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E.B. Questa sfida dei
nostri tempi chiede a tutti la conversione
ad un'ecclesiologia più realista e attenta. Punto di riferimento obbligato
il trinomio: chiesa locale, vita consacrata, territorio. L'evangelizzazione, grande posta
in gioco dei nostri tempi, chiede a tutti il coraggio di un confronto
costruttivo volto a chiarire e organizzarne meglio la realizzazione.
Altrimenti si rischia l'insignificanza. Come vescovo, Mons. Castellani
si augura che nella vita diocesana i consacrati possano essere sempre
più significativi perché riscoprono e vivono il proprio carisma
hic et nunc e perché
collaborano in modo organico con la chiesa locale. Egli cerca, nel
suo intervento, di individuare alcune frontiere dell’evangelizzazione,
a livello teologico‑sapienziale e
istituzionale. Senso teologico e
sapienziale Sono evidenti i problemi di linguaggio, in un mondo che
parla diversamente da noi. Perciò, «tutti siamo chiamati a
una rivoluzione copernicana; la vita consacrata in quanto tale ha
però nel suo DNA una fondamentale "laicità", che non deve
sovrapporsi né tanto meno essere sacrificata al ministero. Essa è
una risorsa profonda per individuare un bisogno di salvezza oggi»:
è necessario entrare nelle domande concrete che la gente si pone e
lasciarsene provocare. All'interno delle domande della gente, la vita consacrata
porta la testimonianza della
santità, il suo profumo,
«la domanda di cosa significhi oggi santità alle sue nuove coniugazioni:
il senso critico di fronte alla globalizzazione
del consenso, le alternative alla politica come il volontariato, le prospettive
aperte dalla comunicazione, ecc.». Anche qui la vita consacrata ha
parecchio da dire, con le sue figure semplici e straordinarie di santità,
allenata a valori magari oggi fuori moda — come la regola di vivere
l'impegno per tutta una vita, l'ascesi, ecc., — ma che andrebbero
riletti, secondo la sensibilità di oggi, e riproposti. Collegata a questa testimonianza, «c'è la memoria escatologica, che tutti oggi siamo tentati di rimuovere, in un mondo sempre più
inchiodato all'attimo presente». Se oggi ha ancora
un senso la connotazione escatologica dei voti, bisogna che lo sia
in termini molto realistici, piantata nei solchi dove il pastore passa
per spargere il seme della Parola. Solo per fare un esempio:
povertà è oggi sinonimo di sobrietà e di gratuità. Vivere i voti in relazione al territorio, strettamente agganciati e in costante
confronto con la fatica del vivere quotidiano di una parte cospicua
della nostra gente, rende più vera la nostra scelta e ad un tempo
leggibile dalla gente stessa». Altra frontiera è la tensione
tra locale e universale. «Siamo tutti gIobalizzati,
ma nello stesso tempo preoccupati di salvaguardare le nostre tradizioni
locali, le nostre identità, il nostro specifico». Tutta la Chiesa
è chiamata ad armonizzare la tensione tra globale e locale, «ma
penso che l'apporto specifico dei religiosi sia fuori discussione,
con il loro duplice radicarsi in un territorio e contemporaneamente
con la loro concreta esperienza (e relativi agganci) a livello universale».
