P. Piero Gheddo, P.I.M.E.
“Missio ad Gentes” e
gli Istituti missionari
Ho
letto con interesse l’articolo “The Mission
Institutes in the New Millennium” (SEDOS Bulletin, n 7/8, July-August 2004,
pp. 205-211). Padre Michael Amaladoss, SJ, si chiede
se questi Istituti siano in crisi e dà una risposta positiva.
Penso si possa essere tutti d’accordo (è in crisi tutta
la Chiesa!), ma non per i motivi da lui addotti. Il suo articolo
dice tante cose anche giuste, ma il tono generale non va, è troppo
unilaterale e negativo sulla “missione alle genti” e
sugli “Istituti missionari”; Amaladoss salta
da un tema all’altro, critica e condanna ma non propone: finisce
per essere solo o quasi solo negativo riguardo alla missione ad gentes e agli Istituti missionari.
Due
premesse:
A) Stupisce
che in sette dense pagine, Amaladoss non
citi una sola volta la Parola di Dio e nemmeno il Concilio Vaticano
II, la voce dei Papi, dei Sinodi e delle Conferenze episcopali. Cita
vari teologi (che la pensano come lui), ma bastano per fondare una
critica così radicale e distruttiva degli Istituti missionari?
B) Altro
punto che suscita stupore e anche scandalo. Amaladoss,
ragionando sulla missione e sugli Istituti missionari, non parla
mai di Gesù Cristo, non lo nomina neppure
una volta! Ma la missione è fatta soprattutto per annunziare
Cristo, Salvatore di tutti gli uomini (a parte il fatto che in alcune
aree anche asiatiche non si possa parlare di Cristo); oppure ha solo
altre finalità, dialogo interreligioso e interculturale, etica,
spiritualità, inculturazione, aiuti
economici, portare la pace, aiutare i poveri, ecc.? Questi sono i
frutti della vita nuova in Cristo, non risultato di attività umane!
Nelle Costituzioni del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere),
cap. III: lo “spirito apostolico” a cui siamo educati è così definito
(n. 16): “Fondamento e modello della nostra vita apostolica è il
Cristo evangelizzatore; come Lui e in Lui, dedicandoci totalmente
all’evangelizzazione, cercheremo sempre e solamente la gloria
di Dio nella salvezza delle anime”. Secondo padre Amaladoss questo va bene per il Nuovo Millennio o no? Alcuni
punti per facilità di discussione:
1) Il teologo indiano pensa che sia finito
il tempo delle missioni, sostituite dal dialogo interreligioso e
interculturale e dall’annunzio del Regno: l’annunzio
di Cristo e le conversioni non sono esclusi, ma non sono lo scopo
principale della missione. Eppure Gesù ha detto: “Andate
nel mondo intero e predicate il Vangelo a tutte le creature. Chi
crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non
crederà sarà condannato” (Marco, 16-15). Si possono
citare tanti altri passi del Nuovo Testamento che confermano. Quando Amaladoss scrive: “There is a new theology of mission which sees it as a threefold dialogue of
the Good News with the poor, the cultures and the religions”,
possiamo chiederci fino a che punto questa è una “nuova
teologia”: infatti, almeno dal Concilio in poi, si parla della
missione “globale” (o “olistica”),
che abbraccia tutti gli elementi ricordati da Amaladoss;
però i documenti della FABC dicono che l’annunzio (e
la conseguente libera “conversione” a Cristo) resta l’elemento
primario (non necessariamente in senso cronologico, ma nel senso
del valore), che dà unità e coesione agli altri elementi.
Allora ci chiediamo: fino a che punto questa è una “nuova
teologia”? A meno che escluda l’annunzio
della salvezza in Cristo: ma se è così, è ancora
teologia cristiana?
2) Il
teologo gesuita afferma che i missionari e gli istituti missionari
sono finiti, non sanno adattarsi alle nuove situazioni, sono figli
del periodo coloniale (come le “missioni estere”)
e quindi anche se oggi morissero non sarebbe una gran perdita: “If the Missionary Institutes do not change, reading the signs of
time, they will desappear. We need not feel sorry for them....”.
