Gabriele Ferrari, SX
Un futuro per i missionari?


La missione non è arrivata al capolinea, ma bisogna trovare un nuovo modo di viverla. Continuare testardamente sulla stessa strada, facendo appello alla generosità "di una volta", non fa che aumentare la frustrazione e la crisi. Che cosa deve allora cambiare?

 

Per quanto vecchia, questa domanda viene spesso ripresa anche oggi. A volte la missione, più spesso il missionario, vengono messi sotto inchiesta. Come sarà la missione del futuro? La missione nella sua natura teologica non verrà mai meno, perché essa rispecchia il piano di salvezza preparato da Dio "prima della creazione del mondo" (Ef 1,4), ma è stata affidata alla Chiesa ed è quindi soggetta ai condizionamenti della storia e alle libere scelte dell'uomo e si colloca proprio all'incrocio della storia e della libertà dell'uomo. Essa subisce i contraccolpi della storia ed è vissuta secondo i modelli di missionari e di missione propri di ogni tempo. È la missiologia che studia i mutamenti della missione nei suoi modelli e non è questa la sede per fare la storia della missione. Basti sapere che i modelli storici della missione sono molteplici. Nell'epoca apostolica, ad esempio, le prime comunità cristiane hanno evangelizzato per "irradiazione", diffondendo il valore del Vangelo vissuto e della santità, che è una delle "note" distintive della Chiesa. In seguito i responsabili della chiesa hanno inviato dei cristiani a predicare il Vangelo e a costruire la chiesa (plantatio ecclesiae): questo è il modello della missione ad gentes, un modello che ha funzionato egregiamente per questi ultimi cinque secoli. Oggi però è entrato in crisi. Lo si deduce dal fatto che non attira più candidati come nel passato; questo tipo di missionari ad gentes non trova più una facile collocazione all'interno delle chiese locale; e, infine, dal fatto che gli stessi missionari non si sentono più a loro agio nello stile tradizionale di fare missione. È un modello nato in occidente, questi sintomi non dicono che la missione è arrivata al capolinea, ma che si deve trovare una nuova maniera di viverla. Continuare testardamente sulla stessa strada, facendo appello alla generosità "di una volta", sembra una forma di "accanimento terapeutico" che aumenta la frustrazione e la crisi senza per altro riuscire a superarle.

CHE COSA DEVE CAMBIARE?

Il vero problema si configura quindi in un altro modo: che cosa deve cambiare nella maniera di svolgere la missione? Alcune indicazioni ci sono venute già dal concilio Vaticano II e non sono ancora state digerite del tutto. La missione non si può ridurre solo all'annuncio della parola di Dio, alla celebrazione dei sacramenti e al servizio della comunione secondo il mandato missionario (Mt 28:19-20). Oggi la missione deve impegnarsi nella promozione dei valori del Regno (Redemptoris missio, 34, d'ora in poi citata come RM), nella ricerca dei "germi del Verbo" (AG, 11/1112) e nella scoperta e promozione di quei "beni spirituali e morali e i valori socio-culturali" (NA, 2/586), che si trovano sparse, ad opera dello Spirito Santo, nelle culture e nelle popolazioni anche al di fuori della Chiesa. Soggetto della missione non sono più solo delle persone delegate ad hoc dal Papa (i missionari di professione), ma tutti i battezzati e ogni chiesa locale, e non solo le chiese di antica fondazione, ma anche le nuove. I destinatari della missione non sono una tabula rasa su cui costruire un progetto preconfezionato, ma sono persone inserite nella loro storia e nella loro propria religione, ed è in dialogo con essi che viene offerto il messaggio della salvezza nella logica dell'incarnazione. Nel futuro, i missionari non potranno più evangelizzare secondo il modello della missione ad gentes soltanto, in linea con la "nota" dell'apostolicità della Chiesa (evangelizzazione e fondazione di nuove chiese), ma anche secondo il modello che viene dalla santità e della cattolicità. In altre parole la missione dovrà sempre più partire dalla testimonianza di una vita autenticamente cristiana che diventa irradiazione e appello a tutti (cf. At 2:48) secondo una cattolicità che non è solo geografica (arrivare dappertutto), ma che si propone di rinnovare con la forza del Vangelo l'intimo delle persone e delle culture (cattolicità antropologica). La cattolicità non va separata dall'apostolicità. In altre parole, la plantatio ecclesiae continuerà ad essere un'urgenza apostolica ineliminabile dell'attività missionaria ad extra, fintanto che ce ne sarà bisogno (ancora per un bel po'!), ma nello stesso tempo, l'azione missionaria ad intra sarà sempre necessaria al popolo di Dio, per rinnovarsi incessantemente nella fedeltà al Vangelo. Per questo Paolo VI accosta i due modelli e li integra: "Per la chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geograficamente sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere, e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità" (EN, 19).

