Carmelo Dotolo*
Formazione teologica e dimensione missionaria


Potrebbe apparire retorica la domanda sul perché della teologia e sulla sua identità, dal momento in cui è acquisizione comune il dato che  il suo statuto è determinato dalla correlazione tra la novità della rivelazione e l’intelligenza della fede. Eppure, l’interrogativo lascia trapelare la necessità di tenere costantemente in equilibrio quellatriplice configurazione [i] dell’idea fondamentale di teologia che pone all’origine della sua conformazione e definizione l’annuncio. E questo, soprattutto in relazione al rischio di una paventata implosione della identità teologica, [ii] sollecitata e, probabilmente, causata dall’incontro con altri saperi che individuano e tematizzano ermeneutiche differenti della storia e del mondo. La qual cosa, di per sé, non è nuova nella storia della teologia, se non per il fatto che la crescente complessità socio-culturale con i suoi effetti di moltiplicazione dei sistemi interpretativi, chiama in causa l’esigenza di una adeguazione costante, da parte della teologia, della sua pertinenza teoretica ed etica, nonostante il rischio, reale o presunto, di una frammentazione contenutistica. Al tempo stesso, il processo di autonomia dei diversi campi culturali e l’emergere  di una strana amnesia culturale della fede, richiedono alla teologia una certa capacità “a gestire la complessità”, [iii] al di fuori della quale il contributo che la riflessione teologica può offrire alla ricerca potrebbe risultare ininfluente o inadeguato alle domande della storia. “Assume la complessità chi non legge la storia a partire da uno schema ideologico precostituito, chi si lascia inquietare e provocare dai «sentieri interrotti» del vivere e del patire umano, chi accetta di sopportare il peso di non avere diagnosi già fatte e terapie già pronte”. [iv]

Al di là del fatto se ciò implichi o meno un cambiamento di paradigma del lavoro e dell’insegnamento teologico, l’avvertenza di un ripensamento del metodo teologico ha segnato la ricerca negli anni del post-concilio, a partire da alcune intuizioni segnalate da W. Kasper che individuava nella quaestio il punto di partenza ermeneutico della fides quaerens intellectum, laddove si pone il problema vivo della fede all’interno della storia e del mondo [v] . Lo stesso teologo scriveva: “Proprio per una responsabilità ecclesiale e missionaria, rettamente intesa, della teologia, occorre aprire la via ad esperimenti e al rischio”. [vi]

Ma c’è di più. La percezione emergente negli anni ’60-80’ del XX secolo di una crisi profonda dell’identità cristiana e della problematicità dell’appartenenza ecclesiale, espressa sintomaticamente nella ricerca teologico-pastorale di una rilettura del Credo e della opportunità di nuove formule di fede più rispondenti al cammino di fede dei soggetti e delle comunità ecclesiali, [vii] ha messo in luce l’inalienabile funzione inculturativa della teologia, della pastorale e della catechesi in relazione al luogo antropologico-culturale in cui si esprime la domanda di senso. E’ chiaro, soprattutto a partire dalla salutare provocazione dell’enciclica Evangelii Nuntiandi, che il legame tra teologia-evangelizzazione-cultura è inerente all’epistemologia teologica, proprio nella focalizzazione sempre più decisiva dell’ermeneutica della rivelazione e della sua credibilità per la storia. “La teologia è chiamata, pertanto, ad affrontare a livello critico-scientifico il problema di una sintesi tra «cultura, storia e fede», nella convinzione che un messaggio di salvezza non mostra la sua «universale efficacia» se non operando a fondo, e non solo a livello epidermico, nel luogo culturale nel quale l’uomo concretamente e storicamente vive. [viii]

