La ricchezza delle
nazioni
Per comprendere qualcosa del fenomeno della globalizzazione, che concerne tutti e soprattutto i più poveri,
coloro che non contano nulla nel mondo, ma
che per noi sono il volto, la carne e il sangue di Dio nella storia,
dobbiamo comprendere e analizzare i meccanismi economici nella loro
reale consistenza.
Adam Smith (1723-1790) è
generalmente considerato come «il padre dell'economia politica». Si
é scritto che da Smith si dipartono tutte
le linee della ricerca successiva ed è con la questione da lui posta
che gli economisti dopo di lui dovranno misurarsi.1
Alla fine del 1776, Adam Smith
dà alle stampe il suo lavoro fondamentale La
ricchezza delle nazioni.2
In esso lo Smith
invocava un sistema di libertà naturale, nel quale ciascun individuo
sarebbe stato libero di stabilire e promuovere i propri interessi.
Questo sistema — sosteneva — avrebbe recato il maggior beneficio sia all'individuo
che alla società. In effetti, lo stesso sforzo dell'individuo tendente
al proprio personale tornaconto avrebbe prodotto un massimo di beneficio
per la società nel suo insieme e per gli altri individui. Sulla base di questo semplice principio si riteneva possibile
costruire un ordine sociale all'interno delle nuova società individualistica.
Secondo Smith, il tornaconto personale
in una società libera era la molla per il più rapido progresso dell'intera
nazione. La gente avrebbe risparmiato per migliorare la propria posizione,
aggiungendo così nuovi capitali alle risorse della nazione; avrebbe
impiegato il capitale nel modo più redditizio e così facendo, avrebbe
prodotto le cose che gli altri desideravano di più.
La forza del principio del tornaconto individuale la si trova tutta in questa espressione di Smith: «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio
o del fornaio che ci aspettiamo il nostro
desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non
ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e parliamo dei
loro vantaggi e mai delle nostre necessità. Nessuno all'infuori del
mendicante sceglie di dipendere dalla benevolenza dei suoi concittadini».3
L'accumulazione della ricchezza non è stata un'operazione
indolore. La «ricchezza delle nazioni» non si è formata senza pagare
un alto prezzo di sofferenza e sangue.
Lavoro infantile, orari lunghi,
salari bassi, disoccupazione, pericolosità del lavoro, merci adulterate,
abitazioni sovraffollate e fatiscenti, monotonia e degradazione morale:
queste le condizioni normali in cui vivevano, nella stragrande maggioranza,
i lavoratori.
Crisi e ripresa economica
Nonostante tutti i tentativi di organizzazione
scientifica del lavoro, di integrazione dei lavoratori nei processi
di produzione, di estensione dei benefici della produzione capitalista
a sempre più vasti settori della popolazione, venendo a creare una
società di consumi, e soprattutto, nonostante la mano
invisibile che autoregolamenta i mercati,
il sistema di produzione capitalista è scosso da gravi crisi strutturali.
A fronte della crisi economica scatenata dalla caduta di
Wall Street (1929) vi furono differenti reazioni nelle politiche
economiche dei diversi Stati. Se Stati Uniti,
Inghilterra e Francia rimasero nei limiti d'un certo liberalismo economico,
Germania, Italia e Giappone adottarono una politica economica di forte
dirigismo con il fine di allargare le basi economiche del mercato.
La politica del New
Deal aprì la strada a un maggiore intervento
dello Stato nell'economia e prevenne il ripetersi di errori nella
conduzione dei rapporti fra Stati, ad esempio con l'adozione, alla
fine della Seconda Guerra Mondiale, del piano Marshall
(ERP = Programma per la ripresa europea). Questo piano rovesciò le
scelte fatte dal trattato di pace di Versailles che imponeva un rimborso
dei danni ai paesi sconfitti dopo la Prima Guerra Mondiale.
Fino agli anni ‘70 i paesi della Trilaterale (Stati Uniti,
Giappone e Comunità Europea) hanno vissuto un fenomeno di sviluppo
e crescita economica che permette di chiamare gli anni ‘45-‘75
l'età dell'oro o i gloriosi trenta.
Agli inizi degli anni ‘70, il quadro economico complessivo
subisce una profonda crisi. Segnalo alcune delle cause più importanti:
1. Forte indebitamento degli Stati Uniti come conseguenza
della guerra del Vietnam.