LA FATI CA DEL RINNOVAMENTO

Fin qui le indicazioni conciliari e postconciliari che dovrebbero essere ormai conosciute. Esse domandano certamente un rinnovamento e un completamento della missione ad gentes. Si nota tuttavia una forte, anche se non sempre consapevole, resistenza ad abbandonare il vecchio tipo di missione, che potremmo chiamare tradizionale o romantico. A trent'anni ormai dalla sua conclusione, la ricezione delle decisioni del concilio è ancora debole in questo, come in altri campi.

I missionari hanno svolto la missione ad gentes in modo diverso secondo i tempi e la cultura di provenienza. E l'hanno vissuta, senza volerlo e molti anche a volte senza averne consapevolezza, secondo modelli inquinati dalla collusione con il colonialismo, da complessi di superiorità occidentale, dalla prepotenza dei mezzi economici che hanno oscurato l'azione di Dio e della sua grazia. Così la missione si è inquinata di elementi estranei ad essa.

Per questa ragione, riflettere sul futuro della missione richiede una revisione dei modelli di missione. Non dobbiamo nasconderci che questo discorso è delicato, perché esso coinvolge nei suoi giudizi le persone, le scelte del passato e ciò che è stato fatto, spesso con grandi sacrifici personali e comunitari. Forse essendo pleonastico, dichiariamo tuttavia subito che non intendiamo far il processo alle intenzioni e ancor meno mettere in dubbio la santità e la dedizione dei nostri predecessori.

Il nostro discorso mira a individuare le direzioni verso cui presumibilmente si dirigerà la missione nel futuro che ci sta davanti all'inizio di una nuova epoca caratterizzata dalla mentalità post-moderna, da una nuova cultura planetaria, dalla globalizzazione, da nuovi fondamentalismi religiosi e da forme di ingiustizia strutturali sempre più gravi. A noi pare che in tale contesto la missione dovrà caratterizzarsi per una forte testimonianza personale e comunitaria di fede e di vita cristiana, per una cattolicità geografica ma anche antropologica, per la promozione delle culture locali attraverso il processo d'inculturazione del messaggio evangelico, per un atteggiamento di dialogo a trecentosessanta gradi, e per la promozione della condivisione, della solidarietà e della comunione vissuta nelle piccole comunità ecclesiali di base.

MISSIONE "SPIRITUALE" E TESTIMONIANZA CRISTIANA

La missione del futuro dovrà ritrovare ed evidenziare la ragione profonda che la determina prima di ogni altra ragione, cioè la sua radice teologale e, perciò, assumere un nuovo stile. Infatti, nel corso della sua storia la missione si è andata sviluppando in forme che alla lunga hanno evidenziato soprattutto gli aspetti più visibili e le opere materiali e documentabili nelle statistiche: chiese, scuole, ospedali, cooperative di sviluppo sociale ecc. Questa maniera di fare missione ha indotto l'idea che essa sia come un'impresa di opere pubbliche (religiose e civili) da programmare, organizzare, finanziare e realizzare con spirito imprenditoriale con l'inevitabile accentuazione dell'efficientismo e dell'individualismo. È successo alla missione quello che è capitato alla vita consacrata: le opere della missione, invece di essere strumenti al fine, si sono identificate con la missione e hanno fatto dimenticare che essa è prima di tutto caratterizzata da una relazione di invio al mondo da parte di una comunità cristiana, un movimento spirituale segnato dalla fede e dall'obbedienza allo Spirito, dalla carità e dal dialogo interpersonale.

Ritrovare la radice teologale della missione

Al di là delle più sante intenzioni, la missione si è quindi trasformata in un insieme di cose da fare, e in un'organizzazione umanitaria, molto efficiente, che canalizza la generosità della comunità cristiana e che attira la stima e la simpatia di tutti, anche dei non praticanti. E proprio il successo delle opere dei missionari rischia di ridurre la missione a una specie di organizzazione non governativa o organizzazione non lucrativa di servizio sociale rischiando di mandare in eclissi o di annacquare la dimensione spirituale della missione, l'obbedienza allo Spirito, l'annuncio del Vangelo, la fede e la conversione delle persone, lo stabilirsi di nuove relazioni, la ricerca di Dio presente nella storia e la promozione dei valori del Regno fino all'animazione della società a partire dal progetto del regno di Dio. Per essere agenti della missione cristiana non basta realizzare delle opere, bisogna realizzarle per una motivazione che non è solo intenzionale o, meno ancora, supposta, ma deve essere continuamente presente nella loro trasparenza. Il missionario come Cristo deve portare "il vangelo della pace" (At 10:36), testimoniare il "vangelo della grazia" (At 20:24) e far giungere a tutti la "parola della salvezza" (At 13:26) stabilendo una nuova rete di relazioni improntate al dialogo, alla giustizia, alla carità, alla riconciliazione a al perdono. Per questo bisogna ritornare sempre alle indicazioni che Gesù dà ai discepoli (Mt 10:1-42; Mc 6:7-13) al momento di inviarli in missione "a due a due": esse richiamano i valori della missione.