L’intenzione di fondo che guida la presente riflessione si basa sulla convinzione che la formazione teologica e culturale [ix] non può non essere legata alla dimensione missionaria e pastorale. Anzi, la correlazione tra i due aspetti è vitale, proprio in virtù di ciò che caratterizza l’esercizio della riflessione teologica e della sua prospettiva formativa. Se la missionarietà della chiesa è al servizio dell’annuncio della Parola perché ogni uomo possa scoprire la bellezza del diventare cristiano [x] , l’obiettivo della formazione deve farsi attenta alle istanze di una pedagogia della fede che sappia tener conto della complessità della storia e della umanità, puntando alla qualità dell’identità cristiana in una concreta  esperienza ecclesiale. Seppur in modo schematico e a forma di tesi, è da questo contesto che scaturiscono le presenti indicazioni                                                    

 

1. La coappartenenza tra sapere critico e comunicazione della fede

Partiamo da un dato che attraversa la narrazione dell’esperienza unica e irripetibile contenuta nel Nuovo Testamento. Nella coscienza ecclesiologica neotestamentaria, la riflessione teologica si inscrive nella esigenza di collegare e tematizzare il kerygma e la sua definizione dogmatica [xi] . Ciò scaturisce dal fatto che l’annuncio della novità e dell’alterità del Vangelo nei differenti contesti socio-culturali ha indicato istanze e percorsi per una riflessione teologica capace di saper “rendere ragione” (1 Pt 3,15). Il motivo risiede nella singolarità dell’evento rivelativo di Gesù Cristo e nel suo straordinario impatto in ordine alla verità di Dio e alla verità dell’uomo, che non poche problematiche ha aperto nella ricerca e individuazione dell’identità cristiana rispetto, ad esempio, alla radice ebraica del cristianesimo stesso. Non è indifferente nella progressiva coscientizzazione delle prime comunità cristiane [xii] , il confronto con l’inedito che la vicenda Gesù Cristo significava nel quadro delle aspirazioni all’incontro con la verità di Dio.  E’ qui che nasce il processo di evangelizzazione che, mentre determina una lenta ma inesorabile conversione culturale, inaugura una stagione che nella dinamica missionaria ri-definisce lentamente l’identità cristiana a contatto costante con le sfide e le provocazioni delle culture e delle religioni, con i loro valori simbolici ed esistenziali. Le prime comunità cristiane individuano, per esperienza riflessa, che la risposta al desiderio della vita è rintracciabile  nella novità cristologica, in  quel di più che conduce al bisogno di annunciare ad ogni uomo la scoperta della eccedenza di senso del Vangelo. [xiii]  La missione si situa, dunque, nella fedeltà a Gesù Cristo quale inviato del Padre e al suo Vangelo e nell’inserimento in un contesto storico-culturale al servizio di un processo formativo all’esistenza cristiana.

Il modello che ispira l’evangelizzazione è l’incarnazione (cf Redemptoris Missio, 5), [xiv] l’evento della kenosi, di cui la teologia è chiamata a diventare “intelligenza” (Fides et Ratio, 93). Detto in altre parole, l’evangelizzazione è inculturazione del Vangelo, la cui dimensione escatologica [xv] sta ad indicare che il contenuto del messaggio cristiano non è riducibile a semplici schemi culturali del momento storico, ma li oltrepassa pur nella condizionatezza storica dell’annuncio.  E’ in virtù di questa alterità che rinvia alla logica della rivelazione trinitaria nella presenza storica di Gesù, che il Vangelo non solo può coniugarsi con la cultura e le culture, ma innesta nei processi culturali istanze e valori che contribuiscono alla promozione dell’uomo e del mondo, anche attraverso la sua carica profetica e contro-culturale. [xvi] Ne consegue che il compito teologico è dinamicamente alimentato dalla prassi pastorale nel suo contesto ecclesiale e dalla visione missionaria che nell’incontro con l’altro cooperano alla rilettura che la teologia è chiamata a operare costantemente. In tal senso la teologia che si pone in ascolto dell’evento della rivelazione è chiamata a “ri-dire questo accadimento all’uomo di ogni tempo, in una forma che lo interpelli esistenzialmente e si offra come coscienza critica della comunità cristiana; conseguentemente, una teologia che sia in grado di accogliere l’uomo e la sua storia  come «luogo ermeneutico» per una sempre più piena e rinnovata comprensione dell’accadimento stesso della rivelazione e del suo annuncio. [xvii]  Una conseguenza decisiva è che sapere critico della fede e comunicazione della fede si coappartengono e interagiscono. Ciò equivale a dire che la dimensione missionaria è costitutiva della riflessione teologica, è non è aspetto regionale della stessa.