2. Crisi petrolifere a causa dei conflitti mediorientali.
3. Crisi nelle bilance commerciali dei paesi industrializzati.
4. L'afflusso di petrol-dollari
nelle banche europee dà vita al processo d'indebitamento dei paesi
del Sud del mondo.
5. Nasce e s'impone la questione ecologica.
La nascita della
globalizzazione
Si è soliti porre nel novembre 1975 la data in cui, per
decisione politica, fu avviato il processo
della globalizzazione dei mercati.
Il 15 novembre 1975, nel castello di Rambouillet,
vicino Parigi, si incontrarono per un vertice
economico capi di governo dei sei paesi più industrializzati: Stati
Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Italia.
Furono due le decisioni storiche prese
a Rambouillet:4
Lanciare il processo dì privatizzazione:
particolari beni o attività o imprese passano dalle mani dello Stato
a quelle dei privati.
2. Si procede alla liberalizzazione
della circolazione dei beni, dei servizi, dei capitali.
Si forma in tal modo un mercato globale
dei capitali, del lavoro, delle merci.
Secondo il prof. Stefano Zamagni5 sono tre le
caratteristiche che contraddistinguono il fenomeno della globalizzazione:
1. La destrutturazione delle
forme organizzative d'impresa e del rapporto tra sfera dell'economia
e sfera della politica.
Di fatto si realizza la separazione del luogo in cui avviene
la produzione da quello decisionale.
2. La globalizzazione è un processo
che, aumentando le ricchezze, costituisce di fatto
un gioco a somma positiva.
Ma bisogna anche subito aggiungere che questo aumento
delle ricchezze prodotte ha tendenza a ripartirsi in maniera diseguale.
In altri termini, la globalizzazione riduce
la povertà in senso assoluto, aumentandola nel contempo in senso relativo.
3. Terzo elemento caratterizzante la globalizzazione
è l'omogeneizzazione culturale:
attraverso la circolazione delle merci e dei capitali vengono
mescolati anche modelli culturali che tendono a distruggere le varietà
culturali.
L'attuale situazione
dell'Africa
Quale l'impatto del processo di globalizzazione
sull'Africa d'oggi?
Gli indicatori demografici, economici e sociali concernenti
l'Africa confermano gli afro-pessimisti nelle
oro convinzioni.
Dal punto di vista demografico l'État du monde 2003, riprendendo dei dati delle Nazioni Unite, rivela che il continente africano non riesce a decollare.
Mentre la speranza di vita su scala mondiale
è stimata a 66,9 anni, l'Africa Sub-sahariana
accusa una media di 48,7 anni. Essa viene così a classificarsi lontano
dall'Asia dell'Est e Pacifico (69,5), dall'America Latina e Caraibi
(70,0), dall'Europa dell'OCSE (Organizzazione per la cooperazione
e lo sviluppo economico) (76,8).
Per meglio capire la differenza,
va tenuto presente che, per esempio, in Giappone abbiamo una speranza
di vita di 81 anni; a Hong Kong di 79,5; in Francia di 78,6; a Cuba
di 76; mentre in Camerun la speranza di vita è di 50 anni; di 44,3
in Centrafrica e di solo 38,9 in Sierra
Leone.
La mortalità infantile (numero di decessi di bambini di meno d'un anno su 1000 bambini nati vivi) più alta del mondo
è in Africa, 91,2%o, contro il 35,6% dell'America Latina, il 9,8%
dell'Europa e il 7,4% dell'America del Nord.
L'Indicatore di Sviluppo Umano (che si calcola in base ai
tassi di speranza della vita, alfabetizzazione
degli adulti, scolarizzazione e prodotto
interno lordo per abitante) vede nel 2000, su 173 paesi considerati,
27 paesi africani negli ultimi 27 posti.
L'accusa che viene avanzata contro
l'economia di mercato e la globalizzazione
neoliberale riguarda non tanto il processo dell'accumulazione della
ricchezza, quanto quello della distribuzione della stessa.
Ma che non sia possibile separare
la distribuzione della ricchezza dal processo di accumulazione della
stessa, l'ha ben capito l'economista camerunese Daniel Etounga-Manguelle che, formatosi a Parigi e Harvard,
mostra di conoscere bene questo principio quando scrive: «Per le società
africane non v'è possibilità di vita fino a quando gli africani si
comporteranno come spettatori piuttosto che come attori e continueranno
ad attendere d'essere invitati in un mondo che considerano
come un ristorante, ma che in realtà è un picnic
a scala planetaria, dove ciascuno porta non solo il suo coperto, ma
in ugual misura i suoi alimenti».6
Al centro di molti dibattiti, un saggio di Axelle Kabou7 ha riproposto
in maniera suggestiva il nodo culturale come impedimento allo sviluppo.
