S. E. Card. Francis George, OMI - Arcivescovo di Chicago (Usa)
La promozione degli studi missiologici nei seminari


Sono molto lieto di essere qui con voi a questo incontro dell’Associazione Internazionale dei Missiologi Cattolici. Poiché provenite da varie parti del mondo e portate con voi la ricchezza dell’esperienza, siete voi stessi un segno della cattolicità della Chiesa e della cattolicità della missiologia cattolica. In un mondo che è ora collegato attraverso moltissime reti di comunicazione, è importante che coloro che hanno una speciale responsabilità di insegnare e di riflettere sulla missione della Chiesa siano essi stessi collegati, per poter portare il frutto della loro riflessione al massimo potenziale. Spero che questa nuova organizzazione contribuirà fattivamente ad una evangelizzazione ancor più efficace, per un mondo che ne ha così profondamente bisogno.

Mi è stato chiesto di trattare la questione della promozione degli studi missiologici nei seminari. Naturalmente non sono un missiologo, ma desidero offrire il mio continuo impegno nell’ambito della missione della Chiesa, come missionario oblato e ora come vescovo. Le riflessioni che qui vi presento derivano da queste prospettive, poiché sono stato a lungo impegnato nella missione in tutte le sue sfaccettature, soprattutto per quel che concerne la sfida della evangelizzazione e il rapporto tra fede e cultura.

Ciò che vi presento in questa sede si suddivide in quattro parti. La prima parte richiama il significativo insegnamento sulla missione che è stato per molto tempo al centro del Magistero della Chiesa nell’ultimo mezzo secolo. Dalle encicliche di Pio XII e Giovanni XXIII attraverso la riflessione del Concilio Vaticano Secondo sulla Chiesa come missione, attraverso l’opera di Paolo VI sull’evangelizzazione fino all’opera di Giovanni Paolo II culminata nella sua grande Enciclica Redemptoris Missio, la teologia missionaria è stata insolitamente fiorente nella seconda metà del ventesimo secolo – cosa che non era mai avvenuta in nessun secolo precedente. È su questo patrimonio che si fonda una missiologia cattolica.

La seconda parte di questa mia presentazione riguarda le odierne sfide missiologiche. Vi è qui un duplice centro di interesse. Il primo è per la condizione della missiologia come scienza o disciplina, e le implicazioni che ciò comporta per la sua collocazione nel curriculum teologico. Il secondo è per i più recenti sviluppi della missione a cui la missiologia deve dedicarsi. Questi due aspetti devono essere considerati congiuntamente se vogliamo offrire una rappresentazione coerente della missione alla Chiesa e agli educatori dei seminari.

La terza parte si rivolge al cuore della materia, e cioè la missiologia nel curriculum del seminario. Suggerisco un approccio al problema effettuato in due riprese, e spero che tale proposta possa stimolare qualche dibattito.

La quarta ed ultima parte guarda al futuro della missione, poiché ci stiamo avvicinando al tempo del Grande Giubileo. In quale ottica vediamo la missione nella prospettiva del nuovo millennio? Quali sfide particolari possiamo prevedere?

 

La missiologia cattolica alla svolta del millennio

Il ventesimo secolo è stato di grandissima importanza per la missione della Chiesa. Una intensa evangelizzazione che è durata parecchi secoli è giunta ad un risultato che ha avuto la sua massima espressione nella convocazione del Concilio Vaticano Secondo. Da un lato, la presenza di Vescovi provenienti da tutto il mondo era prova del fatto (secondo le parole di Karl Rahner) che la Chiesa, per la prima volta, era diventata veramente una Chiesa Mondiale. Una politica di promozione dello sviluppo del clero e della gerarchia locale in ogni paese – politica fondata sulla scuola di pensiero della «plantatio ecclesiae», elaborata da Pierre Charles a Lovanio e da André Seumois nella stessa Università e poi incoraggiata vigorosamente da Pio XI – mostrava gli effetti della sua attuazione. La Chiesa era davvero presente in luoghi ed ambienti dove lo era stata a malapena un secolo prima. La presenza di numerosi vescovi di questi paesi era la dimostrazione di una nuova universalità della Chiesa. I Sinodi continentali tenuti alla fine del secolo non hanno fatto che dare una ulteriore conferma di questa nuova universalità in Africa, America, Asia ed Oceania.