Da questa prospettiva, non meraviglia la convinzione che la teologia (e il suo metodo) [xviii] è strettamente legata alle domande che provengono dalla vita e alle sfide che la comunità ecclesiale è chiamata ad affrontare nella sua testimonianza al Regno. Proprio l’istanza della missione, come profezia storico-salvifica del Regno, dice che la riflessione teologica si inscrive nell’ essere-sacramento della Chiesa, il cui potere dei segni sta nel compito di essere testimone nella logica della gratuità di una Parola la cui differenza qualitativa apre la concretezza della storia alla possibilità del dialogo e del confronto. “Se prende la Chiesa sul serio, la teologia dovrà diventare, al pari di essa, una funzione del Regno di Dio nel mondo. E in questa funzione del Regno di Dio la teologia investe anche le sfere della vita politica, culturale, economica ed ecologica di una società […] in ciascuno di questi ambiti la teologia del Regno di Dio è teologia pubblica, che partecipa quindi alla res publica della società e si coinvolge ‘in termini critici e profetici’, perché essa vede la realtà pubblica nella prospettiva del Regno di Dio che viene”. [xix] In altri termini, significa che la teologia è sempre in contesto, cioè interpreta il significato del progetto di Dio per la storia e il mondo nel quale la fede è vissuta e pensata in circostanze determinate; ma è anche invitata ad una ermeneutica dei contesti socio-culturali, a saper leggere nel movimento della ricerca dell’uomo quei segni della trascendenza e quel bisogno ontologico di salvezza che intersecano e innervano la riflessione teologica, facendo emergere il non-detto e il non-pensato che dimora nella verità cristologica.

 

2.  In vista di una adeguata formazione

Proprio in virtù di questa coniugazione tra riflessione teologica e dimensione missionaria, cioè di una reciprocità tra riflessione e annuncio che si ponga in ascolto dei segni dei tempi, è opportuno chiedersi quali siano le grandi provocazioni contemporanee che chiedono alla teologia e alla missione della Chiesa una capacità estroversa. [xx] Vale a dire: l’istanza di un ampliamento della riflessione teologica che sappia rispondere ai bisogni reali della contemporaneità e provocare una conversione culturale e pastorale. Tre sembrano essere le sfide che orientano la riflessione sulle prospettive teologiche [xxi] e missiologiche [xxii] per il XXI secolo e che richiedono una lettura attenta e capace di risposte educative. In modo schematico.

Innanzitutto, la visione del mondo inaugurata dalla post-modernità, tempo ambiguo e aperto alla ricerca di nuovi sentieri (cf. Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 36-43), le cui caratteristiche sono: l’affermazione del soggetto e il desiderio di prossimità, il ritorno del religioso e la ricerca di nuovo senso, ma anche una mentalità alla new age, in cui il benessere psico-fisico del proprio Io è in testa alla classifica dei desideri e della passioni della cultura contemporanea. Non si tratta solo di egoistiche rivendicazioni, ma di proposte di altri mondi possibili, in cui liberare e dare voce alla differenza, in un costante cambiamento di modelli di vita. [xxiii]  

In secondo luogo, l’impatto del fenomeno della globalizzazione [xxiv] come narrazione ideologica della contemporaneità culturale e sociale, che porta alla ribalta la questione dell’identità e dell’alterità, ma anche la logica del profitto e del mercato come criterio di interpretazione antropologica e cosmologica. E’ evidente che, al di là degli aspetti positivi, il rischio che la globalizzazione diventi un pensiero unico e ideologicamente inattaccabile è più di una semplice ipotesi. Le conseguenze di un cambiamento dello scenario antropologico ed etico, ma anche di una riduzione dell’esperienza religiosa al mercato degli interessi, chiamano in causa il potere critico del cristianesimo di resistenza a forme di assimilazione che riducono la visione della vita ad una falsa idea di libertà illimitata e alla convinzione che l’informazione (il mito della Rete) equivale alla realtà.  