Il missionario testimone della pasqua

Il missionario del futuro, prima di essere un uomo di lavoro e di efficienza, dovrà presentarsi come un uomo di Dio, offrendo una forte testimonianza della risurrezione di Gesù Cristo e della speranza del Regno. Perciò sarà presente in mezzo ai fratelli non cristiani in modo gratuito, accessibile, disponibile e attento alla loro realtà. Si presenterà come un discepolo di Gesù, che rimane con il Maestro in modo permanente per poter essere mandato a predicare e a scacciare i demoni (cf. Mc 3:15). La sua vita parlerà del suo Maestro, prima ancora che egli lo annunci con la parola. Egli sa che la rivelazione cristiana si attua attraverso "eventi e parole intimamente connessi tra di loro" (DV, 2/873). Decisiva sarà la qualità della sua presenza in mezzo alla gente, "testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità" (EN, 41). Non sarà il fascino delle sue opere, né le promesse di sviluppo e di progresso, ciò che evangelizza il Regno, ma la fede del discepolo che diventa epifania, memoria cioè e profezia, del regno di Dio. Con il suo stile di vita il missionario afferma che il regno di Dio vale più di tutto ciò che si può avere, godere e potere, e fa nascere nel cuore della gente che gli sta attorno il desiderio di vedere da dove gli vengono la pace e la gioia, l'amore per i poveri e per gli esclusi, la capacità di amare perfino coloro che lo odiano. In una parola, la vita del missionario dovrà caratterizzarsi per la sua santità apostolica, frutto della contemplazione del Cristo, sorgente della fecondità: "In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diveniate miei discepoli" (Gv 15:8).

Mons. Pierre Claverie, vescovo d'Oran, poche settimane prima di essere assassinato, a proposito della missione ecclesiale, diceva: "Credo che la Chiesa muoia per non essere abbastanza vicina alla croce del suo Signore. Per quanto paradossale, la forza, la vitalità, la speranza cristiana, la fecondità della Chiesa vengono di là, non da altre fonti né in altro modo. Tutto il resto non è che polvere negli occhi, illusione mondana. Quando la Chiesa si pone come una potenza in mezzo alle altre, come una organizzazione umanitaria o un movimento spettacolare, inganna se stessa e inganna gli altri".1 La missione deve abbandonare ogni trionfalismo e ogni ricerca di prestigio umano. Del resto oggi al missionario non è più chiesto, e sempre meno gli sarà permesso, di organizzare e gestire, in prima persona, opere e strutture sociali che sono sempre più rivendicate dai poteri civili. Quello di cui egli deve diventare specialisti è la formazione delle persone, delle coscienze, attraverso nuove relazioni con le persone, come Gesù Cristo, attento a risvegliare nelle persone quella speranza e quella salvezza che è in spe (Rm 8:24) in loro. E nella misura in cui la missione ritrova la sua radice teologica e spirituale, essa potrà diventare sempre più libera per annunciare il Vangelo anche nelle sue implicazioni sociali. Dalla convivenza con la gente, il missionario trarrà una più acuta coscienza delle situazioni di ingiustizia che devono essere sanate, e si farà attento ai diritti della persona umana e delle comunità. Di qui verrà l'impegno a essere "voce di chi non ha voce", con quella parresia apostolica che caratterizza la missione dei primi apostoli e discepoli. Il terzo millennio si è aperto con alcuni fatti che hanno mostrato che la missione della Chiesa ha più che mai bisogno di tale parresia per difendere i poveri e per promuovere una civiltà dell'amore, solidale e inclusiva. Il Vangelo non è un prodotto da commercializzare attraverso una propaganda che deve convincere la gente. Esso è proposta di vita vissuta, che suppone e postula una santità di vita, sempre necessaria, ma che sarà ancora più urgente nel prossimo futuro. La missione dovrebbe ritornare a essere come lo era per la prima comunità cristiana "il frutto normale della vita cristiana, l'impegno per ogni credente" (RM, 27b). Allora essa diventa un invito silenzioso ma reale a entrare nella chiesa di Dio: "Intanto il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati" (At 2:48). Perciò la missione del futuro vivrà della santità personale e comunitaria (NMI, 30) e il "il futuro della missione [dipenderà] in gran parte dalla contemplazione. Il missionario se non è un contemplativo non può annunziare il Cristo in modo credibile. Egli è un testimone dell'esperienza di Dio ... l'uomo delle beatitudini" (RM, 91b-c).

