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Mons. Sergio Lanza A questo fenomeno di dilatazione (spesso solo virtuale,
con tutto ciò che ne segue), si aggiunge Ia frammentazione
dei sistemi di riferimento. Il villaggio non era solo una
unità territoriale, ma anche psico-sociale:
vero luogo di vita. Oggi, questa unitarietà
di riferimento - rappresentata quasi sempre dalla istituzione
parrocchiale (la fontana del villaggio, di cui parlava Giovanni XXIII)
- si è frantumata. Le persone stabiliscono relazioni diversificate
e non comunicanti, secondo i diversi «luoghi» della loro giornata
o settimana (il lavoro, la palestra, la chiesa, lo svago, il fine
settimana). Relazioni separate, senza un centro di riferimento unitario. Questa situazione di mobilità rende non più proponibile
una pastorale centrata su unità territoriali staticamente intese.
Siamo convinti assertori del riferimento parrocchiale, purché la parrocchia
non si limiti a tentativi affannosi di sopravvivere a se stessa. Come
già lucidamente ricordava Giovanni Paolo II ai parroci di Roma nell'incontro
quaresimale del 1988: «La parrocchia deve cercare se stessa fuori
di se stessa». In un mondo che cambia Di conseguenza nella situazione contemporanea il territorio
della parrocchia non rappresenta più, soprattutto nella città, un
riferimento simbolico significativo; non
corrisponde, cioè, a una forma storico-sociale dell'esperienza,
ma vi si insedia come entità settoriale di servizio. Ciò non soltanto
a causa della mobilità spaziale, ma - e forse più - per
una diversa concezione della vita e dei suoi riferimenti topografici.
Il processo di trasformazione dei luoghi residenziali ha condotto
a una progressiva perdita di significato
dei territori come spazi vissuti socialmente: di fatto anonimi a sempre
meno connotabili culturalmente.1 Queste difficoltà costituiscono un insieme di fenomeni strutturali;
non si tratta di problemi passeggeri di cui si possa venire a capo
con trasformazioni interne al modello (es. le cosiddette comunità
di base). La questione è più radicale e complessa. Se la Chiesa vuole
essere vicina alle persone in tutti i settori di questa società differenziata
e complessa, anche le forme, in cui si struttura la comunità ecclesiale
e si realizza la Chiesa stessa, devono essere improntate alla complessità
e alla mobilità: “Ciò avviene con una perdita marcata nell'ambito
della tradizionale appartenenza ecclesiale dei fedeli, e incide in
maniera crescente sulla figura strutturale di Chiese e comunità. Perciò
è necessario ricercare nuove forme sociali nelle quali la fede cristiana
possa vivere ed essere trasmessa adeguatamente
anche in una cultura fortemente modernizzata e distante dagli elementi
tradizionali».2 Per questo si deve affermare che il futuro della parrocchia
passa attraverso le sue trasformazioni. Anzitutto, perché il suo modello
(circoscrizione autarchica, autosufficiente, riferimento centrale
e perno della società) non corrisponde agli assetti socioculturali
del vissuto: non solo in contesto urbano,
ma sempre più anche in contesto di provincia (ormai non più rurale);
anche il villaggio non è più comunità in senso parsonsiano
(caratterizzato dal senso di appartenenza e da un complesso di norme
comuni condivise).3 Inoltre, perché vige ormai la pluriformità
dei riferimenti territoriali, secondo le esigenze e le «frequentazioni»
di ciascuno. Infine, perché ha come conseguenza un crescente anonimato
e il prevalere della relazioni funzionali
su quelle personali (dove ci si conosce per il ruolo svolto e non
per il nome che si porta). Quindi, il significato del territorio
non viene meno, bensì si modifica, con una crescente alternanza di
mobilità e stabilità. In sintesi, possiamo indicare questi ambiti
salienti. Il territorio: fattore
di cattolicità Una più attenta considerazione, tuttavia, scopre nel territorio
una modalità teologica non superata del costitutivo
localizzarsi della comunità cristiana. Abbiamo sottolineato
teologica perché non desunta da criteri di mera opportunità organizzativa
o burocratica, ma colta, proprio nella sua qualità di realtà storica,