Infine, l’irruzione della pluralità delle grandi religioni. E’ proprio l’orizzonte del pluralismo religioso a costituirsi come una tra le più decisive questioni teologiche [xxv] del futuro, laddove è pensato non come un semplice fatto, ma quale principio interpretativo del disegno salvifico di Dio. L’incontro con mondi culturali e religiosi differenti esige dalla teologia il difficile compito di pensare la molteplicità delle vie di Dio in relazione alla singolarità e unicità della mediazione di Cristo; [xxvi] e trasforma la missione della Chiesa nell’attenzione alla istanza del dialogo interreligioso [xxvii] e alla comprensione dell’altro attraverso una ermeneutica interculturale. [xxviii]

E’ evidente, pertanto, che l’assunzione, da parte della riflessione teologica, della dimensione missionaria allarga il campo dell’esercizio teologico e della sua ricaduta in un adeguato cammino di formazione che tenga presente la complessità pur nella prospettiva di una sistematicità. Contemporaneamente, va notato che, sebbene lo stesso concetto di missione [xxix] stia registrato una progressiva dislocazione del suo senso, esso, però, indica nell’attenzione ai soggetti e alla loro simbolica culturale e religiosa un orizzonte di riferimento inequivocabile. Secondo la lettura e le suggestioni di D. BOSCH, [xxx]  la missiologia  ha una duplice funzione nel quadro della teologia.

a)       Una funzione dimensionale: la missiologia, nel quadro di una concezione ampia della missione, è chiamata a permeare la riflessione teologica, nel recupero di quella universalità del Vangelo che mette in relazione la verità di Dio per l’uomo e la novità di Gesù Cristo e del suo Spirito per la ricerca di senso e di salvezza che abita nelle vicende della storia umana. In tal senso, è più che mai evidente la presenza non esclusiva di diversi interlocutori della teologia del XXI secolo “Ma, nel mondo contemporaneo, come può la teologia sistematica […] permettersi di trascurare le ideologie anticristiane e le credenze degli appartenenti ad altre fedi? Altrettanto cruciale, come può la teologia sistematica occidentale continuare ad agire come se fosse universalmente valida e respingere l’indispensabile contributo al pensiero teologico delle situazioni del Terzo mondo? come può, addirittura, essere cieca al proprio innato carattere missionario? Se ignora la domanda: «Perché la missione?», essa ignora implicitamente anche le domande:  «Perché la chiesa?» e «Perché lo stesso vangelo?»”. [xxxi]

b)       Una funzione intenzionale della missione: tematiche come il primo annuncio, l’inculturazione, la liberazione, il dialogo, lo sviluppo sostenibile, il ritorno del religioso, la non credenza, non costituiscono un problema legato alle altre chiese, ma rappresentano ambiti per una creatività teologica che può, questo sì, arricchirsi dal confronto critico con la prassi missionaria. In altre parole, il compito della missiologia è interno al ripensamento della sistematica teologica, ma anche pungolo critico onde evitare qualsiasi inclinazione al provincialismo teoretico o alla frammentazione ideologica e culturale. In una simile ottica va letta l’indicazione di una tensione verso il futuro da parte della teologia, così come scrive R. Fisichella: “Su questo scenario, è opportuno che la teologia possegga una visione cosmica, anzi planetaria; ciò significa, crescere nella consapevolezza che non si può rimanere rinchiusi negli schemi fissi della sola teologia occidentale, ma allargare lo sguardo verso le ricchezze della teologia d’oriente e in questa prospettiva aprirsi alla recezione di «categorie, concetti, valori, norme, modelli e tradizioni» che appartengono alle Chiese e culture di Africa, Asia e delle Americhe e viceversa”. [xxxii]