Il compito di aiutare la gente a raccordare le loro preoccupazioni
particolari con un più ampio orizzonte mondiale, una chiesa locale
può concretizzarlo più agevolmente col contributo
dei religiosi: si pensi ai progetti missionari di aiuto economico,
di volontariato, di comunicazione, di gemellaggio, ecc. Animati da
questa sana tensione, i religiosi dovrebbero essere un invito a non
chiudersi nei propri orizzonti, a comunicare con le chiese vicine
e lontane, a trovare "più gioia nel dare che nel ricevere"
(At 20,.35). Anzitutto l'annuncio
straordinario della Parola, che sia esso realizzato nelle missioni
popolari, animazione ai ritiri, centri di ascolto,
lectio divina, ecc., «a condizione che essi siano
doverosamente preparati e si pongano al servizio di una Chiesa locale
e non si sovrappongano ad essa». La pastorale educativa della scuola, in cui molti istituti religiosi
sono impegnati, «rappresenta una straordinaria risorsa educativa e
una maniera efficace di educare le persone a Cristo. A condizione che essa non sia
un'isola rispetto alla chiesa locale, ma operi in sinergia con una
parrocchia, una diocesi, e sia a servizio degli "ultimi"
di oggi nell'accezione materiale e spirituale del termine. Altra risorsa straordinaria è la spiritualità, che vari istituti religiosi hanno scelto come tema di confronto,
di revisione e di animazione. «Dio voglia
che questo tema non si esaurisca all'interno
dei conventi, ma si traduca in progetti concreti al servizio della
chiesa locale: in termini di scuola di preghiera, di offerta di luoghi
dove riscoprire il silenzio e imparare a meditare, ecc.». È compito
di tutta la chiesa locale, «ma il mio timore è che se i religiosi
non sono i primi a farsi avanti, alla chiesa locale finirà per mancare
qualcosa di concreto e di importante. E la
nostra gente finirà col cercare altrove, fuori della chiesa, la risposta
al bisogno di spiritualità innato nell'uomo e molto vivo anche nell'uomo
del nostro tempo». Accanto alla proposta di spiritualità c'è quella di comunità, di fraternità e di
accoglienza. Anche la parrocchia riesce meglio a
essere casa di tutti se è aiutata da una comunità religiosa aperta,
che mette al servizio del territorio la propria esperienza vissuta
di comunità, le proprie risorse e strutture: che si incontra in quanto
comunità col clero locale, che organizza giornate di studio o altre
manifestazioni al servizio e in sinergia con la parrocchia. Infine la carità,
la più importante delle
risorse e degli strumenti. «Una chiesa locale che gode
di scelte di gratuità non soltanto dei singoli consacrati,
ma di una comunità religiosa (es., il servizio mensa di una comunità religiosa) deve solo
rendere gloria a Dio per questo. Ma questa lode può risuonare ancora
più forte se tale servizio è vissuto come espressione di tutta una
parrocchia o diocesi: es. una comunità religiosa che mette a disposizione
i suoi spazi per organizzare il volontariato, sempre con e a
nome di tutta una chiesa locale». L'urgenza della carità richiama lo spazio di maggiore libertà
e discernimento, di cui
dovrebbe godere la vita consacrata rispetto al resto della chiesa
locale. Resta il fatto che oggi la geografia della carità è perennemente
cangiante, sempre nuovi spazi d'intervento si aprono, i nuovi poveri
si affacciano ai nostri orizzonti col volto degli immigrati, dei senza
tetto, dei nomadi, a cui va aggiunta la sfida dell'ecumenismo e del
dialogo con altre religioni. Spesso, sempre più spesso, si chiede
ai religiosi di muovere le tende e andare li
dove la chiesa locale non riesce ad arrivare. La parrocchia dei
religiosi Il 9% dei religiosi è direttamente impegnato in parrocchia
e, tenendo conto del numero delle comunità esistenti, circa la metà
di esse ha un qualche legame, diretto o indiretto,
con la struttura parrocchiale. Nonostante la vita religiosa italiana abbia una presenza
territoriale molto ricca e diversificata
fatta di santuari, case di spiritualità, centri giovanili e oratori,
ospedali e strutture per disabili, anziani, tossicodipendenti, scuole,
librerie e case editrici, ecc., l'impegno parrocchiale rimane la modalità
che più direttamente coinvolge nella relazione con la diocesi e con
il territorio. Esiste tuttavia il rischio che la mediazione parrocchiale
finisca con l'omologare lo stile e la modalità
di azione di una comunità religiosa ai modelli operativi del clero
diocesano. «Malgrado il molto parlare in convegni e dibattiti — annota
mons. Castellani — non e emersa, tolto qualche caso, una specifica
e peculiare fisionomia di parrocchia tenuta da religiosi. Questo non
perché vi sia una qualche preclusione da parte dei vescovi, ma per
il fatto che sono gli stessi istituti religiosi a non esprimere
proposte a modelli operativi». Manca una peculiare riflessione su questo
argomento. Ciò fa sì the i rapporti comunità religiosa‑parrocchia
rimangano legati alla modalità con la quale un istituto si
è radicato in una diocesi, o a esigenze di "supplenza" di
un clero diocesano sempre più anziano e con poche vocazioni. In questa
logica dell'emergenza è comprensibile la fatica di vescovi e strutture
diocesane ad accogliere la decisione di un istituto di lasciare una
parrocchia, chiudere una comunità o ritirarsi dalla diocesi. «Quello che in molti casi si rileva mancante è il dialogo, condotto prima di assumere una decisione, in modo
da maturare orientamenti effettivamente condivisi. In tal senso il
documento elaborato nel 1992 dalla commissione CEI, per la vita consacrata,
con l'apporto di CISM e USMI, sui criteri per il ridimensionamento
costituisce tuttora un buon punto di incontro
e una prospettiva metodologica ancora valida. Sarebbe però opportuno
verificare l'effettiva recezione di quelle proposte e pensarne una riformulazione
per affrontare un futuro, ormai prossimo, nel quale si faranno
acute le tensioni tra esigenze di una evangelizzazione, nuova non
solo per strumenti e metodologie, ma perché si rivolge a una società
profondamente secolarizzata, anche se mantiene un esteriore a generico
riferimento alla esperienza cristiana, e scarsità, invecchiamento,
frammentazione delle risorse umane disponibili». In questa prospettiva
il coordinamento e la collaborazione tra istituti religiosi e strutture
diocesane è una scelta necessaria per un efficace impegno di
evangelizzazione. «I religiosi in una diocesi non sono una
risorsa aggiuntiva e, meno che meno, una riserva alla quale attingere
nei casi di emergenza o per motivi di supplenza,
essi sono una componente essenziale dell'evangelizzazione». È necessario, tuttavia, un cambiamento di mentalità e non
solo un diverso rapporto tra istituzioni e strutture organizzative.