Mi
pare che, nell’anno 2004, l’accusa
ai missionari di continuare nello stile coloniale è proprio fuori
tempo, vecchia, superata dalla storia: il tempo coloniale è terminato
da 50-60 anni. La Chiesa e gli Istituti missionari hanno fatto un
lungo cammino. Ad un certo momento bisogna finirla con certi ritornelli
che i giovani non capiscono più e che gettano solo discredito.
Del resto, quasi dovunque, soprattutto in Asia, attualmente e
giustamente, i missionari non hanno ruoli di comando, ma di servizio
e di cooperazione.
Amaladoss è fermo alle vecchie problematiche del tempo
coloniale. Ma la storia cammina e la Chiesa
si rinnova. Ad esempio, sono nati i cosiddetti “movimenti”,
simbolo di una Chiesa nuova, i quali prendono membri da tutti i paesi,
li portano di qui e di là senza problemi, formano dei testimoni
della fede, hanno una carica missionaria e sono specialisti nel dialogo:
pur tenendo ferma l’identità cristiana, sono apertissimi a tutti. Amaladoss è bloccato
nel complesso anti-coloniale e non vede che la sua problematica è stata
superata dalla storia e dalla vita della Chiesa.
Mons. Thomas Menamparampil, arcivescovo
di Guwahati (Assam,
India), ha scritto un articolo sul cristianesimo in Asia (“Mondo
e Missione”, aprile 2003, pp. 77-79) in cui si legge: “I
popoli dei paesi di antica cristianità ...
sono stati portati verso una severa autocritica e ad una ‘generale
perdita dell’autostima’ nelle loro ideologie, nei loro
sistemi di pensiero.… Qualcosa di questo si riflette anche
nel pensiero teologico contemporaneo, la cui eco giunge fino al nostro
attuale campo missionario. Molti membri delle nostre equipés missionarie soffrono
di questa ‘perdita di autostima’, che deriva da un senso di colpa verso il
passato e da un complesso di incertezza per quanto riguarda il futuro. Ma certi comportamenti non vengono dal Vangelo. Infatti, solo
il Vangelo può sollevare coloro che hanno fatto
del male e coloro che l’hanno sofferto. E’ il Vangelo
che permette loro di voltare le spalle alla storia e di proseguire
oltre con fiducia e di prendere il futuro nelle proprie mani”.
3) Secondo Amaladoss,
poiché la
Chiesa locale è fondata nei paesi non cristiani, la responsabilità della
missione è sua, i missionari stranieri non servono più;
insiste molto sulla Chiesa locale, quasi esclusiva depositaria della
missione. Gli Istituti missionari aventi per finalità esclusiva
la missione ad gentes sono nati per assolvere il compito
di fondare le Chiesa locale in paesi non ancora evangelizzati. C’è così uno
stretto legame storico e affettivo tra questi Istituti e le Chiese
locali. Le nostre Costituzioni del Pime trattano
di questo rapporto.
Amaladoss parla come se la Chiesa locale avesse una sua vita
propria e gli Istituti missionari
fossero separati, a sé, con loro progetti. Non è vero,
noi siamo a servizio e integrati nella Chiesa locale, a totale
disposizione del vescovo. Non è vero che i missionari operanti
in Asia, di fronte a difficoltà o restrizioni di entrata
in vari paesi, si sono rifugiati in Africa e America Latina. Essi
sono rimasti in Asia (e parlo soprattutto del Pime,
che è nato con una chiara vocazione asiatica) e vi rimangono
fin che loro è concesso, cercando
in tutti modi di aiutare le Chiese da loro fondate anche quando vengono
espulsi. Ad esempio, nella Chiesa di Myanmar,
il Pime ha lavorato dal 1867 ad oggi ed è ancor
presente con due soli missionari anziani, ma da molti anni aiuta
i vescovi nella formazione dei seminari diocesani e in altri loro
progetti, nella fondazione di un istituto missionario locale, anche
con personale che ottiene permessi limitati di residenza.
I
vescovi chiedono missionari, non solo nei paesi poveri, ma anche
in quelli ricchi e in pieno sviluppo economico. Negli ultimi due,
tre anni, nel Pime abbiamo ricevuto richieste
di personale dalla Corea, Giappone, Filippine, Cambogia, Kazakhistan, Bangladesh,
Birmania, Hong Kong, Taiwan, Papua Nuova Guinea (per parlare solo
dell’Asia). Quando padre Amaladoss parla di aiuti
alle giovani Chiese, vede con sospetto, e quasi condanna, gli aiuti
economici e materiali. Non si capisce perché: San Paolo non
chiedeva alle comunità cristiane con buona disponibilità economica
di aiutare le altre più povere? Perché oggi sarebbe disdicevole l’aiuto fra le
Chiese?