IN UN TEMPO DI GLOBALIZZAZIONE

La missione del terzo millennio sarà caratterizzata, in secondo luogo, dalla ricerca di una più profonda, e meglio intesa, cattolicità. La missione non è già più, e neppure potrà essere più, un movimento a senso unico che viene dalle chiese di antica data, dall'occidente verso il resto del mondo. La missione è circolare. Essa ritorna là dove ha avuto inizio e rinnova, attraverso il suo dinamismo e le ricchezze dei popoli che ha raccolto, le chiese che l'hanno promossa. In questo modo la missione contribuisce anche a costruire un mondo di fratelli, la nuova famiglia dei figli di Dio. Il mondo globalizzato con tutta la sua rete di comunicazioni permette e richiede alla Chiesa di assumere la cattolicità come criterio di missione. La globalizzazione, ce lo ha affermato a più riprese Giovanni Paolo II, o è una globalizzazione della solidarietà e della inclusione, oppure diventa la solidarietà dell'egoismo e dell'esclusione. E la missione sarà la forza per l'unificazione, quella vera e autentica, di un mondo che cerca la pace e la collaborazione per poter continuare ad esistere.

Dalla cattolicità geografica a quella antropologica

La missione ad gentes della chiesa continuerà a realizzare la sua cattolicità, raggiungendo tutti i popoli con l'evangelizzazione e costituendovi delle comunità cristiane. Infatti, malgrado tutto, "la missione è ancora agli inizi", ripete Giovanni Paolo II (RM, 1.30.40). Sono ancora troppi gli uomini che non conoscono il Vangelo di Gesù Cristo. E i cristiani non possono rimanere inerti in un tempo, come il nostro, in cui le comunicazioni sono diventate facili e tanti non cristiani sono ormai vicini a noi, a casa nostra. Pensiamo alle migliaia di extracomunitari non cristiani che approdano sul nostro continente e che sono presenti ormai nelle nostre chiese. Ma c'è oggi una nuova dimensione della cattolicità che deve essere riconosciuta e attuata. La missione non si può accontentare di raggiungere ogni luogo, deve rivolgersi anche alle persone e alle culture già raggiunte dall'annuncio cristiano per trasformarle al di dentro, per "sconvolgerle mediante la forza del Vangelo" (EN, 20) e per risvegliare quell'uomo "nuovo" che è l'oggetto della salvezza cristiana. La missione del futuro deve completare la prima fase della diffusione del Vangelo, che possiamo chiamare della cattolicità geografica, con un'altra cattolicità che potremmo chiamare antropologica. Infatti la missione non è diretta soltanto a tutti gli uomini, ma deve raggiungere ogni uomo nella sua profonda verità, per fargli incontrare Cristo affinché egli sia da lui trasformato e salvato. È facile comprendere che questa nuova maniera di svolgere la missione, rende quest'ultima praticamente inesauribile e sposta, nello stesso tempo, i confini della missione. La frontiera della missione evangelizzatrice non separerà più soltanto i territori cristiani da quelli non cristiani, ma passerà ormai per il cuore umano, là dove si fanno le scelte fondamentali della vita, e dove la totalità di un'esistenza si decide per il Cristo o si chiude alla sua azione. Passerà anche all'interno della comunità ecclesiale che, evangelizzando, ha sempre nuovamente bisogno di essere evangelizzata per decidersi per il suo Signore nel vivo delle situazioni sempre nuove della storia. La Chiesa potrà evangelizzare il mondo solo se continua a lasciarsi evangelizzare (EN, 15). Questo è il senso della "nuova evangelizzazione" su cui tanto insiste il papa Giovanni Paolo II

La nuova evangelizzazione

La missione deve rivolgersi alle regioni dove essa non è ancora arrivata, ma anche "dove la sua realizzazione è incompleta, dove, sebbene presente, la pienezza cattolica deve ancora esprimere tutta la ricchezza delle sue potenzialità, carismatiche e ministeriali".2 La missione, che si è rivolta per molti secoli al mondo non cristiano, ritorna oggi a rinnovare le chiese di vecchia data che stanno esaurendo la loro carica missionaria o che stanno invecchiando. La missione è diventata circolare e globale. Lo affermano anche i vescovi italiani: la missione ad gentes è diventata "il punto conclusivo, il costante orizzonte e il paradigma per eccellenza dell'impegno pastorale delle chiese di vecchia fondazione,3 mentre, a sua volta, l'impegno pastorale delle chiese df antica fondazione diventa "il segno credibile e lo stimolo" della missione ad gentes (RM, 34).