 

3. Una esigenza didattica

Alla luce di quanto brevemente indicato, proprio perché il compito della missiologia non ricalca una tipologia puramente pragmatica, essa richiede un adeguato spazio di studio e di ricerca nell’ambito della preparazione teologico-pastorale, che va oltre la semplice risposta ad una precisa “committenza”. [xxxiii] Gia la CEI nella Ratio Studiorum dei Seminari Maggiori del 1983 poneva in evidenza la necessità di coniugare ricerca speculativa e contesto culturale dell’attualità, riflessione teologica e compito dell’evangelizzazione. [xxxiv] Necessità ribadita dalla stessa CEI nelle Indicazioni per un’«Agenda Pastorale» del Prossimo Decennio in Appendice al documento Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, là dove nel paragrafo relativo alle esigenze della missione alla lettera f) si legge: “verificare le scelte formative di coloro che si preparano a diventare presbiteri e la formazione permanente dei sacerdoti, perché siano veramente padri nella fede e acquisiscano una mentalità missionaria”.

In concreto, ciò richiederà sempre più un’attenzione curriculare nell’organizzazione dei piani di studio per il Baccellierato e/o sessennio di studio seminaristici, che più che mai oggi esigono, a nostro avviso, l’introduzione di corsi obbligatori di teologia sistematica della missione e di teologia delle religioni, quale servizio decisivo alla teologia e alla missionarietà della Chiesa, per il fatto che la comunicazione della fede deve essere in grado di parlare nelle e attraverso la cultura e le culture, che vanno conosciute come spazio nel quale l’uomo e la storia possono incontrare Gesù Cristo. Si tratta di quell’apprendimento connotato da un’apertura ecumenica che, a detta del teologo N. Mette, rappresenta uno dei postulati didattici essenziali per avviare una riforma degli studi teologici che sappia coniugare esistenza, sapere e impegno pastorale. Ciò significa, nel rispetto dei percorsi disciplinari, saper articolare i vari ambiti della teologia in una interazione che miri alla capacità di ragionare in modo interdisciplinare sulle problematiche che riguardano i processi dell’incontro tra vangelo e cultura. “E’ caratteristico dell’apprendimento ecumenico il fatto che esso miri a creare una consapevolezza della chiesa mondiale e – nella stessa misura – una sensibilità al proprio contesto, oltre che l’attenzione a tener aperto lo sguardo sull’intera cristianità ecumenica, e la disponibilità al dialogo religioso e interculturale, a indirizzare le proprie iniziative secondo le preoccupazioni che suscitano le situazioni attuali e future della vita umana e a impegnarsi per una terra abitabile”. [xxxv]

Va condiviso, pertanto, quanto annota il card. C. Sepe nella sua Introduzione alla sessione inaugurale del Convegno per il 375° anniversario della fondazione del Collegio Urbano: “Proprio in virtù dell’originalità del Vangelo, l’azione missionaria della Chiesa «esperta in umanità», è chiamata ad offrire ad ogni cultura il progetto di un umanesimo cristiano che la ricerca universitaria testimonia. E’ questa una delle forme di diaconia culturale più urgente, soprattutto in risposta a quelle derive nichilistiche che sembrano non tenere in conto la centralità della persona umana, emarginandola dai processi economici e sociali. L’evangelizzazione, così, attraverso l’inculturazione della fede diventa profezia di una cultura nuova, nella quale i valori del Regno di Dio sono al servizio di quelle attese di salvezza che si nascondono nelle domande e nelle aspirazioni di ogni uomo e di ogni cultura”. (La cultura al servizio della missionarietà, in “L’Osservatore Romano” del 30 novembre 2002, 4)



Note

 

* Docente alla Pontificia Università Urbaniana

 