D’altro lato, i frutti della evangelizzazione erano presenti non soltanto a livello numerico, ma anche nella presa di coscienza da parte della Chiesa. Dal Concilio sorse una teologia della missione che poneva la missione stessa al centro della Chiesa e della presenza medesima di Dio nel mondo. Sia la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium (LG), sia il Decreto sulla Attività Missionaria Ad Gentes (AG) colgono l’essenza di tale teologia. La Chiesa come sacramento universale di salvezza offre la salvezza a tutti i popoli. Per poter far ciò, la Chiesa deve essere missionaria. È missionaria, innanzitutto, poiché riconosce la sua partecipazione alla missione del Figlio che consiste nel portare la luce e la verità a tutti i popoli. È missionaria, in secondo luogo, poiché riconosce di essere stata riunita dallo Spirito Santo come popolo di Dio. È questo insegnamento nella LG, insieme ad una rinnovata ecclesiologia che ben descrive la missione come il libero interscambio da una Chiesa locale all’altra, che pone le fondamenta per l’elaborazione dell’attività missionaria della Chiesa in AG.

Per citare qui la AG: «La Chiesa che vive nel tempo è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine» (AG 2). La missione del Figlio e dello Spirito Santo si manifesta nella creazione del mondo da parte di Dio, e soprattutto nella creazione degli esseri umani che sono chiamati a partecipare alla vita e alla gloria di Dio. Tale chiamata non giunge a noi singolarmente, ma collettivamente, in modo da formare un popolo. La Chiesa prende parte alla missione della Trinità sia come sacramento o segno di salvezza che Dio offre al mondo intero, sia come mezzo per donare tale salvezza al mondo stesso nella propria attività mediante la forza dello Spirito Santo. In parole semplici, la Chiesa non ha una missione; la Chiesa stessa è missione. L’attività missionaria della Chiesa non consiste in qualche attività secondaria svolta da un gruppo di specialisti. La Chiesa si considera missionaria nella sua stessa essenza, nella sua partecipazione all’azione del Figlio e dello Spirito Santo nel mondo. Come espresso in AG, «L’attività missionaria non è altro che la manifestazione, cioè l’epifania e la realizzazione, del piano divino nel mondo e nella storia: con essa Dio conduce chiaramente a termine la storia della salvezza» (AG 9). La missione è più dell’estendersi oltre o dell’autoespansione; essa è la fonte di perfezione della Chiesa stessa. Ancora nelle parole di AG: «È evidente quindi che l’attività missionaria scaturisce direttamente dalla natura stessa della Chiesa: essa ne diffonde la fede salvatrice, ne realizza l’unità cattolica diffondendola, si regge sulla sua apostolicità, mette in opera il senso collegiale della sua gerarchia, testimonia infine, diffonde e promuove la sua santità» (AG 6).

L’Esortazione Apostolica di Paolo VI Evangelii Nuntiandi (EN) ha contribuito in special modo a farci comprendere ciò che è l’evangelizzazione stessa. Sia LG che AG hanno parlato in modo significativo dell’attività di Dio nel mondo, tramite il Figlio e lo Spirito Santo. Ma è stato Paolo VI a dare una maggiore consistenza a ciò che implica l’opera evangelizzatrice della Chiesa. Come egli dice, «…la Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri» (EN 18). Troviamo qui le dimensioni di una evangelizzazione integrale che coinvolge non solo la coscienza individuale di un popolo, ma anche quella collettiva. Inoltre essa non coinvolge soltanto i loro cuori, ma anche le loro vite e le loro culture.

EN parla degli importanti sviluppi nella missione, nell’ultima parte del ventesimo secolo, che il Concilio Vaticano non poteva aver interamente previsto. Il rapido aumento delle Chiese particolari, soprattutto dopo l’indipendenza politica; la preoccupazione di elaborare più chiaramente il rapporto tra fede e cultura; ed una nuova e più profonda solidarietà nei confronti dei poveri: tutti questi elementi hanno stimolato il progetto missiologico della Chiesa. Giovanni Paolo II ha successivamente dato a tutti questi problemi una speciale considerazione, sfociata nell’Enciclica Redemptoris Missio (RM) del 1991.