La costante apertura della missione alla cattolicità non è ancora pienamente realizzata se non apre, nello stesso tempo, all'ampiezza dei bisogni umani. Per giungere ad ogni uomo, ma anche a tutti gli spazi della storia che attendono di essere illuminati dal Vangelo, la Chiesa nella sua missione deve accettare la fatica di incarnarsi: "La Chiesa, per poter offrire a tutti il mistero della salvezza e la vita portata da Dio, deve inserirsi in tutti i diversi raggruppamenti umani con lo stesso movimento con cui Cristo stesso, attraverso la sua incarnazione si legò alle determinate condizioni sociali e culturali degli uomini con cui visse" (AG, 10/1110).

Questo processo di incarnazione richiede alla missione e al missionario una costante attenzione alla complessità delle situazioni in cui lavora, disponibilità di mente e di cuore per adeguare la sua azione alle diverse esigenze dei tempi e dei luoghi. In particolare il missionario deve vivere in comunione di vita e di destino con i fratelli cui è inviato fino alla condivisione dei loro problemi e del loro cammino di liberazione. Collaborerà alla creazione di una nuova società in cui tutti si sentano rispettati nella loro diversità, ma coinvolti, nello stesso tempo, nella ricerca del bene comune, una società in cui tutti possano avere quello che è necessario per vivere secondo la propria dignità di figli di Dio. La missione cattolica sarà chiamata a giocare un ruolo importante nella promozione di una globalizzazione autenticamente umana che salvaguardi popoli e creato.

IN UN TEMPO DI CULTURA PLANETARIA

La missione del futuro dovrà avere un'attenzione speciale per il processo di inculturazione del Vangelo e, in generale, della fede cristiana. Quest'esigenza della missione è "particolarmente acuta e urgente" (RM, 52). Ne va del rispetto per il Vangelo che è destinato ad essere accolto da tutti in modo profondo ed esistenziale, non superficiale o solo intellettuale o nozionistico. Ne va anche del rispetto per i destinatari dell'evangelizzazione, chiamati a impegnare tutta la loro esistenza in una conversione che deve coinvolgerli totalmente: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua mente e con tutte le tue forze" (Mc 12:30).

Una nuova attenzione alla cultura

Purtroppo non sempre a non dappertutto la missione ha testimoniato questa attenzione per la cultura e per la profondità della persona. Troppi pregiudizi hanno impedito, in passato, di credere alla validità delle tradizioni culturali e religiose dei popoli non cristiani, fino a sottovalutare l'importanza della cultura come mezzo di evangelizzazione. Si presumeva che la nostra maniera di vivere in occidente fosse la migliore possibile e che si dovesse quindi portare insieme con la fede anche la nostra civiltà.

In qualche luogo la rapidità dell'evangelizzazione ha impedito di curare le esigenze delle singole persone e la conoscenza delle loro tradizioni. Il risultato è stato un cristianesimo steso sopra la cultura "a somiglianza di vernice superficiale" (EN, 19), che non ha potuto penetrare nel fondo dell'uomo e della società.

L'inculturazione è una sensibilità abbastanza recente, che tuttavia, nella missione del futuro, non può essere più ignorata, se vogliamo che il Vangelo metta radici profonde e trasformi significativamente le culture.

Il Papa insiste sempre molto su questo tasto. La chiesa deve cercare di portare il Vangelo nel profondo delle diverse culture affinchè esse qusi producano una nuova cultura. Lo ha detto in modo molto chiaro alle chiese d'Africa: "Una fede che non diventa cultura, è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata e non fedelmente vissuta" (EA, 78).

