Sr
Elisa Kidanè - Suore Missionarie Comboniane Pie Madri della Nigrizia
Cambiamento
di direzione nella missione
Implicazioni
e sfide nella missione dal Sud al Nord
(April
2005)
Da
questo incontro vorrei che uscissimo rafforzati in una idea: il
vero protagonista, l’artefice della Missione è Dio
che per mezzo dello Spirito Santo guida le rotte della Storia.
Credo
sia di vitale importanza iniziare la nostra riflessione partendo
da questa angolatura: la Missione è opera sua: noi, Chiesa
d’America, D’Asia, D’Europa. Dell’Africa
e dell’Oceania, chiese pellegrine, dobbiamo solo metterci
all’ascolto delle “intemperanze dello Spirito” che
soffia dove e come vuole…
Allora
capiremo che, dentro la Chiesa Universale, immensa vigna di Dio,
c’è posto per tutti/tutte e ciascuno deve sentirsi
responsabile del ministero affidatole ed esservi fedele; con una
precisa missione: costruire insieme il Regno di Dio.
Posso
dire di aver assaporato da subito questo spirito di universalità fin
dalle prime fasi della formazione nell’Istituto delle Suore
Missionarie Comboniane. Ricordo l’entusiasmo che ho provato
nel comprendere come Daniele Comboni, aveva chiarissimo che la
Chiesa o è universale o non ha ragione d’essere. “Il
mio Istituto, amava ripete, non è né italiano, né spagnolo… ma
universale, cattolico”. E a dare prova di questa sue affermazioni,
non solo spinge perché il suo nascente Istituto si avvalga
in maniera piena anche dell’apporto dei laici, ma ammette
tra le sue prime missionarie giovani sudanesi, chiaro segnale di
un’apertura universale.
Per
quanto concerne l’Africa, non ha dubbi e nel suo piano pastorale è racchiuso
il suo: “Salvare l’Africa con l’Africa”.
Rendere cioè i popoli africani protagonisti e non già “contenitori
di nozioni o mera carità”.
Una
Chiesa Universale quindi nella quale l’Africa ha il suo specifico
mandato iniziato fin dai primordi del cristianesimo. Un immenso
bagaglio di storia d cui neppure noi africani e africane ne siamo
pienamente consapevoli. L’Africa ha contribuito a scrivere
pagine di storia cristiana stupende. Basterebbe solo fare uno sforzo
mentale e documentarsi… e così comprendere che questa “nuova
spinta missionaria dal Sud al Nord del mondo” più che
un cambiamento di direzione” dovremo chiamarlo “fedeltà alle
radici profonde della nostra Storia”. (Vedi in calce,
stralcio della AFRICAE TERRARUM di Paolo VI - 1967)
Ma
anche fedeltà all’antico comando rivolto a tutti i
figli e figlie di Dio: Andate e predicate il mio Vangelo fino alle
estremità della terra. Ogni cristiano in virtù del
suo battesimo è un missionario. Non tener in considerazione
questo aspetto sarebbe tradire il nostro essere cristiani.
Fedeltà all’identità ecclesiale:
la missione è un evento di Chiesa, dunque, ogni Chiesa locale,
come parte della Chiesa universale, ha il dovere/compito/mandato
di comunicare fuori dai suoi confini il Vangelo. Nella storia della
chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno
di vitalità (Redemptoris Missio).
L’esperienza
dell'inculturazione del Vangelo fatta in l'Africa può essere
condivisa per illuminare la comprensione del Vangelo in altre parti
del mondo... e chissà ricuperare in Europa e dintorni quei
valori che “scaldano la fede”… una fede vissuta
più come un fenomeno individuale che non un cammino fatto
come comunità di credenti.
La
comprensione di 'missione' come viene percepita oggi dalle Chiese
d’Africa ha molto da aggiungere a quella fatta in altre parti
del mondo (missione come dovere di giustizia, di rispetto della
dignità umana, missione come incontro. Proviamo a leggere
certi messaggi coraggiosi di alcune conferenze Episcopali. Ogni
parola scritta può decretare nei loro riguardi una sentenza
di morte. Eppure hanno chiaro che è la verità li
farà liberi. E che dire delle centinaia di uomini e donne,
dei nuovi martiri che ogni giorno vengono eliminati causa della
loro fede?
Ho
letto in questi giorni il libro di Neno Contran: “Quel prete,
cosa aspettate ad ucciderlo?”. Un breve periodo che va dal 1960
al 1988. La storia di una sessantina di preti di varie nazione d’Africa,
torturati ed uccisi. Solo un frammento del contributo martiriale delle
Chiese d’Africa.
Implicazioni
e sfide nella missione dal Sud al Nord
Io
ricordo una vignetta degli anni ‘90 dove si vedeva, all’aeroporto
di Fiumicino, un missionario europea dirigersi verso l’Africa,
e che guardo perplesso un missionario africano approdare in Europa,
che a sua volta guarda perplesso l’europeo.…
Ed è questa
perplessità che dobbiamo vincere.… La missione è circolare, è l’evolversi
dei corsi e ricorsi della storia, e non ha limiti. Non è detto
che finisce un’era e ne inizia un’altra, ma è un
continuo intrecciarsi di vite, di esperienze, di novità.…
E
poi io credo che la presenza di missionari africani in Europa (e
non ditemi che siamo qui solo per chiedere soldi o per stare meglio… c’è senz’altro
questo ma non solo questo), dovrebbe essere vista come un segno
tangibile che il seminatore, in questo caso il missionario o la
missionaria d’Europa ha seminato su terra fertile.
Cosa
ci può esser di più bello per un missionario se non
quello di poter guardare con soddisfazione la “Chiesa di
missione” diventare a sua volta missionaria?