Basandosi nuovamente su LG e su AG, il Santo Padre ha riaffermato il mandato missionario della Chiesa come basilare per la Chiesa stessa, e non soltanto come uno dei suoi numerosi doveri. Inoltre, egli ha tentato di chiarire alcuni punti che erano rimasti oscuri nella ricerca di nuovi significati della missione per rispondere alle sfide odierne. Egli ha riaffermato l’importanza della proclamazione, e difatti il «leitmotiv» di tutta l’enciclica è «Aprite le porte a Cristo!». Pur sostenendo l’importanza del dialogo e di altre forme di testimonianza, egli non desidera che l’annuncio diretto sia minimizzato. La Chiesa ha fiducia nel suo messaggio, di cui Gesù è il Signore, e deve proclamare quel messaggio chiaramente ad un mondo che spesso vacilla nel dubbio. In secondo luogo, egli riconferma la missione ad gentes, verso «popoli, gruppi umani, contesti socio-culturali in cui Cristo e il suo Vangelo non sono conosciuti, o in cui mancano comunità cristiane abbastanza mature da poter incarnare la fede nel proprio ambiente ed annunziarla ad altri gruppi» (RM 33). Le accuse lanciate contro un’alleanza profana tra evangelizzazione e colonialismo avevano colpito nella sua intima essenza l’impresa missionaria. Il Papa ne è consapevole, ma sente che un passato a volte evangelicamente ambiguo non deve essere un deterrente al fatto di continuare a proclamare chiaramente il Vangelo.

In terzo luogo, il Papa ha richiesto con insistenza negli ultimi dieci anni una «Nuova Evangelizzazione», un tema di spicco in RM. Tale evangelizzazione non è soltanto un nuovo sforzo per predicare il Vangelo nelle aree dove non era mai stato predicato prima; essa cerca anche di portare nuovamente il Vangelo in quelle parti del mondo dove il messaggio si è affievolito a causa dei movimenti culturali contrari al Vangelo stesso e dove la gente si è allontanata dalla fede in Gesù Cristo. Quindi la Nuova Evangelizzazione si spinge al di là della ri-evangelizzazione, considerata come il ritorno alla disciplina del Vangelo di un popolo sostanzialmente fedele ma indocile, verso una nuova apologetica tra coloro che ora hanno rifiutato il Vangelo sia individualmente che collettivamente. In molti modi, la grande attenzione cristologica riservata dai Sinodi alle diverse aree del mondo ha sollecitato l’importanza di una nuova o continua evangelizzazione nel mondo.

Quarto ed ultimo, la focalizzazione del rapporto tra fede e cultura ha costituito l’elemento caratterizzante di questo pontificato. Come filosofo e come pastore, Giovanni Paolo II è stato profondamente consapevole dei modi in cui la cultura forma il soggetto umano. Egli è stato il primo Pontefice a introdurre il termine «inculturazione» nell’uso ufficiale ecclesiastico. Ha fondato il Pontificio Consiglio della Cultura nel 1982. Basate sulla discussione della cultura in Gaudium et Spes (GS), le sue numerose allocuzioni su questo tema durante le sue visite pastorali nel mondo hanno prodotto un formidabile insegnamento sulla fede e sulla cultura – tema che ho studiato e meditato sia grazie al suo insegnamento, sia grazie alle mie visite agli Oblati e agli altri missionari nel mondo (cf. George 1990).

La comprensione della missione mentre ci avviciniamo al nuovo millennio ha una varietà di straordinarie caratteristiche. È, innanzitutto, profondamente trinitaria ed ecclesiale nella sua teologia, e quindi non strumentale nel suo approccio alla missione. È una teologia situata proprio al centro della Chiesa, e da questo centro essa avanza per proporre una irresistibile ed universalmente coinvolgente visione dell’azione di Dio nella storia. In secondo luogo, questa comprensione della missione implica una sfumata e completa visione della evangelizzazione come opera di Dio a cui la Chiesa è chiamata a partecipare. Insita soprattutto nel concetto di Nuova Evangelizzazione, essa prova a considerare attentamente i differenti gruppi e contesti nei quali l’evangelizzazione è necessaria, e fornisce un chiaro modo di procedere con l’evangelizzazione stessa. Terzo, questa comprensione della missione è cresciuta nella sua sensibilità fino a diventare un fenomeno di cultura, con l’enfasi che essa pone sia sulla particolarità delle culture sia sulle fonti per una vera unità tra tutti gli uomini. Tutto considerato, la teologia ecclesiale della missione costituisce una solida base su cui potrebbe essere costruita la missiologia. Tenendo presente tutto ciò, possiamo ora passare alla seconda parte di questa presentazione, che mette a fuoco le sfide che abbiamo dinanzi.

 

Le odierne sfide missiologiche

Dopo aver riesaminato l’insegnamento sulla missione che la Chiesa ha presentato nella seconda metà di questo secolo, siamo ora pronti a guardare avanti: quali sono le sfide che ci si presentano, e come saranno affrontate? Vorrei dividere le mie osservazioni in due sezioni: una sulla missiologia come disciplina o scienza, e l’altra su alcune delle sfide concrete a cui la missiologia dovrà rivolgersi.