come luogo di concretizzazione efficace della salvezza, che Dio opera
non solo nella storia, ma più specificamente in forma storica. Quindi,
la figura propria e peculiare di una comunità cristiana appartiene
alla sostanza medesima del fatto salvifico cristiano. In questo senso, il radicamento territoriale appare perfettamente
rispondente alle esigenze fondamentali della salvezza cristiana: consente
il superamento delle forme di religiosità privatizzata (educa alla
convivenza con le diversità, arricchenti e ingombranti ad un tempo),
mette in atto la varietà dei doni dello Spirito, si apre come segno
sacramentale salvifico sul mondo e sulla storia. La fraternità cristiana,
che nel gruppo e nella comunità elettiva rischia di essere irretita
entro coordinate romantico-involutive, trova nel territorio
un criterio di accoglienza aperta e universale,
difficilmente sostituibile. È la cattolicità antropologica in cui
ogni credente, per il fatto stesso di essere
credente, deve essere accolto, senza discriminazioni né ulteriori
sovradeterminazioni. Queste affermazioni non devono essere intese in senso qualunquistico, quasi che basti essere residenti
in un determinato territorio per essere considerati cristiani. Questo
abbaglio - che il cristianesimo sociologico di fatto registra
- pone sul tappeto il problema dell'appartenenza ecclesiale
e delle modalità con cui, nel nostro tempo,
si diventa cristiani. Ciò tuttavia non vanifica quanto qui si afferma a proposito
di quella che abbiamo definito cattolicità antropologica. La cattolicità
antropologica, perciò, non favorisce quel «riduzionismo pastorale»
in cui cade anche Y. Congar, quando afferma
che «la parrocchia può offrire al cristiano solo una formazione fondamentale
e i servizi liturgici ordinari, prescindendo da esigenze particolari».4 La forma di realizzazione della
sequela sine addito, il più possibile aperta e accogliente, non significa in alcun
modo - come alcuni lascerebbero intendere - interpretazione
minimale: la parrocchia non è il luogo dei cristiani di basso profilo,
mentre solo altre realtà sarebbero in grado di coltivare livelli di
alta spiritualità e impegno cristiano. Ciò può senz'altro accadere,
ma non ha alcuna valenza di principio. La parrocchia è, al contrario,
luogo di spiritualità del sapere della fede e di
esperienza di vita cristiana fino ai più alti vertici. La
parrocchia è luogo della «misura alta» della vita
cristiana.5 Non si deve
confondere appartenenza sine addito con appartenenza sine qualitate. Risultato: la parrocchia è diventata essa stessa associativa per i frequentanti e burocratica per gli occasionali.
«Nelle zone urbane, dove il senso della comunità e del vicinato a
base geografica è ampiamente scomparso, la parrocchia è diventata
una associazione di tipo secondario, associativo. Forse l'ideale
per la società parrocchiale sarebbe diventare di tipo comunitario
ma le nostre ricerche empiriche dimostrano chiaramente che è largamente
associativo».7 Ma non per questo risulta vanificato
l'elemento di valore proprio della territorialità. Al contrario, è
necessario educare anche le comunità associative a
una progettualità comune di largo respiro.
Perciò, no alle rivalità, ai (presunti: e presuntuosi!) primati, agli
atteggiamenti di contrapposizione, allo stile «convergenze parallele»
del rispetto formale e della noncuranza reale; e sì a
un concorso sapiente, nel rispetto (valorizzazione) delle differenze
e nel riconoscimento di spazi legittimi (e per quanto possibile ampi)
di originalità e libertà. Il riferimento al territorio rimane dunque modalità teologicamente vincolante -benché
non dogmaticamente jure divino - del realizzarsi storico
della comunità cristiana; anche se, certo, non pretende di essere
l'unica forma possibile, escludente ogni altra. Una nuova visione
del territorio: valenza e relatività Ciò vale sempre di più, benché in forme diverse, anche per
il piccolo centro. È fuori dubbio che la comunità locale (e la parrocchia
su di essa modulata) non rappresenta più
per molti il luogo naturale dove si svolge (sincronicamente
non meno che diacronicamente) l'intera esistenza.