E poi, la funzione dei missionari e delle “missioni
estere” è un’altra: l’educazione cristiana
dei fedeli e la “comunione fra le Chiese”. L’indimenticabile
mons. Jean Zoa, arcivescovo di Yaoundé,
capitale del Camerun, aveva richiesto per la sua diocesi numerosi
missionari stranieri. Durante una riunione del clero diocesano, alla
fine degli anni settanta, un suo sacerdote gli chiese
se avessero ancora bisogno dei missionari, dato il buon numero di
preti locali. L’arcivescovo rispose: “Sì, in teoria
potremmo farne a meno, ma io li tengo ben cari perché ci collegano
con la Chiesa universale e la tradizione cristiana, ci trasmettono la
sensibilità evangelica maturata in duemila anni nelle loro
Chiese. Noi siamo una Chiesa giovane, molti di
noi sono nati in famiglie non cristiane. Sono convinto che,
senza di loro, in dieci o vent’anni
noi torneremmo a fare i sacrifici di animali
sotto gli alberi”.
Amaladoss viene da un’antica famiglia del Kerala, cristiana da secoli. Non si rende conto che la maggioranza
delle giovani comunità cristiane in Asia e Africa sono nate un secolo fa o anche meno. In non pochi paesi o
regioni dell’Africa il Vangelo è stato
annunziato dopo la II Guerra Mondiale. E,
anche in Asia, siamo ancora ai primi passi della missione. Giovanni
Paolo II scrive nella “Redemptoris Missio”: “L’attività missionaria è solo agli inizi” (n.
30); “La missione ad gentes ha
davanti a sé un compito immane, che non è per nulla
in via di estinzione” (35). La missione in Asia non è per
nulla fallita, prova ne sia l’esistenza delle Chiese
che ha generato; e prospetta ancora un avvenire a cui tutta la Chiesa è chiamata
a collaborare. Ancora il Papa nella “Redemptoris Missio” ripete
tre volte che la missione ad gentes oggi
si realizza soprattutto in Asia (nn. 37,
40, 86 con un riferimento all’Asia in modo implicito ma chiaro).
4) Amaladoss non
vede bene l’internazionalizzazione degli
istituti missionari e parla di fondare istituti missionari locali.
Giusto, ma lo stesso criterio si può applicare ai religiosi:
perché i gesuiti rimangono in India, non potrebbero far nascere
altri ordini religiosi locali? Alla nascita di Istituti missionari locali abbiamo contribuito anche noi
del Pime, nelle Chiese di India, Thailandia,
Filippine, Brasile e ultimamente in Birmania; gli istituti esclusivamente
missionari di clero secolare (16 in tutto nell’Occidente) sono
aperti e disponibili a questo. Ma abbiamo
anche aperto le nostre porte alle vocazioni dai popoli e paesi che
abbiamo evangelizzato, su precisa richiesta e col consenso dei vescovi
locali.
L’internazionalizzazione dei nostri istituti missionari è stato
un passo graduale e spontaneo. Io l’ho vissuto nel Pime,
che per 140 anni dalla nascita (nel 1850) si definiva solo istituto
italiano. Ma nel Capitolo del 1989 è diventato internazionale
dopo un lungo dibattito e in seguito a richieste di vescovi e giovani
locali e con l’approvazione della Congregazione per l’Evangelizzazione.
Nel tempo della globalizzazione non ha più senso che un istituto sia solo italiano o solo francese. Gli istituti nostri hanno
anche loro lo Spirito Santo. In 150 anni di lavoro missionario, il Pime ha fondato 12 diocesi in India, tre in Bangladesh, cinque in Birmania e una decina in Cina, senza
prendere un solo sacerdote locale, ma formando seminari per la Chiesa
locale. E oggi assumiamo personale locale facendo tutto in pieno accordo
con i vescovi del posto, nei paesi che abbiamo evangelizzato.