La missiologia è abbastanza giovane come disciplina o scienza distinta. Le origini della missiologia cattolica si fanno di solito risalire all’inaugurazione della cattedra di missiologia nell’università di Münster nel 1914. Münster, Lovanio e Roma formarono le assi del pensiero cattolico missiologico nella prima metà del ventesimo secolo, e produssero un vivace dibattito sullo scopo della missione della Chiesa. Mi concederete, spero, di ricordare gli inizi della missiologia nell’opera dei Missionari tedeschi del Verbo Divino e degli Oblati di Maria Immacolata. Segnalo i membri della mia famiglia missionaria religiosa, i cui nomi sono citati nei riferimenti e nella letteratura: Streit, Dindinger, Rommerskirchen e, in questa generazione, Metzler e Henkel di questa università.

Nel periodo post-conciliare, la missione stessa venne messa sotto esame. Essa fu accusata di aver convissuto in modo troppo indulgente con l’imperialismo e con il colonialismo. A causa di questa condizione ambivalente della missione, ci si chiese se la missiologia potesse essere inserita nel curriculum teologico.

Il problema per la missiologia era duplice. Prima di tutto, l’oggetto del suo studio – la missione – aveva subito un rapido cambiamento nel corso del ventesimo secolo. Il Kaiser Guglielmo, nell’istituire la cattedra protestante di missiologia ad Halle, e la cattedra cattolica a Münster, aveva immaginato la missiologia come un mezzo per aiutare a gestire la dimensione religiosa della vita coloniale. In tal modo la missione sembrava essere – almeno a suo giudizio – l’aspetto religioso della colonializzazione. Allo stesso tempo, molti missionari si associarono, e furono anche coinvolti, con i movimenti di indipendenza che avrebbero rovesciato il colonialismo in molte parti del mondo intorno agli anni ‘60. Le richieste di una moratoria sulla missione negli anni ‘60, provenienti soprattutto dall’Africa, indebolirono il proposito missionario. Intorno agli anni ‘80 i paesi un tempo considerati oggetto di missione stavano a loro volta inviando missionari. Questo sviluppo sfidò il senso territoriale di una missione ad gentes che aveva prevalso per secoli.

Il sorgere di missioni protestanti fondamentaliste e pentecostali, soprattutto in America Latina, fece nascere anche un’altra serie di problemi quando coloro che già erano stati battezzati con i sacramenti divennero oggetto della evangelizzazione primaria. In tutto questo rapido cambiamento è stato spesso difficile mantenere l’attenzione su ciò che la missione era e su come essa doveva essere realizzata. Cosa si presupponeva che la missiologia dovesse studiare e come tale studio avrebbe dovuto procedere? A causa di questo turbolento cambiamento nell’arco di meno di un secolo, c’è poco da meravigliarsi che la missiologia abbia dovuto lottare perché la missione restasse materia di studio chiaramente definita.

Il secondo problema per la missiologia era se essa dovesse essere intesa come disciplina o scienza. Doveva essere considerata una disciplina per diritto, con i suoi propri metodi, criteri e modi di procedere? Oppure la missiologia era piuttosto un terreno di studio dove le varie discipline – scritturistiche, teologiche, storiche, socio-scientifiche – venivano riunite per esaminare da varie prospettive la missione della Chiesa? La continua differenziazione (o anche la frammentazione) delle discipline tradizionali attraverso l’esplosione delle conoscenze e le pressioni dell’epoca postmoderna mettono in evidenza la domanda se la missiologia sia una disciplina distinta. Raramente essa è stata capace di farsi strada fino ad occupare un posto centrale nel curriculum teologico, ed ha dovuto accontentarsi di un posto marginale. La perdita di interesse nei confronti della missione ha portato qualche università ad abbandonare le cattedre di missiologia (come ad esempio nella facoltà cattolica di Würzburg), credendo forse che i giorni della missiologia sarebbero presto terminati. Ciò ha indotto qualche studioso, soprattutto nelle università del Nord Europa, a tentare di sviluppare la missiologia come una scienza teologica con la sua giusta collocazione nell’università, intuendo che senza tale articolazione della missiologia come scienza, la missiologia sarebbe del tutto sparita dalle Università.1

D’altro canto, la missiologia viene considerata come un’area in cui differenti discipline vengono applicate al fenomeno della missione. La missione può essere esaminata sul piano teologico, storico e sociologico. Questo secondo approccio non considera la missiologia come se avesse propri metodi peculiari. Piuttosto, esso fa ricorso ai metodi di molte discipline per comprendere il complesso fenomeno della missione nel mondo dioggi. Questo approccio evidenzia l’integrazione della missione e l’attività missionaria in una più ampia visione della Chiesa anziché sottolinearne la peculiarità. La missiologia diventa dunque una impresa di collaborazione fra gli studiosi di differenti discipline.2  Spesso la missione è classificata sotto la voce «Chiesa Mondiale» o «Cristianesimo Mondiale», come un modo per allontanarsi dalla critica della missione colonialista.

