Gian
Battista Maffi
Suicidio
o martirio?
Il
fenomeno del kamikaze islamico
Il
martire suicida palestinese, in questi mesi, è diventato
tristemente un fatto di cronaca quasi quotidiano che scuote l’opinione
pubblica e le nostre coscienze. Qual è il fondamento religioso
di questo fenomeno? E quale il suo peso morale nella coscienza
musulmana? Per capire questa realtà l’autore dell’articolo
ha tentato di fare un’indagine all’interno del mondo
politico e religioso musulmano.
Negli
ultimi mesi, gli organi di informazione hanno dato particolare
risonanza all’argomento del suicidio-martirio nel contesto
del conflitto israelo-palestinese, tentando di descrivere all’opinione
pubblica il significato di questo gesto in relazione ai recenti
episodi di cronaca. I commentatori e gli opinionisti, spesso, hanno
fornito al pubblico una visione confusa del problema ignorando
le differenze che esistono tra l’atto suicida e il martirio
in questo particolare contesto culturale. Che cosa dice il testo
Sacro dei musulmani? Nel Corano non esiste alcun versetto che contenga
il verbo suicidarsi o togliersi la vita. Non compaiono, infatti,
né il termine inti/âr (suicidio) né munta/ir (suicida)
Un solo passaggio, ad un primo esame, sembra essere strettamente
collegato a questo tema. Il versetto 29 della sura 4, intitolata: “Sura
delle donne”, dice: “O voi che credete, non consumate
fra voi i vostri beni vanamente, ma piuttosto vi sia un traffico
di comune accordo, e non uccidete voi stessi; Dio certo sarà con
voi clemente”.
Quale è il
significato di questo unico versetto? La teologia musulmana come
lo interpreta? I commentatori del Corano, rappresentano una delle
vie possibili e più autorevoli per dare una risposta a queste
domande e darci possibili indizi per una corretta interpretazione.
Due esponenti egiziani contemporanei, studiosi del Corano, vicini
ai sentimenti della tradizione religiosa popolare, ‘Abd al-Hamîd
Kishk e Mohammed Mitwallî al-Sha-‘râwî,
rappresentano, con la loro riflessione, un esempio eloquente di
interpretazione del Corano, la Parola di Dio per i musulmani. Entrambi
provengono da un contesto tradizionale, popolare e rurale che utilizza
forme di linguaggio differenti rispetto all’ambiente urbano.
Il loro retroterra culturale si fonda proprio su questo particolare
tipo di espressione religiosa dell’islam, e forse proprio
questa è la causa del loro successo tra vasti strati di
popolazione di modesta estrazione sociale ed in larga misura ancora
analfabeta. Questi due personaggi, pur essendo contemporanei e
connazionali, provengono comunque da esperienze diverse e riflettono
sfumature diverse dell’interpretazione di questo versetto.
Nella
sua analisi Abd al-Hamîd Kishk affronta solo marginalmente
il tema del suicidio. Il significato che lui attribuisce a quel “non
uccidere voi stessi” ha un solo stretto legame con il divieto
di un membro della propria comunità di fede, cioè un
altro musulmano, poiché uccidere un membro della propria
comunità vuol dire, in qualche modo, uccidere il corpo al
quale uno appartiene, dunque uccidere sé stesso. Kishk insiste
particolarmente sull’inviolabilità della vita di un
musulmano e sulla gravitàdell’omicidio: “Uccidere è uno
dei sette peccati che sono causa di eterna perdizione, invece l’inviolabilità della
vita del musulmano presso Dio è più grande di quella
del Sacro Tempio” (cioè la Grande Moschea della
Mecca, n.d.r.).
Bisogna
sottolineare che il suo commento non si discosta eccessivamente
dsl punto di vista di un altro famosissimo esegeta del passato
al-Tabarî, il quale visse otto secoli fa!....
Per
al-Sha-‘râwî, invece, la questione è più complessa.