5) Secondo Amaladoss la missione ad gentes non è solo nei paesi non cristiani,
ma anche in quelli cristiani. D’accordo, ma la differenza fra
un paese di antica tradizione cristiana e un altro, in cui il cristianesimo
non sia ancora penetrato, è immensa in tutti i campi del vivere
umano. Lo testimoniano tutti i missionari sul campo, a contatto con
le società non cristiane. Nella “Redemptoris Missio” (n.
32) — perché Amaladoss non
la cita mai? — si legge: “Alcuni si chiedono se sia ancora
il caso di parlare di attività missionaria
specifica o di ambiti precisi di essa, o se non si debba ammettere
che esiste un’unica situazione missionaria, per cui non c’è che
un’unica missione, dappertutto uguale…. Occorre guardarsi
dal rischio di livellare situazioni molto
diverse e di ridurre, se non far scomparire, la missione e
i missionari ad gentes.
Dire che tutta la Chiesa è missionaria non esclude che esista
una specifica missione ad gentes, come
dire che tutti i cattolici debbono essere missionari non esclude,
anzi richiede, che ci siano i ‘missionari ad gentes e a vita’ per
vocazione specifica”.
6) Padre Amaladoss dice
che i paesi dell’Asia non vogliono più i missionari. Ma quali
paesi? Dove c’è piena libertà come
in Giappone, Taiwan e Corea del Sud (e Filippine, ma anche altrove)
i missionari possono liberamente entrare. Negli altri le restrizioni
nascono in genere da visioni nazionalistiche o religiose chiuse,
che non si possono approvare: e qui l’India, dove c’è libertà politica
e di pensiero, ha fatto scuola come chiusura agli stranieri (non
solo ai missionari).
Nel
febbraio 2004 sono stato in Malesia, con governo fortemente a favore
dell’islam (il 60% della popolazione),
che non vuole missionari stranieri, ma non permette nemmeno ai sacerdoti
cattolici della Malesia peninsulare di stabilirsi nel Borneo malese,
dove ci sono molte conversioni dall’animismo al
cristianesimo, ma pochissimi sacerdoti: nel 1970 c’erano 2.000
cattolici per ogni prete, oggi sono 8.000 e ogni anno le parrocchie
hanno dai 200 ai 300 battesimi di adulti.
Nelle cinque diocesi del Borneo malese i vescovi vorrebbero missionari, ma il governo
non permette: questo è un segno di decadenza dei “missionari ad gentes” oppure
il segno di una chiusura e intolleranza che noi condanniamo? Il vescovo
di Keningau (Sabah, Borneo) mi diceva: “La mia diocesi ha 12 preti e dieci
seminaristi per più di 90.000 battezzati, ogni anno 1.500
battesimi di adulti fra i “dayak”.
Preti e suore sono troppo pochi. Affidiamo molti compiti ai laici
e alle comunità ecclesiali di base … ma quando vado
a visitare le parrocchie, e vedo assemblee giovanili molto numerose
e fervorose, schiere di giovani che cantano, ne ringrazio il Signore: noi abbiamo la grande responsabilità di
educarli alla fede. Ma, come fai se non
hai preti?”.
Ci
sono idee buone e giuste in questo articolo
di Amaladoss, ma sono soffocate da una quantità di ipotesi,
accuse, giudizi, orientamenti che possono sembrare “profetici”,
ma che in pratica non portano a proposte precise o a vie percorribili.
Tutto è indeterminato e può avere anche l’effetto,
certo non voluto, di creare scoraggiamento, demoralizzazione, sfiducia,
sconforto.… Va detto con chiarezza che l’articolo di Amaladoss è quasi radicalmente
contrario a quanto la Chiesa continua a dire, dal Concilio Vaticano
II ad oggi, anche in documenti molto specifici su questo argomento: “Ad Gentes” del
Vaticano II (1965), “Evangelii Nuntiandi” di Paolo VI (1975), “Redemptoris Missio” (1990)
e “Tertio Millennio Ineunte” (2001)
di Giovanni Paolo II. Sono fuori strada il Vaticano
II e i due Papi ricordati (per non parlare dei Sinodi episcopali)?
So che Papi e Sinodi sono oggetto di critica, ma fin dove essa deve e può arrivare
perché sia vera e costruttiva?
Ref.: Testo dell’autore,
inviato via e-mail, per la pubblicazione di SEDOS, nel settembre
2004.