Senza però dedurre affrettatamente il superamento definitivo della
parrocchia. La mobilità non abolisce il rilievo delle realtà territoriali
- il luogo, anche nella mobilità, resta una realtà -,
bensì le chiama a nuove figurazioni e attivazioni. La mobilità spinge
a una mentalità, prima ancora che a forme
istituzionali, sopraterritoriali. Ciò risponde alla mutata funzione
del luogo medesimo, diventato, per effetto della mobilità, «intermediario
di molteplici influenze».8 Non è spenta nell'uomo di oggi
la ricerca di ambienti di appartenenza; la comunità sul territorio
rimane luogo ecclesiale e sociale della necessaria e cercata solidarietà;
le relazioni sociali sono facilitate dalla continuità e contiguità
locale (e il luogo stesso acquista valenza simbolico-emozionale).
La distribuzione capillare sul territorio, che tutte le istituzioni
invidiano alla Chiesa, non deve essere abbandonata, anche se non rende
il principio territoriale sufficiente, soprattutto nella sua restrizione
circoscrizionale. Ancora. In una corretta prospettiva teologica, la parrocchia
non può essere definita solo in termini di territorialità. Ma il legame
con il luogo di solito configurato territorialmente - presenta
carattere di determinazione pastoralmente
significativa e normalmente imprescindibile:
«Qui si colloca il significato epocale della comunità per una forma sociologica adeguata del
Cristianesimo nel presente. La sua collocazione
strutturale, nel punto di intersezione tra sfera privata e pubblica,
la rende luogo sociale e strumento privilegiato della trasmissione
di contenuti cristiani significativi, proiettati nel futuro».9
Questo compito non può essere svolto adeguatamente dal gruppo, né
dalla comunità ristretta, che rischia sempre di assumere carattere
di separatezza (e quasi di privatezza) nei
confronti del sociale. Solo una comunità radicata nel territorio - anche
se, è bene ribadirlo, non definita propriamente
da esso - è in grado di superare la separazione tra pubblico
e privato a contestare quella impostazione, tipica dell'ultima modernità,
in cui le grandezze esistenziali e vitali vengono recintate nella
sfera del privato. È chiaro che questo comporta un'opzione
pastorale decisa e concreta perché le strutture ecclesiali sul territorio
- parrocchie e ultimamente, ma spesso non positivamente, le
cosiddette unità pastorali et similia -
siano sottoposte a vaglio critico sotto il profilo della loro capacità
di essere luoghi di comunità. I criteri di anonimato,
freddezza e quasi estraneità o, al contrario, di un intimismo «religioso»,
di contiguità spirituale romantica, ripiegato e introverso, mostrano
come le dichiarazioni di intenti siano del tutto inefficaci se non
diventano coraggiosa progettualità pastorale
(con le qualità che la distinguono e le coraggiose verifiche che la
rendono vera). Si tratta, allora, di seguire l'invito, già chiaro nel magistero
di Paolo VI, a «non fermarsi sulle posizioni tradizionali ma a cercare
nuove forme pastorali», e a maturare la già ricordata convinzione
che «alla mobilità del mondo moderno deve corrispondere la mobilità
pastorale della Chiesa».10 La
località rimane riferimento prezioso e sorgente di
azione pastorale, purché non si pieghi alla tentazione della
terra, rinchiudendosi. La determinazione locale, così, permette alla
universalità di non produrre una Chiesa che è «ovunque e da
nessuna parte»11, un annuncio e una predicazione che si
riducono a metafora senza luogo e senza tempo.12 Ciò comporta il superamento delle forme istituzionali che
non generano reciprocità e solidarietà (fraternità), ma semplice
prossimità topografica a vicinanza fisica. Il territorio non è tutto;
ma non è neppure un elemento estrinseco alla nozione teologica (e
canonica) della parrocchia. La comunità cristiana non nasce su base etnica, ma non disconosce
la tipicità e differenza etnico-culturale. Né l'epoca del cambiamento destituisce di
ogni significato il riferimento alla concretezza di un luogo.