[i] M. SECKLER, Theologein. Un’idea fondamentale in una triplice configurazione, in ID, Teologia Scienza Chiesa. Saggi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia 1988, 22. Il teologo tedesco nel presentare le tre forme dell’esercizio teologico (l’annuncio, l’interesse della ragione per Dio e la volontà di comprensione della fede) conclude: “Le tre origini da cui può sorgere la teologia hanno così portato allo sviluppo di tre modelli strutturali di teologia. Se ci si può augurare una «forma normativa di teologia cristiana», questa non dovrebbe consistere nella predilezione esclusiva di uno solo di questi, bensì nella consistenza pacifica o antagonistica di tutt’e tre” (35-36). Cf. anche i vari contributi presenti in G.TANZELLA-NITTI 8ed.), La teologia, annuncio e dialogo, Armando Editore, Roma 1996.

[ii] Cf. G. ANGELINI, Fede, dottrina, teologia, in G. ANGELINI – M. VERGOTTINI (edd.), Un invito alla teologia, Glossa, Milano 1998, 16-18.

[iii] G. FERRETTI, La frammentazione della Teologia all’interno dell’attuale situazione di frammentazione del sapere, in G. LORIZIO – S. MURATORE (edd.), La frammentazione del sapere teologico, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, 51.

[iv] B. FORTE, Qualità pastorale dell’insegnamento della teologia sistematica, in M. MIDALI – R. TONELLI (edd.), Qualità pastorale delle discipline teologiche e del loro insegnamento. Una ricerca interdisciplinare, LAS, Roma 1993, 72.

[v] Cf. W. KASPER, Per un rinnovamento del metodo teologico, Queriniana, Brescia 1969, 42-43 e nota 17. Cf. amche dello stesso autore: L’attuale situazione ed i compiti che si pongono alla teologia sistematica, in ID, Teologia e  Chiesa, Queriniana, Brescia 1989, 5-21.

[vi] KASPER, Per un rinnovamento, 42.

[vii] Cf. C. DOTOLO, La rilettura del simbolo di fede nella teologia dopo il Vaticano II, in ID (ed.), Il Credo oggi. Percorsi interdisciplinari, EDB, Bologna 2001, 123-142.

[viii] M. BORDONI, Riflessioni introduttive, in I. SANNA (ed.), Il sapere teologico e il suo metodo. Teologia, ermeneutica e verità, EDB, Bologna 1993, 12-13.

[ix] Circa l’esigenza di una riconsiderazione attuale della formazione nelle Facoltà teologiche e nei Seminari cf. G. BETORI, Facoltà teologiche e progetto culturale della Chiesa italiana, in  “ho theológos  20 (2002) 109-125;  G. MUCCI, La formazione degli alunni nei seminari maggiori, in “La Civiltà Cattolica” 2003 I 221-228. 

[x] Cf. la ricchezza e l’articolata riflessione presente in L. MEDDI (ed.), Diventare cristiani. La catechesi come percorso formativo, LucianoEditore, Napoli 2002.

[xi] Cf. H. SCHLIER, Kerygma un Sophia. Zur neutestamentlichen Grundlegung des Dogma, in ID, Die Zeit der Kirche. Exegetische Aufsätze und Vorträge, Verlag, Freiburg i. Br. 1955, 206-232. Decisive rimangono le riflessioni di H. DE LUBAC, La Foi Chrétienne. Essai sur la structure des Symnbole dés Apôtres, Paris 1969.

[xii] Sia sufficiente il rinvio a H. HAUSER, L’Église ā l’âge apostolique, Cerf, Paris 1996; J. GNILKA, I primi cristiani. Origine e inizio della chiesa, Paideia, Brescia 2000, 322-332.

[xiii] Cf. R. FISICHELLA, La via della verità. Il mistero dell’uomo nel mistero di Cristo, Editoriale Paoline Libri, Milano 2003, 13-29.

[xiv] Cf. CONGREGAZIONE PER L’EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI – PONTIFICIA UNIVERSITÀ URBANIANA, A dieci anni dall’Enciclica Redemptoris Missio, Urbaniana University Press, Roma 2001.