Axelle Kabou
centra la sua analisi impietosa sull'ideologia parassitaria che impedisce
lo sviluppo scientifico ed economico dell'Africa e la condanna al
fissismo del suo Medio Evo.
In «Venerdì» — l'individuo che Robinson
Crusoe, personaggio del romanzo di Daniel
Defoe, incontra su un' isola dopo
un naufragio — la Kabou simbolizza allo
stesso tempo il mito occidentale del buon selvaggio e il complesso
di dipendenza del primitivo di fronte all'uomo bianco.
L’attitudine di Robinson Crusoe nei confronti di Venerdì rappresenta quella dell'uomo
occidentale che evade dalla civiltà tecnologica per incontrare l'uomo
non contaminato che vive con gioia il rapporto primordiale con la
natura. II mito del buon selvaggio è l'immagine delle contraddizioni
dell'Occidente e della sua ipocrisia, poiché l'Occidente sfrutta le
risorse dell'Africa in favore del suo sviluppo industriale, ma nello
stesso tempo ne celebra la bellezza senza macchie, e l'assenza di
conflitti.
Dal canto suo Venerdì imita servilmente il suo padrone occidentale
e vive con lui un rapporto ambiguo: da un lato aspira al potere e
ai beni di consumo dell' Occidente; dall'altro
resta nel suo carattere prescientifico.
Venerdì, per compensare l'umiliazione storica, rifiuta la
scienza come «cosa dei Bianchi» .
Analizzando il rifiuto dello sviluppo e la sottostante ideologia
parassitaria, la Kabou esamina varie cause:
storiche, politiche, economiche, sociali,
per approdare al problema culturale. Per superare il sottosviluppo
l'Africa ha bisogno d'un «riaggiustamento
culturale» .
All'analisi che imputa i mali dell'Africa alla mancanza
di razionalità8 e dell'accettazione del principio dell'economia
di mercato,9 si oppone un altro
discorso che analizza una realtà «al di fuori delle norme», vale a
dire il settore informale. Quest'altra
Africa non è quella della razionalità economica. È un'Africa del bricolage in tutti i campi e a tutti i
livelli, tra dono e mercato, tra rituali oblativi
e la mondializzazione dell'economia.10
Serge Latouche,
riprendendo le analisi di Marcel Mauss
sul suo Saggio sul dono,11
afferma che il mercato suppone sempre uno scambio, ma non tutti gli
scambi passano per il mercato. Il fine del dono consiste nel far nascere
e nutrire, attraverso lo scambio, una relazione sociale, rinforzando
i debiti di ciascuno a beneficio di tutti e non di soddisfare a priori
dei bisogni, o di accumulare dei valori materializzati, senza lasciare
delle tracce personali nei rapporti tra coloro che
operano gli scambi.12
Ili dono rafforza l'appartenenza al gruppo e quello che
conta in una società non individualista è la situazione del gruppo
cui si partecipa.
Anche il concetto di povertà, pertanto, va relativizzato
ai canoni della società africana e non, secondo Latouche,
a quelli della società occidentale.13
In una società dove regnano la
solidarietà e la gerarchia, il concetto di povertà personale non è
pertinente. II gruppo è insieme ricco e povero,
anche se l'individuo si trova in una situazione che risponde a criteri
inversi: povero in un gruppo ricco, o ricco in un gruppo povero. Ciò
che noi chiamiamo povertà diventa «infortunio». È per questo — secondo
Latouche — che non è lo spettro della povertà che ossessiona
I’Africa d'oggi, bensì quello della sorcellerie. È nel mondo dell'immaginario e delle
sue spiegazioni che l'africano trova le cause dei suoi infortuni.14
L'Occidente cristiano
e l'Africa
Per note ragioni storiche, l'Africa nera
incontrò il Vangelo unitamente alla «ricchezza delle nazioni»
da qui l'ambiguità delle conversioni.
Conversione a chi, a
che?
Illuminante in proposito l'analisi che fa Mongo Beti, uno dei maggiori scrittori
africani in lingua francese, in un'importante pagina del suo celebre
romanzo Le pauvre Christ de Bomba.