Non spetta a me decidere se la missiologia sia o meno una disciplina distinta; le persone più adatte a farlo sono i missiologi stessi. Ma è importante mettere in evidenza il problema, giacché esso incide sul modo di considerare la missiologia e, quindi, sul modo in cui essa può essere collocata in un curriculum. Nel caso della missiologia come scienza distinta, la missiologia potrebbe voler rivendicare il suo posto accanto alle altre discipline che integrano il curriculum-teologico. In quel caso essa potrebbe dover lottare per trovare spazio in un curriculum spesso già stracolmo. Se la missiologia è definita dall’oggetto del suo studio piuttosto che dai metodi con cui studia, allora dovrà prendere una strada differente per trovare il suo posto all’interno del curriculum. In ogni caso, essa si trova ad affrontare delle sfide considerevoli.

A complicare ulteriormente la questione del posto della missiologia nel curriculum vi sono oggi tre sviluppi nella missione stessa che hanno preso forma soprattutto dai tempi del Concilio Vaticano Secondo. Essi sono impliciti e talvolta anche menzionati nei documenti conciliari con nomi diversi. Ma le concretizzazioni di tali sviluppi sono ampiamente emerse dopo il Concilio. Mi riferisco qui al dialogo interreligioso, alla inculturazione e al lavoro per la giustizia come elemento costitutivo della missione e della predicazione del Vangelo.

Il dialogo interreligioso è stato affermato e promosso dal Concilio specialmente in LG e in Nostra Aetate (NA). Il Concilio certamente immaginava e sperava che ciò che era allora un movimento nascente sarebbe cresciuto e avrebbe prosperato, come infatti è davvero accaduto. Ma alla fine del secolo stiamo ancora cercando di comprendere in modo più approfondito le forme di dialogo, e soprattutto le loro implicazioni per una teologia delle religioni. Il problema della teologia delle religioni continua ad essere uno dei più nevralgici che la missiologia cattolica si trovi ad affrontare: cioè, come possiamo determinare il significato delle altre religioni in rapporto al Cristianesimo? Che ruolo esse hanno nel piano di Dio per la salvezza umana? Mentre il mondo diventa più stretto, e l’interazione tra le religioni non è sempre pacifica (pensate alle chiese recentemente date alle fiamme in Indonesia e in India), come dobbiamo valutare l’incontro tra le religioni? Il Concilio ed il successivo insegnamento del Papa hanno inquadrato il problema parzialmente: Dio è in qualche modo attivo in queste tradizioni senza che esse facciano formalmente parte della rivelazione divina. Ma la completa elaborazione della relazione è ancora al di là da venire.

L’inculturazione, come è già stato detto, si basa sulla visione della cultura elaborata in GS. Seppure non così nevralgico come la teologia delle religioni, il rapporto tra fede e cultura ci avvicina profondamente ai problemi che riguardano il modo di esprimere l’identità della fede cristiana e, in maniera più rilevante, il modo di valutare e criticare le differenti formazioni culturali del Cristianesimo. Inoltre abbiamo ancora bisogno di una teologia della cultura commisurata alla moderna visione della cultura stessa che è alla base delle discussioni sulla inculturazione.

In terzo luogo, lavorare per la giustizia o per la trasformazione della società alla luce del regno di Dio non è propriamente un mezzo pratico per raggiungere e servire la gente; esso è parte integrante del progetto missionario. Impegnarsi nel mondo nel vero senso della parola, comunque, ha talvolta implicato la secolarizzazione della missione; e la presenza di opere e servizi sociali senza un esplicito riferimento a Gesù Cristo o il ricongiungere i credenti nel suo corpo ha spesso distrutto la motivazione missionaria e negato la natura pubblica della fede che forma la Chiesa.

Mi sembra che la missiologia, comunque sia interpretata, abbia bisogno di affrontare questi problemi in modo più diretto e immediato. Per questi motivi la missiologia – sia essa una disciplina distinta o un terreno interdisciplinare di studio – è al centro della esplorazione teologica di alcuni dei problemi teologici più critici che affrontiamo oggi.