In difesa della cultura

Ma questo esige attenzione al valore della cultura particolare e anche difesa della cultura dall'attacco frontale che viene loro portato dalla cultura planetaria della globalizzazione che la corrode e la sostituisce con una nuova cultura che è cultura dell'immediato, dell'effimero e dei consumi facili. La globalizzazione rischia di erodere i principi e i valori fondamentali dell'umanità prima ancora che del cristianesimo. La missione nel prossimo futuro deve procedere all'inculturazione anche per salvare la cultura locale dalla distruzione e dalla scomparsa. L'inculturazione è un compito che chiama in causa i vari operatori della missione ad gentes, in particolare le comunità cristiane con i loro pastori (RM, 52). Sono loro che devono permettere al Vangelo di rinascere dentro la loro vita e la loro storia producendo un cristianesimo che sarà sostanzialmente universale, ma che sarà caratterizzato dalla realtà culturale, storica e religiosa propria della cultura in cui rinasce. Questo apporterà alla comunione delle chiese i beni dei popoli, le loro ricchezze, come prevedevano i profeti per i tempi messianici (Is 60:5; Sal 72:10).

La responsabilità del processo d'inculturazione

Il compito di inculturare il messaggio evangelico è responsabilità specifica della comunità locale (RM, 52c), ma i missionari nel futuro dovranno meglio favorire tale cammino attraverso un processo di acculturazione che chiede loro di "inserirsi nel mondo socio-culturale di coloro cui sono mandati, superando i condizionamenti del proprio ambiente d'origine ... imparare la lingua della regione, conoscere le espressioni più significative della cultura, scoprendone i valori per diretta esperienza" (RM, 53). Lo stile di vita dei missionari e la loro maniera di esser presenti in mezzo alla gente dovranno riflettere sempre più chiaramente lo stile di Gesù, la Parola fatta carne che ha messo la sua tenda tra di noi. Proprio l'urgenza dell'inculturazione domanda ai missionari di essere vicini allla gente, di vivere con loro, di assumerne le ansie e le speranze, cercando di vivere la loro fede in comunione profonda con le popolazioni cui sono stati inviati, evitando di opprimerli con la loro potenza culturale ed economica.

Il futuro richiederà ancora la presenza dei missionari, segno della comunione delle chiese, ma in ruoli non dirigenziali. Anche se privi dell'autorità e della direzione delle opere, vivranno in cordiale sintonia con i fratelli all'interno della comunità cristiana e dell'ambiente sociale, sentendo sulla loro pelle le sofferenze della gente. Venendo dal mondo che mette in crisi i paesi più poveri, impedisce lo sviluppo e provoca le guerre, i missionari dovranno non solo alleviare le sofferenze dei poveri, ma diventarne gli avvocati nel proprio paese d'origine per collaborare a porre rimedio alle cause che determinano queste situazioni ingiuste e dolorose (RM, 59). La missione del futuro, per esser una missione più spirituale, non sarà per questo meno attenta alle situazioni storiche dei poveri. Dovrà anzi aver più coraggio che nel passato, per denunciare i peccati e le strutture di peccato del nord del mondo che fanno peggiorare le condizioni dei poveri in questo tempo di globalizzazione. In vista della promozione umana che è parte necessaria dell'evangelizzazione, e che si rivela oggi sempre più urgente, i missionari nel futuro dovranno far attenzione a promuovere le possibilità e le risorse locali e a proporre delle soluzioni accessibili alla gente e in linea con la cultura locale. Spesso per seguire i criteri dell'efficienza, della rapidità e, più spesso di quanto non creda, a causa dei pregiudizi culturali, i missionari rischiano di sottovalutare o dimenticare le potenzialità locali per cercare altrove le soluzioni dei problemi. Si importano così strutture e mezzi che risolvono i problemi nell'immediato, ma che creano dipendenza e non favoriscono la crescita e lo sviluppo dei popoli emergenti.

IN UN TEMPO DI FONDAMENTALISMI

La missione ad gentes è stata per molto tempo una proposta a senso unico, nel senso che l'evangelizzazione ha proposto le verità della nostra fede senza ascoltare quello che gli interlocutori si attendevano o già conoscevano. In una chiesa che si sentiva madre e maestra dei popoli, questo era del tutto normale. Ma oggi il nostro mondo, segnato da un pluralismo culturale e religioso che continua a estendersi e ad approfondirsi, non accetta più questo magistero esclusivo e a senso unico, e domanda di essere rispettato e interpellato.