[xv] Si vedano le riflessione di R. PENNA, Gesù Cristo Salvatore: cristologia e sue implicanze missiologiche, in G. COLZANI – P. GIGLIONI – S. KAROTEMPREL (edd.), Cristologia e Misione oggi. Atti del Congresso Internazionale di Missiologia. Pontificia Università UrbanianaInternational Association of Catholic Missiologist (Roma 17-20 ottobre 2000), Urbaniana University Press, Roma 2001, 364-372 e di G. BIGUZZI, Unicità del Cristo nel Nuovo Testamento, Ibidem, 83-89.

[xvi] Cf. le indicazioni di P. ROSSANO, Acculturazione dell’Evangelo, in Evangelizzazione e Culture, I. Atti del I Congresso Internazionale scientifico di Missiologia. Roma 5-12 ottobre 1975, Pontificia Università Urbaniana, Roma 1975, 104-116

[xvii] C. ROCCHETTA, Qualità pastorale di una teologia ermeneutica, MIDALI –TONELLI (edd.), Qualità pastorale, 75.

[xviii] E’ significativo l’insistenza sul legame teologia-vita che connota la riflessione su metodo teologico di J. WICKS, Introduzione al metodo teologico, Piemme, Casale Monferrato 1994, 9-10; 95; 128-129, il quale scrive chiaramente: “La teologia è per la vita” (129).

[xix] J. MOLTMANN, Dio nel progetto del mondo moderno. Contributi per una rilevanza pubblica della teologia, Queriniana, Brescia 1999, 238.

[xx] Cf. G. COLZANI, Unicità ed organicità della Teologia. Unità ed organicità del curriculum teologico, in LORIZIO –MURATORE (edd.), La frammentazione, 145-159

[xxi] Indicativamente si veda R. GIBELLINI (ed.), Prospettive teologiche per il XXI secolo, Queriniana, Brescia 2003.

[xxii] Cf. C. DOTOLO (ed.), La Missione oggi. Problemi e prospettive, Urbaniana University Press, Roma 2002, e in particolare la lettura panoramica di G. CAVALOTTO, Sfide e compiti della missione, 3-7.

[xxiii] Si veda J. MARDONES, Postmodernidad y cristianismo. El desafío del fragmento, Editorial Sal Terrae, Santader 1988; P. GISEL – P. EVRARD (edd.), La théologie en postmodernité, Labor et Fides, Genève 1996;  P. HEELAS –D. MARTIN- P. MORRIS (edd.), Religion, Modernity and Postmodernity, Malden 1998;  R. SCHREITER, La teologia postmoderna e oltre in una chiesa mondiale, in GIBELLINI (ed.), Prospettive teologiche, 373-388.

[xxiv] Rinviamo a C. DOTOLO, Globalizzazione e Vangelo. Mutamenti antropologici e umanesimo cristiano, in “Ad Gentes” 6 (2002) 264-278; J. PARÉ, Défis à la mission du troisième millénaire, Missionnaires de la  Consolata, Montréal 2002, 283-297; J. B. METZ, Proposta di programma universale del cristianesimo nell’età della globalizzazione, in GIBELLINI (ed.), Prospettive teologiche, 389-402.

[xxv] Cf. A. AMATO, L’unicità della mediazione salvifica di Cristo: il dibattito contemporaneo, in M. CROCIATA (ed.), Gesù Cristo e l’unicità della mediazione, Paoline Editoriale Libri, Milano 2000, 13-44; M. BORDONI, Le inculturazioni della cristologia e la tradizione cristologica della chiesa, in COLZANI – GIGLIONI – KAROTEMPREL (edd.), Cristologia e Missione oggi, 67-81. In relazione al dettato della Dominus Iesus cf. le annotazioni di  M. SECKLER, Zeitgenössicher Philosophisch-Theologischer Kontext und “Dominus IesusSäkularisierung, Postmodernismus, Religiöser Pluralismus, in PATH 1(2002) 145-171.