Un ulteriore problema che è sorto nell’ultima parte di questo secolo è il significato della proclamazione diretta. Come abbiamo visto, Giovanni Paolo II ha affrontato la questione direttamente nella RM. Ma il problema persiste in qualche settore. La continua attenzione è stimolata da un aumento della consapevolezza delle difficoltà nella comunicazione interculturale, soprattutto il modo in cui avviene il processo di accoglienza attraverso i confini culturali. Forse l’insistenza dell’epoca postmoderna sulla differenza accentua questa difficile situazione. È più un problema di comunicazione che un problema teologico; quindi esso non arriva al cuore del dibattito sulla missiologia come fanno gli altri tre. Tuttavia esso è molto presente nella discussione e deve essere considerato come uno degli aspetti che la missiologia affronta oggi.

L’attuale missiologia, così come si presenta alla fine di questo secolo, è irta di sfide metodologiche che riguardano il suo stato come disciplina, nonché di sfide materiali nell’elaborare le implicazioni del dialogo interreligioso, dell’inculturazione e della proclamazione. Io spero che la vostra nuova organizzazione abbia un ruolo primario nell’affrontare i problemi sia metodologici che materiali.

 

La missiologia nel curriculum dei seminari

Arriviamo ora alla terza sezione di questa presentazione, che si occupa della questione fondamentale del posto della missiologia nel programma di studi dei seminari. Dopo aver riesaminato l’insegnamento della Chiesa sulla missione, e analizzato le sfide odierne alla missiologia come disciplina e le sfide teologiche peculiari relative alla missiologia, passiamo ora al problema del curriculum stesso.

Come ho cercato di dire nella sezione precedente, la missiologia viene considerata sia come una disciplina con i suoi propri metodi, sia come un campo interdisciplinare di studio. La sua collocazione nel curriculum dipende dall’uno o dall’altro approccio. Se la missiologia è una disciplina peculiare, allora essa dovrebbe rivendicare il suo posto nel curriculum. Il problema è che essa dovrà probabilmente combattere per avere un posto accanto alle altre materie che dovrebbero far parte della formazione sacerdotale. In questa competizione, essa potrebbe o non potrebbe risultare vincente. Nei piccoli seminari può essere difficile trovare qualcuno che si dedichi totalmente a questo compito, e in tal modo essa non sarà rappresentata in modo adeguato.

L’altra alternativa è che essa sia integrata nel curriculum, e cioè considerata alla stessa stregua di uno studio biblico, teologico, storico e pastorale. Ciò sarebbe la conseguenza della sua interpretazione interdisciplinare o multidisciplinare. Il vantaggio è quello di sostenere la missione affinché possa essere considerata sotto svariati aspetti, pervenendo così ad un punto focale teologico unificatore della Chiesa come missione, anziché della Chiesa come avente missioni. Lo svantaggio non è tanto teologico quanto pedagogico: se ognuno è responsabile della missione, allora nessuno lo è.

Sia in AG che in RM viene chiarito un aspetto: lo studio della missiologia non è un qualcosa di riservato soltanto agli Istituti Missionari il cui apostolato è specializzato nella missione ad gentes. In termini di formazione nei seminari, lo studio della missione è considerato come rivolto a tutti i seminaristi, sia diocesani che religiosi (AG 16; RM 63-68). Se davvero la missione è il dispiegare e il completare il piano di Dio nel mondo, allora il dramma della storia della salvezza può essere capito correttamente soltanto nella prospettiva della missione.

Ma per ritornare alle due possibilità: la missiologia come disciplina peculiare e la missiologia come campo interdisciplinare, che cosa significherebbe ognuna di queste in termini di collocazione nel curriculum? In verità, queste due possibilità non si escludono a vicenda. Idealmente, la maggior parte delle facoltà vorrebbero avere una combinazione di entrambe nel loro curriculum. Ma per far ciò sono necessari un punto focale e una direzione.

Se il punto focale è sulla missiologia come disciplina, allora si deve pensare a quali corsi di studio dovrebbero essere inseriti nel curriculum. Di certo sarebbe opportuna una solida teologia della missione, basata su uno studio della storia della salvezza nella Bibbia attraverso la realizzazione escatologica del piano divino. La storia della missione sarebbe inoltre necessaria per esplorare sia come la Chiesa ha realizzato la sua missione, sia cosa si può imparare dalla sua storia circa il modo di realizzare la missione al giorno d’oggi. Certamente si dovrebbe prestare attenzione all’evangelizzazione, sia nella teologia che nella pratica. Questo mi sembra il minimo di quanto un curriculum di seminario dovrebbe dedicare alla missiologia.