Dal concilio Vaticano II un appello al dialogo

Durante il concilio Vaticano II la Chiesa ha scoperto non solo di avere un contributo da dare al mondo, ma anche di ricevere qualcosa dal mondo (GS, 44). C'è quindi un nuovo rapporto di reciprocità e di dialogo che postula una relazione di tipo nuovo. Il dialogo è la nuova strada della missione della Chiesa. Paolo VI (Ecclesiam suam, 83) lo ha definito "un modo di compiere la missione apostolica, un'arte della comunicazione spirituale". I discepoli di Cristo "profondamente animati dallo Spirito di Cristo, devono improntare le relazioni [con gli uomini in mezzo ai quali vivono] ad un dialogo sincero e paziente affinché conoscano quali ricchezze Dio ha dato ai popoli"» (AG, 11/1112). Una forma del tutto particolare di dialogo da sviluppare nel futuro della missione è il dialogo interreligioso. Per molto tempo le religioni non cristiane non hanno fatto parte del discorso missionario della Chiesa. Ma il concilio ha ricordato che "indubbiamente lo Spirito operava nel mondo già prima che il Cristo fosse glorificato" (AG, 4/1095), che i cristiani, particolarmente gli evangelizzatori, devono scoprire "con gioia e rispetto i germi del Verbo nascosti nelle tradizioni religiose" (AG, 11/1112). Così, da qualche anno ormai, si è messa in moto "la grande sfida del dialogo interreligioso, nel quale il nuovo secolo ci vedrà ancora impegnati" (NMI, 55).

Il dialogo interreligioso

In un mondo diventato come un villaggio globale grazie alla facilità delle comunicazioni, le religioni non cristiane, per molto tempo estranee alla missione della chiesa, sono diventate elementi permanenti del panorama religioso mondiale. In questi ultimi tempi hanno assunto una notevole presenza nell'insieme non solo dell'universo religioso, ma anche del quadro socio-politico del mondo. Anch'esse hanno intrapreso la loro missione, anch'esse soffrono, come il cristianesimo, l'erosione culturale della globalizzazione, anch'esse sono confrontate con i problemi della pace del mondo. In occasione dei raduni di preghiera interreligiosa di Assisi del 27 ottobre 1986 e del 24 gennaio 2002 si è potuto vedere che tutte le religioni del mondo possono incontrarsi per pregare insieme e insieme studiare i problemi della pace nel mondo. Il papa Giovanni Paolo II, che ha voluto questi raduni, superando le perplessità di coloro che vi vedevano il rischio dell'indifferentismo, afferma che nel quadro di un "più spiccato pluralismo culturale e religioso, quale si va prospettando nella società del nuovo millennio, tale dialogo è importante anche per mettere un sicuro presupposto di pace e allontanare lo spettro funesto delle guerre di religione" (NMI, 55). La Chiesa, attraverso questi incontri di preghiera ha già cercato di delineare e di mantenere un rapporto di apertura e di dialogo con le altre religioni. Ora, continua il Papa, "il dialogo deve continuare" (NMI, 55). La missione del futuro dovrà esplorare, attraverso una nuova teologia del pluralismo religioso, nuove vie di dialogo e di azione comune per consolidare la fede e preservare la pace religiosa. L'11 settembre 2001, al momento dell'attacco da parte del terrorismo islamico alle torri del World Trade Center di New York, la verità di questa affermazione del Papa diventava evidenza.

Dialogo interreligioso e missione

Il dialogo interreligioso caratterizzerà quindi la missione del futuro. Sicuramente esso non esaurisce la ricchezza della missione. Non dovrà essere fonte di equivoci o d'indifferentismo, come oggi certi temono. Non lo sarà, se il dialogo sarà considerato come un elemento costitutivo della missione, la quale si articola in una forte testimonianza della fede, in un atteggiamento di dialogo sincero e, nello stesso tempo, nella prontezza a proclamare l'unico salvatore, Gesù Cristo. Questo annuncio dovrà essere sentito non solo come un dovere, ma come un profondo bisogno del cuore che si è sentito raggiunto dall'amore del Salvatore. Ancora una volta emerge l'importanza della testimonianza personale e della santità del missionario per la missione del futuro. Il dialogo interreligioso sollecita il missionario a vivere profondamente la sua fede, a considerarla il tesoro più grande della sua vita e a ritenere l'evangelizzazione "l'annuncio gioioso di un dono che è per tutti e che va a tutti proposto con il più grande rispetto della libertà di ciascuno" (NMI, 56). Il missionario non si dovrebbe preoccupare troppo della risposta del suo interlocutore non cristiano: la conversione e la salvezza vengono da altri. Egli deve invece cercare di rimanere aperto al dialogo con tutti, nell'ascolto e nella proposta della sua fede attraverso i gesti della sua vita e, appena possibile, attraverso la parola. Mantenere aperto il dialogo è una responsabilità di cui la missione futura non potrà esimersi in alcun modo, sia per le molte occasioni di incontro che il mondo attuale offre, sia per il bisogno che tutti i credenti abbiamo di coniugare le forze per mantenere viva la fede in Dio in un mondo dove la presenza di Dio, troppo spesso, rischia di andare in eclissi.

