parlare di nuovi paradigmi missionari. Intese come risposta allo Spirito di Cristo attivo nel mondo, d’accordo con l’arcivescovo H.B. Christodoulos, la riconciliazione e la guarigione vanno comprese in una linea sacramentale ed ecclesiale, lontana da ogni forma di magia e di appiattimento mondano: sono dono di Cristo Signore e frutto della potenza del suo Spirito. La salvezza ha allora un contenuto che, attraverso il suo orizzonte personale ed olistico, manifesta il mondo nuovo inaugurato da Cristo; si dovrà comunque tenere presente che il mondo nuovo del regno, anche quando è all’opera, non ha quaggiù forma compiuta. L’insieme della posizione ortodossa mi è sembrato quello di una forte sottolineatura del ruolo della chiesa: vivendo nella liturgia una comunione escatologica con la potenza divina di amore, la chiesa ne testimonia la forza e lo offre ministerialmente alla umanità. L’interesse centrale andava quindi verso una presentazione ed una sottolineatura della dimensione escatologica della testimonianza della chiesa: testimone della nuova creazione, la chiesa è mandata a proclamarne la presenza e la vitalità. Si tratta di un impegno variamente declinato; in effetti, l’esigenza di comunità capaci di riconciliazione e guarigione, vera in linea di principio, va commisurata ad una realtà che ha visto le chiese limitare la salvezza all’aspetto spirituale, senza grande attenzione alle diverse forme di violenza, alla emarginazione delle donne, allo sfruttamento dei bambini, ai drammi della urbanizzazione selvaggia, al commercio delle armi ed alla diffusione della droga. Da qui le domande più profonde: qual’è il volto concreto delle chiese? quale il loro rapporto con il potere e la violenza? la loro testimonianza non ha finito per modellarsi su forme di potenza e di forza invece che sull’amore e sulla solidarietà del crocifisso? Sono affiorati così diversi suggerimenti che riporto senza nessuna pretesa di completezza: l’invito alla vigilanza, l’attenzione ai sans-voix e l’importanza di una ricerca attenta e paziente su come le chiese locali devono comprendere la missione e testimoniare il vangelo. Colta in questo modo, la missione rimanda con eccezionale forza alla concreta missione di Gesù, descritta nei vangeli, ai suoi incontri ed a come vive i rapporti con i peccatori, i pubblicani, le donne, i bambini, gli ultimi. A queste prospettive, già di per sé importanti, va aggiunto il riconoscimento di un cambiamento nell’asse geografico del mondo cristiano. Sempre più spostato a sud. Si tratta di un cambiamento con profonde implicazioni spirituali e teologiche dato che porta in primo piano l’incontro con culture portate a valorizzare più la molteplicità e la diversità che non l’unità e l’attenzione a popoli lontani dai centri del potere; sta nascendo un cristianesimo del sud del mondo, forse meno dotto, certo più povero e più popolare. Un simile cambiamento non manca di porre interrogativi ad una tradizione ecclesiale e ad una testimonianza cristiana che, in larga misura, è frutto di una storia diversa. Va ancora aggiunto che questi stessi popoli e questi stessi gruppi sociali non sono un tutto omogeneo: spesso segnati da guerre e da storie di divisioni, conoscono al loro interno esclusioni e divisioni, pregiudizi e sofferenze con la conseguente necessità di riconciliazione e di pace. Per questo l’attenzione alle persone e alla concretezza dei loro drammi, deve rappresentare una priorità per le chiese. Ad Atene l’impegno delle chiese per questi problemi è risultato ampio e nitido ma mi ha colpito non poco la sensibilità dell’area pentecostale per l’aspetto personale di queste problematiche. La consapevolezza che l’annuncio del regno comporta l’accoglienza e la testimonianza di un mondo nuovo e di una diversa interpretazione della vita unitamente al rimando alle prime comunità cristiane, presentate come pentecostali e povere, ha rappresentato il fondamento di una rinnovata comprensione del vangelo e della missione cristiana attenta alle dinamiche del corpo ed alle problematiche della psiche, alla vita concreta delle persone ed anche, ma meno, ai drammi della storia. In questa direzione la riconciliazione e la guarigione non possono non essere responsabilità di ogni credente; si passa così dalla centralità dei ministeri ecclesiali alla decisività della libertà dello Spirito. Là poi dove questi doni dello Spirito e questi ministeri assumono le tradizioni culturali del proprio ambiente, là la loro forma muta profondamente e si muove verso forme sciamaniche che ne modificano radicalmente il significato. La stessa immagine della comunità cambia profondamente. Per quanto queste tesi non abbiano avuto – ad Atene – forme esasperate e non abbiano suscitato aperti contrasti, a me sembra che vi siano qui sfide teologiche e pastorali in grado di investire a fondo gli equilibri delle nostre chiese. Riflessioni e interrogativi Credo si possa indicare il cuore della riflessione di Atene nello sforzo di mettere una escatologia pneumatologica a fondamento di una concreta speranza per l’umanità; la consapevolezza che i drammi storici permangono nella loro gravità e che la globalizzazione è troppo spesso una globalizzazione del mercato ha spinto le comunità convenute ad Atene ad indicare nello Spirito e nei suoi doni o poteri la base di nuove scelte e di nuovi comportamenti, la base su cui fondare la testimonianza di un mondo nuovo. La comprensione della riconciliazione e della guarigione alla luce di questa