Tra le prime righe del suo commento usa i due termini: suicidio
e suicida, anche se queste due parole non compaiono nel Corano: “Il
suicida si toglie la vita quando si trova nell’impossibilità di
affrontare un asituazione con i propri mezzi. Il vantaggio della
fede, invece, sta nel fatto che quando ti trovi in una situazione
difficile e non hai più risorse per affrontarla, dici: Dio
non mi abbandonerà, Lui provvede al mio sostentamento. Quindi,
improvvisamente mi si aprono porte che nemmeno potevo immaginare”.
Per questo autore, il versetto può significare anche il
divieto di suicidarsi, proprio in forza della fede. Per dissipare
ogni dubbio, nella conclusione del suo commento, elenca quattro
differenti e possibili significati. Il primo significato, il più palese,
sta nel divieto divino di suicidarsi: un divieto assoluto perché è insito
nel Corano. Il secondo ha il senso di non portare la propria anima
alla rovina compiendo azioni malvagie, un suicidio di tipo “spirituale”.
Il terzo significato trova il suo fondamento nel divieto dell’omicidio,
in quanto questa azione comporterebbe l’uccisione del trasgressore,
secondo la legge del taglione compresa nella Sharî’a, dunque
una forma di “suicidio indiretto”, se così possiamo
definirlo.
Infine,
il quarto significato si avvicina all’interpretazione classica
di al-Tabarî di cui abbiamo già parlato. Le diverse
interpretazioni possibili di questo versetto, in realtà,
dimostrano quanto l’argomento sia complesso e spinoso. Alcuni
studiosi moderni hanno elaborato varie teorie per spiegare la visione
del suicidio nel contesto arabo e islamico. Rimangono pur sempre
molti dubbi sul suo significato, soprattutto se vogliamo leggere
questo fenomeno in chiave contemporanea e in un contesto politico
come quello del Medio Oriente.
Il
suicidio come martirio
L’atto
del suicidio, legato ad una giusta causa, quale la difesa del territorio
palestinese, prende il significato di testimonianza della propria
fede, trasformandosi in un atto di martirio.
Tra
i doveri di ogni musulmano, vi è quello della Jihâd, la
guerra santa di difesa dell’islam, dei suoi territori e dei
membri della sua comunità e la morte in combattimento è la
massima aspirazione per un credente musulmano.
Esso è il
migliore dei modi per lasciare questa vita, la garanzia dell’approvazione
divina, e della sua ricompensa. Nel desiderio di fare dono della
propria vita per la causa più elevata, il credente riesce
a sormontare l’istinto fondamentale che è la paura
della morte.
Quindi,
anche la reazione dei familiari davanti alla morte-martirio del
proprio congiunto, non è necessariamente di rimpianto, quanto
piuttosto di gratitudine e di orgoglio: eloquente è la reazione
delle madri, le quali si vietano ogni forma di lutto. Il significato
della morte del martire trascende l’individuo. Questo gesto,
infatti, conferisce alla comunità musulmana un’aura
di purezza spirituale e di grazia, e alla famiglia del martire,
ammirazione e assistenza, anche finanziaria….
I
mezzi di informazione
In
un’altra direzione i predicatori televisivi, le trasmissioni
religiose e le videocassette che trattano di questi argomenti,
hanno raggiunto un livello di diffusione che solo pochi anni fa
era impensabile nel mondo arabo musulmano. E questo non va sottovalutato.
Infatti, l’espansione di questi strumenti di informazione
di massa, in grado di raggiungere le classi analfabete, o di bassa
estrazione sociale, per farle partecipi del dibattito religioso
e politico, ha dato alla trasmissione audiovisiva e orale il compito
della diffusione delle idee, quindi della formazione delle coscienze.
Tuttavia,
il problema del suicidio, come forma di martirio a scopo politico
ma con una giustificazione religiosa, è un argomento aperto
e anche molto dibattuto. Possiamo, dunque, facilmente capire quanto
sia facile manipolare una parte di quella società, generalmente
la più diseredata e in balia della disperazione, la quale,
per questo, diventa la più suscettibile a cogliere il messaggio
più radicale ed estremista di una realtà, quella
del suicidio come martirio, proposta come soluzione ad un problema
strettamente politico.
Ref.: Africa
missione e cultura, n. 3, maggio/giugno 2003, pp. 42-44.