COMUNITÀ ECCLESIALI DI BASE

Un'ultima caratteristica della missione del futuro, che risponde ad una profonda esigenza del nostro essere cristiani e della natura della chiesa, è la strutturazione della comunità cristiana in piccole comunità ecclesiali di base. Questo nuovo metodo di evangelizzazione è nato in seguito al Concilio Vaticano II nelle chiese dell'America Latina e si è diffuso un po' ovunque, perché sembra essere un metodo carico di speranza per il futuro della missione.

Per una migliore evangelizzazione

Le comunità ecclesiali di base sono rinate come reazione ad un cristianesimo di massa, anonimo, nel quale il popolo di Dio finiva per essere un consumatore passivo di chiesa e sacramenti. Le comunità ecclesiali di base si radicano negli ambienti popolari diventando un fermento di vita cristiana, di attenzione agli ultimi, di impegno per la trasformazione della società. Si propongono di decentrare la grande comunità parrocchiale e di articolarla in piccole comunità a misurà d'uomo per permettere ai singoli di fare esperienza di comunione e di comunità, grazie alla quale ciascuno si sente elemento attivo della Chiesa, "sacramento universale di salvezza" (LG, 48/416; GS, 45/1463; AG, 5/1096). In tal modo a tutti viene offerto di partecipare alla ministerialità della Chiesa, attraverso i carismi e i ministeri non ordinati che fioriscono nella comunità ecclesiale di base. Cuore della comunità ecclesiale di base è l'ascolto contestualizzato della parola di Dio. Per queste ragioni, Paolo VI le chiamava "una grande speranza per la vita della Chiesa" (EN, 58). Esse sono già, e potranno essere, un cammino privilegiato della missione del futuro che, secondo le indicazioni del Papa, deve programmare prima di tutto delle iniziative per "promuovere una spiritualità della comunione facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano" (NMI, 43). Non è con i documenti, pur ricchi e necessari, e neppure con la sola predicazione che viene costruita un'autentica comunione ecclesiale, ma solo facendo fare ai fedeli l'esperienza della comunione, come nelle prime comunità della chiesa, che si radunavano nelle case, secondo i racconti degli Atti degli Apostoli (2:46; 12:12; 16:15; 20:7ss). Sarà questa la migliore maniera per rinnovare la chiesa e la missione.

Una sintesi della nuova missione

Nell'esperienza delle comunità ecclesiali di base si riscopre il valore e la necessità della testimonianza cristiana, della parola di Dio attualizzata e contestualizzata nella vita e nelle situazioni di tutti i giorni. Si impegnano i laici a riprendere il loro ruolo attivo nella comunità ecclesiale, si ridimensiona il ruolo del missionario, rimettendolo nella sua giusta dimensione, si sviluppano nuovi ministeri non ordinati, valorizzando i carismi che lo Spirito distribuisce a tutti e a ciascuno. E infine, attraverso le comunità ecclesiali di base si promuove la spiritualità della comunione e del dialogo della vita con tutti e la coscienza della responsabilità missionaria e sociale di ciascuno. Davvero le comunità di base sono la sintesi degli aspetti innovativi della missione post-conciliare e una fondata speranza per il rinnovamento della pastorale e della missione.

Ecco una serie di orientamenti verso i quali, presumibilmente, si incamminerà la missione del futuro. Essi sono, nello stesso tempo, elementi di costruzione per il futuro della missione. Il discorso è suggestivo e incoraggiante. Tuttavia queste prospettive suppongono che esistano ancora delle persone che si consacrano totalmente alla missione. In questo senso, il momento presente non ci offre molte illusioni. Vediamo infatti che le vocazioni missionarie stanno diminuendo anche nelle chiese che finora ne hanno avute molte mentre quelle che nascono nelle nuove chiese non riescono ancora a rimpiazzarle in modo da dare continuità al passato. Sarà questo un dato di fatto scoraggiante che ci fa cadere le braccia come davanti ad un fatto inevitabile e irreparabile? 0 non sarà invece un'indicazione provvidenziale che Dio ci fa giungere per rinnovare evangelicamente la figura stessa del missionario, aprendola a tutti, sacerdoti, religiosi e religiose, laici e laiche che sentono il bisogno di rispondere all'amore di Cristo? Il resto lo farà Lui. Come sempre ha fatto.

 

 

Note

  1. Testo citato da La vie spirituelle, n. 743, juin 2002, p. 80-81.
  2. Bruno Forte, La Chiesa nella Trinità, 1995, p. 326.
  3. Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, nn. 32.46.

Ref.: Testimoni (Centro Editoriale Dehoniano), n. 17, 15 ottobre 2002, pp. 22-29.