[xxvi] Cf. W. KASPER, The Unicity and Universality of Jesus Christ, in COLZANI – GIGLIONI – KAROTEMPREL (edd.), Cristologia e Missione oggi, 35-45;  C. GEFFRÉ, Verso una nuova teologia delle religioni, in GIBELLINI (ed.), Prospettive teologiche, 353-372, e in particolare circa il significato per una formazione teologica 368-372.

[xxvii] Rinviamo alla riflessione di K. LEHMANN, Una religione tra le altre?, in “Il regno-documenti” 1(2003) 42-49.

[xxviii] Cf. G. RUGGIERI, Molteplicità delle culture: cambiamento di paradigma in teologia?, in “Vita Monastica” 48 (1994) 51-80;  T. SUNDERMEIER, Comprendere lo straniero. Una ermeneutica interculturale, Queriniana, Brescia 1999.

[xxix] Cf. G. COLZANI, Missione. Bilancio di un concetto fondamentale, dalla Redemptoris Missio ad oggi, in DOTOLO (ed.), La Missione oggi, 9-35.

[xxx] D. BOSCH, La trasformazione della missione. Mutamenti di paradigma in missiologia, Queriniana, Brescia 2000, 676-688.

[xxxi] BOSCH, La trasformazione della missione, 684.

[xxxii] R. FISICHELLA, Che cos’è la teologia, in R. FISICHELLA – G. POZZO – G. LAFONT, La teologia tra rivelazione e storia.  Introduzione alla teologia sistematica, EDB, Bologna 1999, 154. Sono utili le indicazioni di A. STAGLIANÒ, Vangelo e comunicazione. Radicare la fede nel nuovo millennio, EDB, Bologna 2001, 31-82; 169-184.

[xxxiii] Non condividiamo fino in fondo, al di là della reale problematicità di un’eventuale completezza del curriculum studiorum, quanto annota T. CITRINI, Sull’insegnamento della teologia, in specie nei seminari, in S. MURATORE (ed.), Teologia e formazione teologica. Problemi e prospettive, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, 78-79: “Una completezza materiale dell’insegnamento teologico è in senso proprio impossibile, e quindi non è neanche un obiettivo sensato […] La soluzione semplicistica di ‘aggiungere un corso nella formazione seminaristica’, evidentemente obbligatorio, si para con estrema facilità e ingenuità di fronte a chi percepisca unilateralmente un’urgenza; […] Abbiamo sentito questa proposta propugnata con forza da forze ecclesiali che, quanto a pertinenza delle istanze che portano, hanno ragioni da vendere: gli ambienti missionari vorrebbero almeno un corso di missiologia, gli ambienti ecumenici un corso di ecumenismo […] L’elenco potrebbe continuare a lungo, senza utilità. Più i portatori dell’istanza sono ‘potenti’, più l’ipotesi che i curricoli ulteriormente si ingolfino può diventare reale”. E‘ proprio la necessità di reperire criteri di completezza per un processo formativo orientato alla preparazione teologica e al ripensamento della ministerialità della Chiesa, ad esigere la presenza dell’ambito disciplinare missiologico all’interno della riflessione e didattica teologica. E non per motivi estrinseci o di committenza, ma interni all’esercizio teologico stesso.

[xxxiv] In questa linea cf. S. DIANICH, Profilo culturale e compito di una facoltà di teologia, in “Vivens Homo” 13 (2002) 30: “Se l’evangelizzazione non può mai prescindere da quello che è il suo naturale habitat, cioè da uno spazio dialogico, la missione della Chiesa ha bisogno di essere sostenuta dalla riflessione teologica”.

[xxxv] N. METTE, Studiare teologia. Il curricolo teologico sotto il profilo didattico, in “Concilium” 30 (1994) 177.

 

Ref.: TEOLOGIA DELL’ANNUNCIO (Per una teologia missionaria),  PUM, pp. 21-32.