Piuttosto, la mobilità relativizza la territorialità non in un indistinto
e anarchico nomadismo (motus perpetuus),
ma come superamento creativo dei recinti pastorali ristretti (hortus conclusus). Il territorio: campo
della missione Analizziamo brevemente questi elementi o coefficienti della
missione. Oltre la topografia
dei confini. La dimensione territoriale attiva la comunità in senso autenticamente missionario.
La cosa può suonare paradossale. A qualcuno, infatti, è sembrato che
questa determinazione conduca a un inevitabile
appiattimento, a un adagiarsi all'ombra del campanile, a un progressivo
sbiadirsi dello slancio di testimonianza. Al contrario, la determinazione
topografica esprime, e in qualche modo codifica,
la responsabilità di evangelizzazione, che la comunità riceve anzitutto
verso i «prossimi». È la concretezza pastorale della nuova evangelizzazione.
Laddove si costituisce un gruppo, anche piccolissimo, di cristiani
nella fraternità della fede e della comunione, questo gruppo non può
non sentirsi responsabile dell'intera collettività umana, e, in concreto
anzitutto, degli uomini con i quali vive
(mutua interiorità di comunione e missione). La condivisione delle condizioni del territorio non si risolve
semplicemente nell'aiuto assistenziale e
nell'accoglienza aperta. Si fa anche, coraggiosamente, fattore di istanza critica, per trasformare tutto ciò che contraddice
la dignità dell'uomo e la Parola di Dio. La comunità cristiana è
posta come fermento, luce e sale. La presenza sul territorio.
«Inserita
di regola nella popolazione di un territorio, la parrocchia è la comunità
cristiana che se ne assume la responsabilità.
Ha il dovere di portare l'annuncio della fede a coloro che vi risiedono
e sono lontani da essa, e deve farsi carico
di tutti i problemi umani che accompagnano la vita di un popolo, per
assicurare il contributo che la Chiesa può e deve portare».14
L'azione redentrice del mondo, che la Chiesa realizza anzitutto
attraverso la conversione dell'uomo, resterebbe
fondamentalmente tradita se non venisse fatta agire all'interno di
quelle realtà sociali nelle quali di fatto l'uomo si colloca e costruisce
(o distrugge) la propria umanità. Ciò non significa che la Chiesa sia
«chiamata a secolarizzarsi»,15 bensì a esprimere la portata
salvifica in tutta la sua integralità (ma senza integrismo).
La situazione di marginalità
urbana in cui è posta, non conduce la parrocchia a ripiegare sulla
prestazione funzionale di servizi, ma attiva lo slancio della
evangelizzazione: «L’evangelizzare la cultura urbana costituisce
una sfida formidabile per la Chiesa, che come per secoli seppe evangelizzare
la cultura rurale, così è chiamata oggi a portare a compimento un'evangelizzazione
urbana metodica e capillare mediante il modo stesso di organizzare
le proprie strutture pastorali».16 Comporta quindi l'audacia di immaginare una nuova presenza di Chiesa (e nuove forme di presenza di Chiesa): «Dovremmo
avere il coraggio di analizzare situazioni concrete, ma dovremo avere soprattutto la lungimiranza di andare oltre queste
situazioni concrete per immaginare una nuova presenza di Chiesa, un'aggiornata
efficacia missionaria e una rinnovata metodologia pastorale, che si
lasci ispirare dalle sostanziali novità dello Spirito e anche da quell'audacia della profezia che ha caratterizzato le stagioni
più solenni della vita della Chiesa».17 In questa situazione bisogna superare la tentazione
di rifugiarsi in forme emozionali introiettive;
è necessario, invece, un cristianesimo vigile nella critica della
società, il cui impegno sociale si radica nella sequela di Gesù.