In un colloquio con il padre Dumont,
il catechista Zachane così spiega il fenomeno
delle prime conversioni: «I primi tra di
noi che sono accorsi alla religione, vi sono andati come ad una...
rivelazione. Sì, proprio come ad una rivelazione, una scuola nella
quale ci si impadroniva del vostro segreto,
il segreto della vostra forza, la forza dei vostri aerei, delle vostre
ferrovie ed anche il segreto del vostro mistero…. In luogo di ci vi siete messi a parlare di Dio, dell'anima, della vita
eterna e di altre di queste cose. E non vi immaginavate
che noi conoscevamo già queste cose da molto prima del vostro arrivo?
Ma, credetemi bene, noi abbiamo avuto l'impressione che voi
ci nascondevate qualcosa. Più tardi ci accorgemmo che con il denaro
ci si poteva comprare delle cose, per esempio dei magnetofoni, delle
automobili e un giorno anche, forse, degli aerei. Ed
ecco! Allora si abbandona la religione e si corre altrove, vale a
dire verso il denaro. Ecco la verità... il
resto non sono che delle storie».15
In questo colloquio, Mongo Beti sintetizza la mentalità sottostante a certe conversioni
di massa. V'è una ricerca della tecnica e una ricerca della ricchezza
che questa tecnica produce.
Ma la «ricchezza delle nazioni»,
che attira ieri come oggi l'uomo africano, non è solo frutto d'una
tecnica; essa deriva da una scienza dietro la quale v'è una filosofia
generale: una concezione della natura, dell'uomo e della sua attività.
Storicamente è quella
concezione che ha creato quella
ricchezza.
Rifiutare la logica capitalista del mercato, comporta anche
il rifiuto di quel sistema d'accumulazione della ricchezza.
Questa logica, come abbiamo visto, richiede, tra l' altro, risparmio ed investimenti.
Fino a quando un sistema economico non è capace di produrre
risparmio ed investimenti, questo sistema non decolla, non è competitivo,
non entra nel mercato globale.
La questione del debito internazionale che asfissia i paesi d'Africa è una questione cruciale, ma non
è la sola.
Esiste una questione culturale per la quale si rifiutano
risparmio ed investimenti, non si progetta a lungo termine, si spende
nei beni di consumo o in bisogni non necessari, non si considerano
i fondi ammortamento e i costi di beni di produzione.
Vive profondamente radicata una mentalità de la cueillette per la quale non si riesce a vedere l'utilità
della spesa nel medio o lungo periodo ed il rientro con profitti della
stessa. Ciò vale anche nei campi della salute, dell'educazione, della
ricerca scientifica.
Annunziare il primato
del Logos
Cristo si presenta oggi, in Occidente come in Africa, come
ai tempi della Chiesa primitiva, in un mondo saturo di dei,
confrontato di nuovo con il problema che si era posto Israele
ai suoi inizi e nelle sue lotte con le grandi potenze prima e dopo
l'esilio.
Al termine d'una lunga stona, il cristianesimo primitivo
ha operato la sua scelta ed il suo lavoro
di purificazione in maniera decisa ed audace, «pronunciandosi per
il Dio dei filosofi contro gli dei delle religioni». La scelta così
operata significava l'opzione per il Logos
contro ogni specie di mito, la demitologizzazione
definitiva del mondo e della religioni.
La posizione cristiana — ricorda Ratzinger16
— è stata vigorosamente descritta da Tertulliano, nella sua
espressione superba e audace: «Cristo si è designato come la Verità
e non come la Consuetudine». All'idolatria della consuetudo romana, delle tradizioni della città di
Roma che aveva fatto dei suoi costumi la norma ultima della condotta,
si oppone il diritto esclusivo alla verità.
L'affermazione che al principio v'è non il mito, non la
consuetudine, bensì il Logos
creativo apre lo spazio alla ricerca libera a razionale di tutte
le soluzioni possibili. È anche spazio di dialogo, di confronto, d'invito
per tutti alla costruzione di nuove culture e nuove strutture.
Non si tratta di certo per l'Africa di copiare o ripetere
vie già percorse.
La capacità di liberare il Logos nella sua potenza creativa vuol dire accettare la categoria
della povertà come condizione irrinunciabile, affinché sia il Logos ad interrogare gli uomini che incontra
e non siano le nostre forme culturali ad
imporsi.
Qualsiasi soluzione sarà sempre
parziale e provvisoria. Essa va sottoposta alla critica del Vangelo che chiama tutti ad andare sempre
oltre.