Se la missiologia è considerata come uno studio interdisciplinare, allora si deve fare attenzione a come appare la dimensione missiologica e a come essa viene affrontata in tutti i corsi del curriculum. Nell’ambito della teologia fondamentale, il rapporto tra fede e cultura dovrebbe essere trattato in modo speciale accanto agli altri temi più tradizionali collegati al rapporto tra fede e ragione. Anche la teologia delle religioni potrebbe essere esaminata in tale contesto, pur potendo essere trattata anche nella cristologia.

La teologia dogmatica, la cristologia, l’ecclesiologia e l’antropologia teologica dovrebbero tutte avere un punto focale missiologico. Nella cristologia, la missione del Figlio, Gesù Cristo, dovrebbe essere al primo posto. La riconciliazione escatologica di tutte le cose in Cristo (Ef 1,10; Col 1,20) fornisce alla cristologia il terminus ad quem. La cristologia così insegnata potrebbe fornire il miglior contesto per discutere la questione della teologia delle religioni.

L’ecclesiologia è il cuore della missiologia. Seguire l’insegnamento del Concilio sulla Chiesa in LG e GS offre un modo rapido per vedere la Chiesa come missione, sebbene essa possa essere sviluppata in modo più dettagliato. Riflettere sull’unità e sulla cattolicità della Chiesa alla luce della missione aiuta le Chiese particolari ad essere unite alla Chiesa universale.

Anche l’antropologia teologica che narra la storia della creazione, la caduta, la redenzione e la sua realizzazione richiede una riflessione missiologica. Infatti, la missione fornisce una prospettiva chiarificatrice per affrontare questi problemi. In un’epoca in cui la globalizzazione dell’economia minaccia la sopravvivenza dei più poveri, l’antropologia teologica è un antidoto necessario contro il veleno di una vita umana basata solo sulla mercificazione. La missione della Chiesa di proteggere la vita e di combattere contro la cultura della morte, di cui il Santo Padre ha parlato in modo così significativo nella Evangelium Vitae, dà nuovo stimolo all’antropologia teologica.

Infine, i documenti conciliari che trattano della formazione dei sacerdoti mettono in rilievo con evidenza che la formazione spirituale deve accompagnare la formazione accademica. In questa formazione spirituale è necessario cercare una spiritualità missionaria che possa modellare la vita del candidato affinché gli elementi della missione studiati in varie parti del curriculum possano ricongiungersi. Diventare ancor più conformi a Cristo, diventare discepoli ancor più fedeli significa seguire Cristo nella missione nel mondo. Questa unione con Cristo richiede una spiritualità missionaria.

Si potrebbero esaminare altre parti del curriculum, ma è sufficiente questo breve sguardo sulla teologia fondamentale e dogmatica e sulla formazione spirituale per indicare come potrebbe essere modellato questo approccio integrativo.

Ciò ci porta alla questione della promozione degli studi missiologici nel curriculum. Voglio sperare che questo incontro fornisca l’opportunità di una ulteriore discussione sui vantaggi di entrambi gli approcci – la missiologia come disciplina e la missiologia come campo interdisciplinare. Qualunque posizione si prenda – scegliendo l’uno o l’altro approccio, o una combinazione dei due – i missiologi si troveranno ad affrontare sfide su ogni lato. Se si percorre la strada della disciplina peculiare, allora è necessario scrivere libri di testo accessibili e comprensibili per sostenere l’insegnamento della missiologia nell’ambito del curriculum teologico. Se invece si percorre la strada del campo interdisciplinare, occorre produrre una intera gamma di lavoro accademico che integri la missiologia nella teologia fondamentale, nella teologia dogmatica, nella storia della Chiesa e nei settori pratici e pastorali. A mio avviso l’ultimo approccio sembra essere più aderente alla visione della missione esposta nei documenti conciliari e in quelli successivi, ma è anche una sfida ben più formidabile fatta agli studiosi di missiologia per comprendere e integrare una serie di programmi di studi teologici più ampia di quanto avveniva in passato.3

Questa discussione fa anche scaturire delle domande su come dovrebbero essere organizzati gli studi avanzati in missiologia. Molti missiologi della prima generazione erano storici della Chiesa. Quelli della generazione successiva hanno trovato un maggior sostegno per il proprio lavoro missiologico nelle scienze sociali, specialmente l’antropologia culturale. Entrambe queste dimensioni continuano ad essere importanti. Ma ciò che sembra necessario in special modo è disporre di missiologi che siano teologi fondamentali e dogmatici esperti e che possano basare il centro focale della missione sulla articolazione dei temi nella teologia fondamentale e dogmatica. Finché ciò non accadrà, la missiologia correrà sempre il rischio di essere relegata a un posto marginale nel curriculum.