azione dello Spirito apre la vita delle chiese ad un impegno per gli ultimi e gli infelici e spinge la missione verso forme e paradigmi diversi dal passato. Al centro viene «la vita», con i suoi drammi socio-psicologici, ed allo Spirito si chiede la forza per un accompagnamento che la renda concretamente sostenibile. Io temo che vi sia qui un eccesso di ottimismo per il presente e per il futuro. Non ho dubbi sul fatto che l’opera dello Spirito, reale anche in questo mondo, renda l’escatologia cristiana la base della convinzione che il mondo nuovo è già qui come un dono divino, come un seme che ha in sé la forza di crescere: «dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa».vi Dono di Dio, il regno esige anche il nostro servizio. Mi chiedo però se l’escatologia cristiana sia totalmente riassumibile nello Spiritus Creator o se, almeno a livello storico, non debba comprendere anche la croce. L’amore misericordioso del Padre passa solo attraverso la potenza miracolosa dello Spirito o non anche attraverso l’amore solidale e crocifisso del Figlio? e lo Spirito non è proprio dono di questo crocifisso? ora, quale spazio rimane per la forma crocifissa dell’amore in queste visioni? non vi è un dimenticare che le vie del Signore non sono sempre le nostre vievii? Va inoltre riconosciuto che la consapevolezza che la ragione illuministica non ha risolto tutti i problemi dell’uomo ma ne ha anzi impoverito la comprensione, ha riaperto la strada ad una rinascita di quanto, in mille modi, va oltre la ragione: dall’irrazionale alla magia, agli spiriti e ai demoni. Presente anche nelle società sviluppate dell’occidente, questa rinascita ha un particolare valore per culture che, da sempre, hanno fatto di questo mondo spirituale un cardine della loro comprensione della vita. Attorno a questo nasce un universo ambiguo che comprende malocchio, magia, stregoneria e possessione demoniaca; del resto gli stessi segni del regno, compiuti da Gesù, sono discussi dai farisei non in base alla loro realtà ma in base alla potenza che li opera.viii Prendere sul serio questo fatto significa riconoscere che il punto fondamentale è il discernimento degli spiriti «per saggiare se [le ispirazioni] provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo».ix Ma quali sono i criteri di questo discernimento? Atene non ha detto nulla al riguardo. Tuttavia è ben chiaro che, finché questi criteri non saranno discussi, precisati e condivisi, la riproposizione di questi temi rimarrà ambigua: da una parte rischieranno la squalifica di una ragione che vede la loro continua riproposizione solo come retorico entusiasmo e dall’altra potrebbero inclinare verso un vangelo del miracolistico e dello straordinario che ha perso il contatto con la centralità della testimonianza. Su questo tema non vedo molti contributi seri; nella mia chiesa, ancora oggi, dobbiamo indicare nelle Regole per conoscere gli Spiriti, contenuti negli Esercizi spirituali di S. Ignazio,x il contributo forse più importante al riguardo. Qui vi è un campo che le chiese e i teologi dovranno affrontare. Infine questa attenzione alla «centralità della vita» in termini olistici ha riproposto una attenzione al rapporto con il corpo e i sentimenti delle persone, con la storia umana e l’esigenza di giustizia e di pace ed ha visto una rinnovata importanza della ritualità e della figura del guaritore. Particolarmente forte nelle culture asiatiche, africane e caraibiche, questa visione ha portato a ridiscutere priorità e scelte di vita; da una parte è il gioco il volto delle comunità del futuro e dall’altra va chiarito meglio il senso di una attenzione per il benessere psico-spirituale della persona all’interno della salvezza proclamata dal vangelo. Qui la teologia della riconciliazione diventa teologia della ricostruzione della persona e, mentre ripropone l’interesse per la creazione in un quadro trinitario, chiede alla missione nuovi orizzonti e nuovi impegni. Si può allora chiudere richiamando un passo preso dal testo Mission and Evangelism in Unity today: «la missione di Dio (missio Dei) non ha né limiti né barriere; è rivolta ed è tuttora all’opera – nel cammino della storia – all’interno dell’intera umanità e di tutta la creazione. […] Questa missione divina (missio Dei) è la sorgente e al base della missione della chiesa, corpo di Cristo. Attraverso Cristo e nello Spirito santo, Dio rimane presente nella chiesa ricolmando di forza e di energia i suoi membri. In questo modo la missione comincia per i cristiani come un interiore e urgente obbligo, una esperienza di forza ed un criterio per una autentica vita in Cristo; radicata nelle domande più profonde della vita in Cristo, è un invito rivolto a tutti a condividere la pienezza della vita che Cristo è venuto a portare (Gv 10,10). La partecipazione alla missione di Dio, dunque, è un fatto naturale per tutti i cristiani e per tutte le chiese e non solo per alcuni individui o per gruppi specializzati. Lo Spirito santo trasforma i cristiani, nella loro vita, in testimoni coraggiosi e audaci (At 1,8).». È questo l’augurio e la speranza.xi
Note iPer
la presenza delle chiese ortodosse, bisogna aver presente il Final
Report of the Special Commission on Ortodox Participation in
WCC, «The Ecumenical Review» 55(2003), 1, 4-38;
il documento è del 2002 e fa il punto sia sul guadagno
di unità sia sulle difficoltà incontrate dalle
chiese ortodosse a proposito della preghiera comune e dei temi
del dialogo e della testimonianza,
|