Oggi, in tutte queste forme d'intervento v'è il rischio,
da parte della Chiesa, di ridurre e snaturare la sua missione evangelizzatrice.
Oscurando la conquista del dogma di Calcedonia,
si riduce il cristianesimo, mistero della divino-umanità,
ad un umanesimo che dimentica come il principio dell'umanità nell'uomo
— ciò che rende uomo l'uomo — sia la Divino-umanità del Cristo.17
Sia in Africa che in Occidente si
tratta di affermare o riaffermare il primato della persona sulle strutture,
sulle leggi, sulla natura, sulla società, sulle tradizioni, sui costumi.
Al di fuori della fede in un Dio personale anche l'uomo
muore. Su questo terreno il dialogo con le modernità e con l'Africa
ha i suoi limiti. L'inculturazione del Vangelo
ha bisogno anche di operare per rotture e con processi creativi culturali.
V'è una incompatibilità della fede
con le differenti logiche intramondane che
non è facilmente eludibile.
Tra queste logiche quella della sorcellerie rappresenta la questione delle questioni per la cultura e la religiosità
africana. Essa penetra in tutte le manifestazioni della vita dell'uomo
e determina non solo la vita privata, ma anche quella
economica e politica.
La permanenza della sorcellerie, la sua «modernità» e la sua presenza anche in nuovi contesti, segna in profondità gli sviluppi politici dell'Africa
contemporanea.18
La sorcellerie penetra e condiziona il discorso dell'accumulazione, premessa
necessaria per investimenti produttivi. Il processo d'accumulazione
nelle società africane passa in maniera inestricabile per i circuiti
dello Stato e quelli della famiglia e del villaggio ove più cogente
e determinante è il mondo delle relazioni sotterranee e invisibili.
Senza abbordare questa questione non si può comprendere la tendenza
alla non-accumulazione (o all'accumulazione non-produttiva)
in Africa e il problema del controllo, in forme variabili, della manodopera.19
Conclusione
L sfide della globalizzazione,
pur su fronti differenti, concernono sia l'Occidente che l'Africa.
Esse possono essere affrontate solo nel rispetto e nell'ascolto, rifiutando
logiche paternaliste, assistenzialiste o
di autonominarsi «voce dei senza voce» al fine, pur con le migliori
intenzioni, di continuare a perpetuare forme di colonialismo spirituale.
Le sfide non risparmiano nessuno. E
il Vangelo non dà soluzioni che dispensano dalle nostre risposte,
dalle nostre responsabilità.
Il Vangelo ci ricorda una verità essenziale. Non ci si salva
da soli. Occidente e Africa si salvano insieme o muoiono insieme.
È vitale per tutti incontrarsi.
Se le questioni in campo sono poste come questioni di vita e di morte, onestà vuole — è il minimo che si richiede
— che chi non ha fatto dell'Africa la scelta della propria vita e
della propria morte, ma solo un terreno di passaggio o d'arricchimento
delle proprie esperienze, sia molto, ma molto prudente nell'intervenire
nel dibattito, nel prendere l'una o l'altra posizione e soprattutto
nell'andare a scaricare le proprie contraddizioni o frustrazioni sul
primo «Venerdi» che incontra. L'Africa non può essere oggetto di
conquiste e di esperienze.
Il biblista Paulin
Poucouta, in pagine di rigore scientifico,
parlando dell'incontro tra l'Etiope e Filippo, narrato negli Atti degli Apostoli, ci
offre le chiavi d'una spiritualità dell'incontro.
Filippo e l'Etiope s'incontrano
sulla strada, in un cammino comune di fede che è invito a partire,
a camminare, a inventarsi, a creare, uscendo entrambi da reciproci
complessi d'inferiorità, di superiorità o di rivalsa per trasformare
la storia secondo il disegno di Dio comune a entrambi. L'incontro
si vive per entrambi nel segno del reciproco servizio. Quali che siano
le posizioni antecedenti all'incontro, tutti sono inviati ai blocchi
di partenza, in una vera uguaglianza di possibilità donata a tutti
indistintamente.
Nel loro incontro si celebra l'unità nella diversità, l'accoglienza
della pluralità che si radica nella modestia e nel servizio.20
Nell'incontro, se è vero incontro affrontato con onestà,
inizia un'avventura che ci sovrasta a che ci invita
a superarci senza tregua.
Ed è non nel passato, ma nel presente che si proietta verso il futuro, che l'incontro avviene e rende feconda
e non sterile la memoria.