Leggevo
tempo fa un detto: “Guai a quella Chiesa che ascolta solo
la voce del missionario/a, ma guai a quella Chiesa che non ha udito
mai la voce del missionario… e se applicassimo questo alle
Chiese d’Europa? Vedo e capisco la fatica di alcuni missionari
europei che tornati in patria non sanno o non riescono più a
rivolgersi al proprio popolo… mentre invece noto come missionari
africani non hanno queste remore e parlano e raccontano e fanno
missione apostolica e in questo particolare momento della Chiesa
d’Europa; questo non può che giovarle.
La
mia personale esperienza di africana e missionaria comboniana in
Europa posso dire che è stata ed è entusiasmante.
So di aver ricevuto a piene mani e ho dato con altrettanta abbondanza.
Ho
avuto chiaro il mio mandato missionario: per me l’Europa,
l’Italia è stato il mio campo d’azione nel quale
ho cercato di trasmettere la Buona Notizia in un mondo, quello
della comunicazione, che stando al documento della Redemptoris
Missio, annovera tra i primi areopaghi in cui si deve proclamare
il vangelo.
Posso
dire con certezza che ho trovato ascolto, mi sono sentita accolta
e soprattutto ho percepito di essere stata considerata una interlocutrice.
Questo soprattutto nel mondo del laicato in generale.
Non
sempre lo stesso è avvenuto in quello prettamente ecclesiale:
a volte ho avuto la percezione che “loro” sapevano
già cosa avrei detto… Ho trovato resistenza oppure
difesa (reciproca).… Ho cercato di compreso questi “sporadici
comportamenti”… e forse bisognerà educarci
a far cadere alcuni stereotipi. Ne ho individuati alcuni.
Sono
chiese ancora troppo giovani (innanzitutto la fede non si misura
per età, quanto per intensità, i martiri sono stati
numerosi proprio agli albori del cristianesimo, quando il cristianesimo
era ancora in fasce…).
Hanno
ancora tanto bisogno là (la spinta missionaria in altre
parte del mondo è avvenuta non in tempo di benessere economica
ma proprio in tempi di grande difficoltà economiche, e spesso
si è proprio sottolineato il coraggio di questo).
Non
sono ancora pronti (vorrei chiedere ad ognuno di voi, chi si sente
pronto per essere annunciatore, annunciatrice della Parola, del
Regno? Non puntiamo forse proprio sulle nostre debolezze, povertà e
limiti, convinti che sia Dio il vero protagonista della missione?).
La “missione” è arrivata
qua (è un po’ la nuova giaculatoria che si sente negli
ambiti ecclesiali. Questo può stare a significare tante
cose positive … ma può anche nascondere un difetto
ancestrale: un atteggiamento non di accoglienza dell’altro
con i suoi valori, con la consapevolezza che può portare
qualcosa di nuovo, ma dell’altro come qualcuno da evangelizzare,
da curare, da insegnare … a questo punto possono nascere
inevitabili incomprensioni, ma soprattutto rallentamenti storici
nella costruzione del Regno).
Chiudo
citando uno stralcio del discorso introduttivo fatto durante il
recente Simposio dei vescovi d’Africa e d’Europa tenutosi
a Roma dal 10 al 13 novembre 2004.
Nel
dare il benvenuto ai vescovi d’Africa, la chiesa d’Europa
ha sottolineato che l’incontro aveva come novità la
reciprocità del dare e ricevere.
“Cari
confratelli dell’Africa, siamo qui con voi per parteciparvi
le nostre esperienze per rinnovare il nostro impegno in favore
del vostro continente, ma anche per condividere con voi le nostre
preoccupazioni e le nostre povertà. Noi europei abbiamo
bisogno di voi”.
L’atteggiamento
di reciprocità, di ascolto e di condivisione daranno vigore
e velocità alle rotte dello Spirito che spira e soffia dove
vuole.
Appunti
Mi
avvalgo di uno stralcio della lettera di Paolo VI: Terra d’Africa
(Africa Terrarum): “Pensiamo alla schiera innumerevole
di santi, martiri, confessori, vergini, che ad essa appartengono.
In realtà, dal sec. II al sec. IV la vita cristiana nelle
regioni settentrionali dell’Africa fu intensissima e all’avanguardia
tanto nello studio teologico quanto nell’espressione letteraria.
Balzano
alla memoria i nomi dei grandi dottori e scrittori, come Origene,
S. Atanasio, S. Cirillo, luminari della Scuola Alessandrina, e,
sull’altro lembo della sponda mediterranea africana, Tertulliano,
S. Cipriano, e soprattutto S. Agostino, una delle luci più fulgenti
della cristianità. Ricorderemo i grandi santi del deserto,
Paolo, Antonio, Pacomio, primi fondatori del monachesimo, diffusosi
poi, sul loro esempio, in Oriente e Occidente. E, tra i tanti altri,
non vogliamo omettere il nome di San Frumenzio, chiamato Abba Salama,
il quale, consacrato vescovo da S. Atanasio, fu l’apostolo
dell’Etiopia.
Questi luminosi esempi, come pure le figure
dei Santi Papi Africani: Vittore I, Melchiade e Gelasio I, appartengono
al patrimonio comune della Chiesa, e gli scritti degli autori cristiani
d’Africa
ancor oggi sono fondamentali per approfondire, alla luce della
Parola di Dio, la storia della salvezza.
(AFRICAE TERRARUM, Paolo VI 1967).
Ref.:
Testo dell’autrice.
Comboni
Missionary Sisters - Misioneras Combonianas - Soeurs Comboniennes
Irmâs
Missionarias Combonianas - Comboni Missionsschwestern