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Godefroid Manunga-Lukokisa,
SVD Premessa Come oggi, centosedici anni fa, morirono martiri a Namungongo in Uganda (Africa), Carlo Lwanga e dodici compagni cattolici che erano stati battezzati da poco. C’erano anche con loro, in quel giorno, diciotto martiri anglicani. Altri martiri in diverse date, fra l’anno 1885 e l’anno 1887, subirono la stessa sofferenza e la stessa morte. Fra questi ultimi, ventidue cattolici (erano, tutti compresi, più di cento martiri cristiani) sono stati canonizzati da Papa Paolo VI nell’anno 1964. Gli anglicani martirizzati non vennero canonizzati poiché non appartenevano consciamente alla Chiesa cattolica, anche se il Papa li menzionò ugualmente assieme ai martiri musulmani, ad honorem, nella sua omelia di circostanza. Un po’ di storia Il movimento verso il cristianesimo tra i BaGanda cominciò con una lettera scritta dall’esploratore e giornalista Henry Morton Stanley al giornale britannico The Daily Telegraph il 15 novembre 1875. Gli anglicani ( la C.M.S.) sono stati i primi ad arrivare in Uganda, li seguirono i missionari cattolici tre mesi dopo, nell’anno 1879. Più o meno dieci anni dopo l’arrivo dei missionari nel paese, il giovane re Mwanga (probabilmente non nelle sue piene facoltà mentali) avrebbe capito che l’influsso della morale cristiana condannava le pratiche pagane esercitate sui suoi cortigiani, specialmente sui giovani paggi, di cui ricordiamo il martirio, oggi. Avvenne la grazia del martirio Le divisioni tra cattolici e anglicani, ancora oggi esistenti, cominciarono già nel 1879, quando arrivarono nel Paese i primi Padri Bianchi. In opposta fazione si trovarono a combattere musulmani e tradizionalisti (i membri della religione tradizionale africana). Il re Mwanga venne costretto ad andare in esilio dal suo regno per la sua crudeltà, e i musulmani vollero che Kalema, il loro candidato regnasse sui Baganda. Nonostante gli eventi, il re Mwanga richiese l’aiuto dei Padri Bianchi nel tentativo di sottrarre il potere al re musulmano Kalema. I cristiani (anglicani e Cattolici) si radunarono allora contro un nemico comune. Sembra, infatti, che la vittoria dei Cristiani sui musulmani, in quel tempo, sia stata possibile perché coloro che erano religiosamente tradizionalisti si ribellarono contro la tirannia del re musulmano, Kalema e grazie al sostegno dei Cristiani cattolici e degli anglicani permisero al re Mwanga di tornare al potere. Malgrado questo fatto storico, i martiri morirono per una causa giusta e comune: la fede cristiana che i missionari anglicani e cattolici portarono in questa zona dell’Africa nera. Anche se ci sono tensioni che rimangono ancora oggi tra i cattolici e gli anglicani dell’Uganda, va detto che il trionfo del cristianesimo, prima dell’era del colonialismo, in Uganda, ha dato la promessa di qualcosa d’importante per il futuro: la testimonianza di una fede in dialogo radicata nelle diversità religiose africane. In altre parole, attraverso i martiri ugandesi, cattolici, anglicani e musulmani (nell’era di Mutesa), noi Africani abbiamo qualcosa di simbolico, un punto di riferimento vicino, tale da non farci perdere la speranza di fronte alla situazione religiosa che il nostro continente si trova a vivere in epoca moderna. I martiri ugandesi, segno della speranza
Questi credenti ugandesi sono figli dell’Africa tradizionalista diventata cristiana: essi usarono nelle loro professioni di fede lo stesso nome per Dio, "Katonda", un nome evidentemente derivato dalla cultura religiosa pre-musulmana e pre-cristiana del popolo BaGanda. Questi martiri riconobbero tutti che il Dio supremo degli antenati era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia il Corano sia la Bibbia. Anche i musulmani e i cristiani BaGanda riconobbero che Katonda poteva chiedere, a loro tutti, una testimonianza, una prova della loro fede, anche se immatura, un dono della loro vita fino al martirio. Soltanto la grazia, la grazia di Dio, poteva inspirare un tale coraggio e una tale fedeltà mai richiesta fino a quel momento dagli avi. Noi credenti cattolici, anglicani e musulmani africani d’oggi, dobbiamo prendere ad esempio un simile atto di fede di questi nostri giovani fratelli. Crediamo lo stesso ciò che si dice nel libro della Sapienza: "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà… In cambio di una breve pena, riceveranno grandi benefici, perché Dio (Katonda) li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto" (Sapienza 3:1,5-6). In un altro passo del Vangelo, Gesù, il maestro della vita e della morte, dice: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima" (Matteo 10:28). Il martirio è proprio una questione di lotta tra i potenti di questo mondo e i deboli, i senza voce. Davanti a tutti coloro che subiscono le ingiustizie e vengono uccisi lentamente — a causa di quelli che non dicono mai la verità — la fede, la speranza e la carità spingono questi martiri odierni a dare testimonianza, ad essere fedeli al Re supremo ed eterno in cui gli stessi martiri ugandesi hanno creduto. Ed è questo Dio che dà a tutti quanti il dono della forza: quel potere misterioso che permette di sopportare ogni sofferenza come la calunnia, la menzogna e la violenza. Perché si ricorda la storia dei re ugandesi Mutesa e Mwanga? Se non erro, è soprattutto perché uccisero i martiri del loro paese, musulmani e cristiani. Carlo Lwanga e i suoi compagni non poterono sopportare, all'epoca, la loro tirannia. Tuttavia, la resistenza alla tirannia sopravvive alla tirannia stessa. Questo vuole dire che c’è sempre qualcosa di divino nella resistenza non violenta di un credente; cosi capiamo la gioia e la prontezza al martirio dei giovani cristiani, recentemente battezzati o recentemente diventati musulmani. La Chiesa universale ricorda ogni anno questi martiri africani perché hanno vinto il potere secolare con la loro fede. Questi uomini hanno preferito la morte anziché vivere alcuni anni in più sulla Terra. Hanno riconosciuto ciò che Soren Kierkegaard, il filosofo e teologo danese, chiama "la differenza infinita, qualitativa, tra Dio e l’umanità". Non c’è un altro dio sopra di Dio: "omunye Unkulunkulu ngaphandle kwakhe kakho", dicono i Ndebele dello Zimbabwe: non c’è un altro dio fuori del Dio vero e creatore". Quindi, la promessa di Gesù è stata compiuta per i martiri ugandesi: "Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli" ( Matteo 10:32). Buona festa del Santissimo Sacramento… buona festa del Sacro Cuore!
Ref.: Testo pubblicato in francese a Kinshasa, nel giugno 2002 e tradotto in italiano dall’autore. (Revisionato e corretto da Ilaria Iadeluca, SEDOS Bulletin).
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