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Gabriele
Ferrari, S.X. È finita
l'epoca della missione nella brousse. II futuro della missio ad gentes è nelle
città, in particolare nelle megalopoli del sud del mondo.
Per questo tipo di missione occorrono metodi e persone nuovi,
ma la Chiesa rischia di essere ancora
una volta in ritardo. La
notizia può sembrare una del le tante proiezioni futurologiche del nostro tempo fatto di
statistiche e di inchieste, rese facili
dall'informatica oggi imperante nella nostra cultura. Ma per
gli operatori della missione questa notizia dovrebbe suonare come
un segno dei tempi e, più ancora, come un campanello d'allarme
che attira l'attenzione e fa riflettere. Il
fenomeno dell'urbanesimo non è certamente nuovo. È il
logico risultato della civiltà industriale che ha modificato
profondamente le abitudini della gente in quest'ultimo secolo della nostra
storia. Ma per la pastorale queste nuove concentrazioni urbane
sono evidentemente una novità carica di incognite
e di problemi sia sul piano sociale che religioso. La gente vi
vive sradicata dalla propria cultura e dal proprio gruppo. spesso in
quartieri dove prosperano la promiscuità, la malavita, l'ingovernabilità,
i gruppi fondamentalisti e ogni altro genere di propaganda. Lavorare
oggi in città, ovunque, è diventato
più difficile. Se poi si pensa a essere
pastori in uno degli agglomerati urbani del sud del mondo dove
si concentrano tutti i problemi dello sviluppo e del sottosviluppo
dell'intero paese, non è difficile immaginarne la complessità e
l’urgenza nello stesso tempo del lavoro da compiere; un lavoro
non impossibile, ma certamente molto esigente e cruciale anche
e soprattutto nelle terre una volta dette di missione. Lo diceva
già una quindicina d'anni fa Giovanni Paolo II in Redemptoris
missio (37b): «Oggi l'immagine della missione ad gentes sta forse cambiando: luoghi privilegiati dovrebbero essere
le grandi città, dove sorgono nuovi costumi e modelli di
vita, nuove forme di cultura e comunicazione, che poi influiscono
sulla popolazione. È vero che la "scelta degli ultimi" deve
portare a non trascurare i gruppi umani più marginali e
isolati, ma è anche vero che non si possono evangelizzare
le persone o i piccoli gruppi, trascurando i centri dove nasce,
si può dire un'umanità nuova con nuovi modelli di
sviluppo. Il futuro delle giovani nazioni si sta formando nelle
città». In
Africa, in Asia e in America latina il problema dell'urbanesimo
e della concentrazione della popolazione nelle città sta
diventando una sfida pastorale inevitabile che richiede di essere
urgentemente presa in considerazione con nuovi metodi
e soprattutto con persone nuove. quando si
visitano città come São Paulo del Brasile, Città del
Messico, Lagos, Nairobi, Giacarta, Manila, Hong Kong non si può sfuggire
all'impatto con la loro cruda realtà. Sono città che riproducono l'immagine
stessa del mondo della globalizzazione: un centro luminoso, slanciato. tecnologicamente all'avanguardia, pulito e accogliente, simboleggiato
da uno skyline di grattacieli,
degno delle metropoli americane, ma poi, andando dal centro verso
la periferia. si nota un progressivo degrado
sociale e logistico che costringe ad aprire gli occhi su una realtà di
disoccupazione, affollamento. povertà,
insalubrità e assenza di governo, che è esattamente
e simmetricamente il contrario di quello che si vede al centro.
I quartieri periferici, in continua inarrestabile espansione, accolgono
una folla anonima, indistinta, abbandonata a se stessa, che fornisce
la manodopera alla città, ma che ne assorbe
anche tutte le tensioni e le contraddizioni. Oggi
nella nuova situazione urbana tutto è messo
in discussione e quindi in crisi, e tutto sembra cambiato: la gioventù è affascinata
e sedotta dalle luci della città e dagli specchietti della
cultura della globalizzazione che vede imperante al centro delle
città. La saggezza degli anziani non riesce a farsi ascoltare.