Note
1. Cf. Napoleoni C., Smith Ricardo Marx. Considerazioni sulla storia
del pensiero economico, Boringhieri, Torino, 1970, 95.
2. Cf. Smith
A., La ricchezza delle nazioni,
a cura di BAG A. e T., UTET, Torino 1975.
3.
Smith A., La ricchezza…,
92. Sulla cosiddetta etica
degli affari, cf. Tirabassi
A., «Etica
economica: principi e prospettive», in Aggiornamenti Sociali 44
(1993) 137-151.
4. Cf. James H., Rambouillet, l5 novembre 1975. La globalizzazione dell'economia,
Il Mulino, Bologna, 1999.
5. Cf. Zamagni S..
«Les défis de la globalisation pour le crovant. Eléments d'une nouvelle économie», in 60°
CONVENTUS SEMESTRALIS UNIONE SUPERIORI GENERALI, Économie et mission dans la
Vie Consacrée aujourd'hui, Editrice «il Calamo»,
Roma 2002, 80-86.
6. Cf. Etounga-Manguelle D., L'Afrique
a-t-elle besoin d'un programme d'ajustement culturel
?, Nouvelles du Sud, Ivry-sur-Seine 1990, 77.
7. Cf. Kabou A., Et si l'Afrique refusait le développement?, L'Harmattan,
Paris 1991. Cf. un'ottima recensione
di Cipollini A., «A
propos du livre: "Et si
l'Afrique refusait le développement?"»,
in Annales de l'Ecole Théologique
Saint-Cyprien (1996) 131-135.
8. Sulla questione mi permetto di rimandare al mio articolo
«L'Africa
e la razionalità», in Grasso E., Come
una nave. leri oggi e domani nella memoria di Dio, EMI, Bologna
2(X)1, 23-43.
9. Per una sintesi riguardante la pertinenza
del problema dell'homo oeconomicus in Africa, cf.
Hugon P.. L'économie
de l'Afrique, La Découverte,
Paris 2001, 55-61.
10. Cf. Latouche S., L'autre Afrique. Entre don et marché, Albin
Michel, Paris 1998, 19-20.
11. Per una rilettura della problematica nel nostro tempo,
cf. Godbout J.
T. in collaborazione con Caillé
A., Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1993:
cf. Godelier M.,
L'énigme du don. Flammarion, Paris 1996.
12. Cf. Latouche S., L'autre Afrique…, 74.
13. Sull'uso degli indicatori sociali
come misura dello sviluppo. Cf. Targetti Lenti R., «Dallo
sviluppo economico allo sviluppo umano.
Misurazione della povertà e politiche di intervento»,
in Aggiornamenti Sociali
48 (1997), 779-792.
14. Cf. Latouche S., L'autre Afrique..., 112.
15. Mongo Beti, Le pauvre Christ de Bomba, Présence Africaine,
Paris 1976, 46; cf. Laverdiere L., L'Africain et le
missionnaire (L'image du missionnaire dans
la littérature africaine
d'expression française). Essai de sociologie littéraire, Les Editions
Bellarmin, Montréal 1987.
16. Cf. Ratzinger
J., Foi chrétienne hier et aujourd'hui,
Mame, Paris 1969, 80-95.
17. Cf. Frank
S., Il pensiero russo da Tolstoj a Losskij, Milano 1977, 265. cit.
in Tenace M., «L'ecumenismo
spirituale di Divo Rarsoni», in Divo Barsotti testimone di Dio nell'Italia del Novecento. A cura di Naro C. - Russo L., Paccagnella Editore, San Lazzaro di Savena
(BO) 2001, 179.
18. Cf. Geschiere P. avec
la collaboration de Fisiy C.F., Sorcellerie et Politique en Afrique. La viande
des autres, Karthala, Paris 1995.
19. Cf. Fisiy C.F./Geschiere P., «Sorcellerie et accumulation, variations régionales»,
in Itinéraires d'accumulation
au Cameroun. Pathways to accumulation in
Cameroon». Sous la direction de Geschiere P./Konings P., Karthala/Afrika-Studiecentrum,
Paris-Leiden 1993, 99-129.
20. Cf. Poucouta P., La Bible en terres d'Afrique. Quelle est la fécondité de la Parole de Dieu ?, Les Éd. de l'Atelier/Éd. Ouvrières, Paris 1999.
Ref. : OMNIS TERRA, n. 79, anno XXII, aprile/giugno 2004, pp. 82-89.