 

La permanente necessità della missiologia

Accanto a questi urgenti problemi riguardanti i programmi di studi, la missione ha molti altri compiti. Poiché il mondo è in continua evoluzione, cambierà anche la maniera in cui esso ha bisogno di ascoltare la chiamata di Cristo. I cambiamenti non sono isolati o scollegati fra loro, poiché la storia della debolezza umana e dell’ingiustizia, tristemente, continua spesso lungo gli stessi percorsi. Ma a voi, studiosi della missione della Chiesa, vorrei suggerire tre cose da considerare come parte del vostro compito, mentre entriamo nel nuovo millennio.

Prima di tutto, noi pastori della Chiesa abbiamo bisogno di un aiuto continuo per immaginarne la missione. Con ciò intendo dire che occorre trovare dei simboli trascinanti che esprimano il profondo significato della missione di Cristo per il nostro tempo e luogo. Vi fu un tempo in cui la missione ad gentes aveva trovato la sua espressione più completa nell’Invio di Matteo 28,19-20, e mi sembra che questo continui a succedere tuttora a molti missionari. Per gli altri che entravano nella missione ispirati dall’appello rivolto da Pio XII nella Fidei donum, la storia di Emmaus in Luca 24 forniva un modello di solidarietà e di vicinanza con i poveri. Qual’è l’immagine biblica che coglie l’essenza della missione oggi? Potrebbe essere l’abbattimento dei muri di separazione in Efesini 2,14ss? O il fatto che tutte le cose siano ricapitolate in Cristo, come nell’inno ai Colossesi? Abbiamo bisogno di teologi con immaginazione, che ci aiutino a riflettere sulla missione mentre entriamo nel nuovo millennio.

In secondo luogo, abbiamo bisogno di impegnarci in modo più profondo nel rapporto tra fede e cultura. Ciò significa arrivare al cuore dell’identità della fede di oggi, una identità che sia impegnata, incarnata e inculturata. Il fatto che la fede impegni così la cultura piuttosto che ignorarla o annullarla, chiarisce bene il modo in cui i Cristiani vedono il mondo. Penso che qui occorra sviluppare una teologia della cultura veramente cattolica, che trovi il suo punto di partenza nella natura sacramentale della realtà e nel carattere analogico dell’essere.

Infine è necessario avere missiologi che ci aiutino ad ascoltare più chiaramente la necessità che il mondo ha di Cristo e che spesso non viene così chiaramente focalizzata nella sua profonda aspirazione. Ma il bisogno di cambiare le cose, il bisogno di cercare la riconciliazione sono elementi significativi di ciò che il mondo cerca. Con le parole del Santo Padre:

«L’ingresso nel nuovo millennio incoraggia la comunità cristiana ad allargare il proprio sguardo di fede su orizzonti nuovi nell’annuncio del Regno di Dio. È doveroso, in questa speciale circostanza, ritornare con rinsaldata fedeltà all’insegnamento del Concilio Vaticano II, che ha gettato nuova luce sull’impegno missionario della Chiesa dinanzi alle odierne esigenze dell’evangelizzazione.

I cristiani si sentono piuttosto rinfrancati a motivo della consapevolezza di recare al mondo la luce vera, Cristo Signore. La Chiesa annunciando Gesù di Nazareth, vero Dio e Uomo perfetto, apre davanti ad ogni essere umano la prospettiva di essere “divinizzato” e così diventare più uomo. È questa l’unica via mediante la quale il mondo può scoprire l’alta vocazione a cui è chiamato e realizzarla nella salvezza operata da Dio» (IM 2).

Certamente mentre ci accingiamo ad entrare nel Grande Giubileo e nel nuovo millennio la missiologia dovrebbe essere ripresa con nuovo vigore e con senso di fermezza. Vi ringrazio per quanto fate in merito nella Associazione Internazionale dei Missiologi Cattolici..

 

Note

1 Un esempio potrebbe essere l’opera di Jan Jongeneel, della facoltà protestante di Utrecht in Olanda. La sua opera in due volumi, Philosophy, Science and Theology of Mission in the 19th and 20th Centuries (1995 and 1997), ha tentato di sviluppare la missiologia come una scienza con sottodiscipline e suddivisioni, come pure con metodi propri. Le reazioni al suo approccio sono state di vario tipo.

2 Un esempio potrebbe essere lo sforzo di collaborazione tra i cattolici olandesi e i missiologi protestanti. Cf. Verstraelen et al., ed. 1995.

Bosch 1991 ha una sezione esemplare di una visione integrata della teologia biblica e della storia della Chiesa.

  

Ref.: TEOLOGIA DELL’ANNUNCIO (Per una teologia missionaria),  PUM, pp. 5-20.