Un vuoto si crea nelle nuove generazioni riempito da
valori che vengono da fuori, superficiali ed effimeri: sono i nuovi
idoli della città che per i giovani funzionano da droga
alienante e da diversivo pericoloso che sbocca quasi sempre nella
violenza. È ben
comprensibile che il missionario, abituato a una pastorale rurale, trovi difficile lavorare nell'ambiente
urbano. Tra i missionari se ne trovano pochi che accettano di lavorare
in città, mentre sono pronti per le zone interne del paese.
Poco importa se all'interno non c'è né la televisione
né altre comodità ormai consuete, se il telefono
non ha campo per ricevere le comunicazioni. «Si sta così bene
in brousse» ‑ dicono
i missionari classici. Questo
genere classico di missione non solo è destinato
a finire, ma già adesso non ha più futuro, perché non
ha più una grande incidenza nella coscienza della gente.
La città, pur lontana e poco amata, sta corrodendo la cultura
rurale, la gioventù non resta facilmente all'interno, cerca
la città dove, se non trova lavoro, trova tuttavia quella
libertà che ha sbirciato e sognato guardando la televisione
nel bar o nella casa di qualche fortunato compaesano. Le scuole
superiori sono in città, le università e gli ospedali
pure: come è possibile costruire
il futuro nella brousse? È vero che la cultura
originaria non viene cancellata dalla
coscienza della gente: per certi avvenimenti i cittadini, sia i
politici che gli intellettuali, ritorneranno sempre al villaggio! Ma ormai
la generazione presente e certamente la prossima è rivolta
alla città. La prospettiva di un'ulteriore dilatarsi
degli agglomerati urbani del sud del mondo dovrebbe farci sentire
l'urgenza di elaborare una nuova strategia pastorale. L'improvvisazione
e gli espedienti suggeriti dalla situazione contingente non
sono sempre espressione di fede e di fiducia nella Provvidenza.
Non si può rischiare di rimanere assenti da questa nuova realtà. Bisogna
quindi prevedere non solo dei luoghi di preghiera e di raduno
per la comunità cristiana, ma soprattutto nuovi
metodi per accostare la gente che arriva in città come in
un deserto e non viene subito e sempre a presentarsi alla comunità cristiana.
Bisogna pensare nuovi ministeri non ordinati adatti alla nuova
situazione, delle équipes pastorali duttili e sciolte per entrare in queste
nuove situazioni senza troppi intralci canonici o istituzionali
(confini di parrocchie e gelosie di competenza pastorale)! Tutto questo dovrebbe essere oggetto della programmazione
pastorale delle diocesi oggi. Purtroppo non è cosi.
Troppo spesso gli argomenti affrontati nei consigli presbiterali
di troppe giovani chiese del terzo mondo
ruotano attorno ai soliti problemi del narcisismo clericale: il
sostentamento del clero, lo stipendio delle messe. i mezzi
di trasporto, le strutture logistiche per il clero e, quando riescono
ad andare un po' più in là, arrivano a fissare l'età in
cui dare i sacramenti ai fanciulli o a determinare il modo di rifiutare
i sacramenti... C'è da morire di asfissia! Bisogna
creare una nuova mentalità, che nuova in
realtà non sarebbe, perché è quella del Vangelo,
del pastore che va alla ricerca delle sue pecore, che non le attende all'ovile,
ma che non ha con sé, come nella parabola di Luca, le novantanove,
ma una sola pecora. mentre le altre sono disperse (non necessariamente perdute!)
nelle Cohabi di una città come
São Paulo o nelle città satelliti di Manila o nelle
interminabili e sconosciute periferie di Lagos o di Nairobi! La
nuova pastorale sarà quella della ricerca e dell'accoglienza. sarà quella
dell'invio di laici impegnati e appositamente preparati per accogliere
e raccogliere questi nuovi membri della comunità cristiana:
sarà una pastorale che risponde ai tempi reali della gente che lavora in città e
che rientra solo per mangiare a riposare. Bisognerà praticare
spesso una pastorale traversale e quindi d'insieme per rispondere
alle nuove categorie della popolazione secondo i loro interessi
e le loro condizioni. Insomma è tempo di fantasia pastorale
non di ripetizione di sistemi d'altri tempi e d'altri luoghi. Ref.: TESTIMONI, n. 12, 30 giugno 2004, pp. 7-10.
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