In tale contesto nascono nuovi modelli di
comunità, che nell'Eucaristia innervano la testimonianza della Parola
e della vita cristiana. Comunità definite non tanto da un territorio,
quanto da una identità di prassi rilevante
sul piano culturale e sociale. È il senso del nuovo umanesimo indicato
dal Vaticano II.18 Con ciò è respinto il ripiegamento sulla figura di «comunità
religiosa», estranea e quasi disinteressata ai problemi della società
in cui vive; non si erige neppure, orgogliosamente, come comunità
in contrasto con la società, gruppo alternativo e
di fatto altrettanto rinchiuso; nemmeno stempera la propria
identità, assumendo i tratti della comunità che si identifica con
il territorio, smarrendo il proprio compito salvifico e profetico;
né si confonde come comunità che si considera un gruppo tra i tanti
(Chiesa della diaspora), senza rilievo e presenza sul piano culturale
e sociale, consegnata soltanto alla forza silenziosa della testimonianza. La fede cristiana rimane sterile e astratta se non penetra
e trasforma la società.19
Se non acquisisce quella forza di ethos pubblico tendenzialmente condiviso che è ispirazione e sostanza
del vivere civile. Non per malcelato e nostalgico desiderio di rivincita.20
No a ogni forma di collateralismo,
quindi; ma anche al disimpegno e alla dispersione.21
Non si tratta di qualche adattamento superficiale, ma di conversione
pastorale, di andare là dove è l'uomo»:22 non tanto in
senso fisico-topografico (anche), ma soprattutto in senso psicologico
e culturale: «Non c'è più prospettiva per una cristianità fatta di
pura tradizione sociale» (ivi, 16). La mappa delta pastorale ordinaria si arricchisce così di
nuovi territori: dalla famiglia alla comunicazione, dall'impegno per
la città dell'uomo agli ambiti delle arti e del tempo libero. Essi
non si aggiungono semplicemente alle forme più tradizionalmente consolidate,
ma chiedono una nuova impostazione e concezione di tutta l'azione
ecclesiale. Entra in questa prospettiva l'attenzione al progetto
culturale. Esso non è una esposizione
avventurosa della Chiesa in ambito profano; sorge, al contrario, da
una intensificazione della vita spirituale: «Il primo impegno cui
siamo chiamati è una rinnovata esperienza
del mistero di Cristo».23 E ciò proprio di fronte alle sfide
del tempo presente. L'elaborazione e l'attuazione di un progetto culturale
non emigra dalla città di Dio, ma comporta una più profonda concentrazione
sulle ragioni profonde della vita di fede. Si comprende come l'esigenza
di «stare dentro» la modernità, che caratterizza il progetto culturale,
non è frutto di abile tatticismo, ma esigenza
interna alla fede: riveste carattere teologale. Stare dentro, in
prospettiva a quello stile di incarnazione''.24 Una istanza, allora, di presenza più
incisiva e qualificata, meno condizionata da vincoli impropri. È importante,
sotto questo profilo, il superamento di quella visione che considera
sul piano concreto solo la presenza e la testimonianza dei singoli
cristiani. Ciò dipende da una carenza di
elaborazione teologica. La competenza ecclesiale, infatti, non si
restringe all'intervento magisteriale ufficiale, ma fa sentire la propria voce e presenza
con modalità e forme autenticamente ecclesiali
a diversi livelli. In particolare nel vissuto delle comunità parrocchiali
sul territorio, tenendo sempre presente la prospettiva globale della carità, superando quella mentalità laicista che
la vorrebbe adatta soltanto alla patologia e non alla fisiologia della
vita sociale. 2. M. KEHL, Wohin
geht die Kirche? Fine Zeitdiagnose, Herder, Freiburg i.B.
1996, 20. 3. Cfr T.
PARSONS, The social System,
Free Press, Glencoe 1951, 91: «Una
collettività di attori che condividono un
territorio limitato, come base per intraprendere la maggior parte
delle loro attività quotidiane». 4. Y. Congar, Sacerdozio e laicato,
Morcellana, Brescia 1966, 16is. 5. Cfr. Giovanni
Paolo II, Novo millennio ineunte, 31. «Gerarchica», la definisce P. Valdrini,
«La Constitution hierarchique
de l'Eglise», in ID.,
Droit canonique..., PUF,
Paris 1989, 145, con un'espressione che non ci convince, anche per
la svalutazione, che sottintende, delle realtà associative. Opinione
più favorevole alle comunità associative in L.