Sono processi lenti e faticosi, ma non ci sono alternative. Un ruolo di supplenza? «Penso innanzitutto che all'interno di un piano organico,
una parrocchia gestita da religiosi può e deve distinguersi per un
servizio, consono il più possibile, aI suo
specifico carisma». Il rischio ricorrente di una parrocchia — secondo mons. Castellani —‑ è duplice:
far coincidere la sua azione col fare (sacramenti e catechesi), e
limitare questa sua azione ai vicini. Una parrocchia condotta da religiosi dovrebbe mostrare Ia
centralità dell'essere più che del fare. InoItre,
proprio per una loro formazione diversa, i religiosi non dovrebbero
adeguarsi acriticamente allo standard
delle altre parrocchie in diocesi. «Ancora una volta si dovrebbe partire dal territorio, dalla
"gente" e dai "feriti" del territorio, dal grido
di salvezza che da esso promana, e chiedersi
come rispondere. Il territorio — nella sua accezione geografica, soprattutto
antropologica e culturale — è il "giardino" da Dio affidato
all'uomo. I consacrati sono chiamati oggi a vivere la propria vocazione
e missione nel "giardino di Dio" che è la chiesa locale,
porzione di popolo di Dio ove mettere a frutto il proprio carisma.
Con la consapevolezza che i consacrati per vocazione e missione sono
chiamati a essere: evangelicamente efficaci ("forti nella tribolazione"
sotto la croce), e non solo efficienti; gratuiti ("ad maiorem Dei gloriam" — S. Ignazio), ma non in cerca di auto-gratificazioni;
pronti a marcire ("il chicco di grano"), ma non ad essere
serviti». Nella logica e nello spirito dell’ "incarnazione"
— continua mons. Castellani — i consacrati non coltivano una spiritualità
senza territorio: donati al territorio, amano il territorio, la gente
che in esso vive, facendosi quotidianamente discepoli del Signore
che nelle loro persone passa oggi "beneficando e sanando tutti".
La spiritualità del territorio interpella i consacrati e le comunità
consacrate in relazioni a stili di vita nuovi. Per i religiosi «una risposta obbligata può essere il raggiungimento
dei lontani, in ambito diocesano e non solo nel cerchio della propria
parrocchia. Forse ci si deve disporre a muovere le tende e accettare
di andare in frontiera, là dove gli altri non vanno, dove c'è da creare
addirittura una nuova parrocchia. Forse bisogna assicurare nella propria
parrocchia servizi che altri non riescono ad assicurare (scuole di
preghiera, mense caritas, ecc.). Forse c'è da interrogarsi su cosa
fare delle proprie strutture, sia quando le si abita
(ad esempio rendendole disponibili per incontri di presbiterio o per
alcuni servizi diocesani), sia quando le si abbandona». Per non rimanere sul piano delle buone intenzioni, mons.
Castellani auspica di far diventare normale la prassi della progettazione. «Dato per scontato che nessuno in questa
situazione attuale di Chiesa ha il diritto di sentirsi spettatore
ed è invece chiamato a un sano protagonismo,
io continuo a sognare una Chiesa capace di convenire,
che davvero si metta al servizio del territorio, individui i bisogni
che più invocano salvezza, sia capace di discernere la situazione
e i vari tipi di intervento, e distribuisca le forze tra le varie
componenti». E fare questo non solo in occasione
di un sinodo o all'inizio di un anno pastorale, ma come normale stile
ecclesiale, fatto di verifica e di reciproca animazione. A questa condizione gli auspici cominceranno
a divenire realtà. |