Gerosa, Diritto
ecclesiastico e pastorale, SEI, Torino 1991, 128s (parrocchia,
«comunità eucaristica di tipo istituzionale»); non piace però la
distinzione/contrapposizione tra «la forza aggregativa del sacramento e la forza aggregativa
del carisma originario», 161-164. 6. J. Fichter, Social relations in the Urban Parish, 7. Pontificia Commissione per la pastorale
delle migrazioni e del turismo, Chiesa
e mobilità umana, 20. 8. K. Gabriel, «"Messung" pastoraler Erfolgs
- religionssoziologisch», in J. Horstmann (ed.), Erfolgreiche - nicht-erfolgreiche
Gemeinde, Padeborn 1981, 87s. 9. Non riteniamo valida l'assimilazione immediata e acritica
tra comunità e gruppo, come per es. in N. Mette-H. Steinkamp, Scienze sociali e teologia pratica, Queriniana, Brescia 1993, 68: «Comunità e gruppi di base sono perciò il luogo privilegiato dell'apprendimento e della
pratica comuni dell'essere cristiani». 10. Rispettivamente in Oss. Rom.,
7 giugno 1964 e Discorso
al Convengo europeo sulla pastorale dei migranti, AAS 65 (1965)
591. 11. D. Bonhoeffer, Das Wesen der Kírche, Gremmels/Pfeifer,
München 1971, 21. 12. M. Gmelch, «Impulse für eine zukünftige Gemeindespiritualität»,
in Diakonia 20 (1988) 168. 13. M. Augé, I non luoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità,
Elèuthera, Milano 1993. 14. " CEI, Comunione a Comunità, 44; cfr. anche Gaudium et spes, i e
40. 15. S. Dianich, «Laicato vocazione difficile», in Rocca 34 (1975) n. 19, 505. 16. Giovanni Paolo II, Ecclesia in America, 21. 17. CEI, Indicazioni
per un cammino di Chiesa. Sussidio in preparazione
al Convegno ecclesiale Riconciliazione
cristiana a comunità degli uomini, 22 maggio 1984. 18. Gaudium et spes, 55: «In tutto il mondo si sviluppa sempre
più il senso dell'autonomia e della responsabilità... siamo testimoni
della nascita di un nuovo umanesimo in cui
l’uomo si definisce anzitutto per la sua responsabilità verso i fratelli
e verso la storia». 19. Cfr. Evangelii nuntiandi, 19. 20. Card. C. Ruini, Intervento conclusivo al
Convegno di Palermo, 7:
«Il riferimento a un progetto culturale
orientato in senso cristiano non ha dunque nulla a che vedere con
tentativi di arroccarsi o di tornare indietro, rappresenta un ostacolo
rispetto a quella libertà e pluriformità che è essenziale allo sviluppo di qualsiasi discorso
culturale». 21. Giovanni Paolo Il, Discorso al Convegno di Palermo, 10: «La
Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento
politico o di partito. Ma ciò non ha nulla a che fare con una "diaspora"
culturale dei cattolici, con un loro ritenere ogni idea o visione
del mondo compatibile con la fede, o anche con una loro facile adesione
a forze politiche e sociali che si oppongano,
o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina
sociale, della Chiesa sulla persona e sul rispetto della vita umana,
sulla famiglia, sulla libertà scolastica, la solidarietà, la promozione
della giustizia e della pace». 22. CEI, La Chiesa
italiana e prospettive del Paese, 12. 23. CEI, Con il dono
della carità dentro la storia. La Chiesa in
Italia dopo il convegno di Palermo, 26 maggio 1996, 3. 24. Cfr. C.
Ruini, Per un progetto
culturale orientato in senso cristiano, Piemme,
Casale Monferrato (AL) I996, 20. Ref.: CISM (Religiosi in Italia), n. 1, gennaio-febbraio 2004, pp. 17*-26*.
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