Rosanna Marin, FMM
Comunità Multiculturale: Dinamica di Comunione


Vivere in una comunità multiculturale è entrare in una dinamica specifica, per alcuni aspetti diversa da quella vissuta da una comunità di sorelle di una stessa nazionalità, inserite nel proprio paese.

Non a partire da uno “studio”, ma da un’esperienza concreta di lunghi anni, vissuta in situazioni diverse, vorrei descrivere tre aspetti del gioco di forze, di interazioni, di motivazioni che agiscono in tale comunità.

Li ho espressi così: Comunità multiculturale:

dinamica di apertura a nuovi orizzonti
dinamica di conversione e di crescita
dinamica missionaria.

Per situare questa mia condivisione vorrei fare due premesse.

1. Di quale comunità multiculturale abbiamo esperienza?

• Di una comunità di sorelle di più o meno numerose nazionalità, che vivono una limitata interazione con l’ambiente circostante come può essere, ad esempio, una Casa generalizia? In tale situazione, l’impegno di inculturazione è limitato, mentre viene risentita una forte esigenza di acculturazione.

Oppure di una comunità profondamente inserita nell’ambiente, nella chiesa locale, attraverso la vita quotidiana, il lavoro, l’attività apostolica…? In questo secondo caso, la dinamica multiculturale della comunità è in stretta relazione con la ricerca e l’impegno di inculturazione.
Ho vissuto 26 anni nel Vicino Oriente e, come comunità di sorelle di numerose nazionalità, abbiamo cercato di inculturarci, di  vivere quel processo di “Incarnazione” indispensabile alla missione.
Tuttavia, siamo giunte alla convinzione che il nostro stile di vita non poteva essere come quello di una comunità religiosa locale. Questa constatazione non aveva una connotazione negativa. Al contrario, l’abbiamo vissuta positivamente nella consapevolezza che una comunità multiculturale, inserita nelle diverse Chiese orientali e nella cultura del paese, aveva una missione specifica da vivere.

• La dinamica può pure cambiare secondo la composizione della comunità: maggioranza di sorelle autoctone oppure pluralismo di nazionalità?

Evidentemente non posso prendere in considerazione queste diverse variabili. Farò solamente una riflessione globale.

2. Come vivo la diversità? Ecco un'altra domanda che è bene porsi

La diversità culturale è per me un problema oppure un’opportunità?
L’altra/l’altro diversi da me, li vedo come degli “avversari” che vogliono togliermi il diritto ad essere me stessa, oppure li sento come un invito a lasciar presa, a perdere qualche cosa di me stessa per arrivare ad una nuova armonia che mi arricchisce e arricchisce la comunità e la chiesa?
In fondo la chiave sta qui.

Da parte mia, prenderò in considerazione la dinamica multiculturale da un punto di vista positivo: non posso fare diversamente perché questa dimensione è parte integrante della nostra missione in quanto FMM.
Alcuni giorni fa una sorella australiana mi ha detto: “Le più belle esperienze della mia vita sono quelle che ho vissuto in comunità multiculturali.

Evidentemente questo non vuole nascondere le reali difficoltà che si incontrano nel costruire una comunità multiculturale.

A. Comunità multiculturale: dinamica di apertura a nuovi orizzonti

Se dovessi scegliere una frase biblica per esprime questo aspetto prenderei il passaggio di Isaia che dice:“Allarga lo spazio della tua tenda, distendi i teli delle tue dimore senza risparmio! Allunga le tue corde…” (Is 54,2).

Vivere con sorelle di diverse culture è un costante invito ad andare oltre, a scoprire, ad allargare lo spazio del proprio mondo culturale, ad accogliere nuovi modelli, ad ammorbidire o a rompere i propri schemi. É un orizzonte che si allarga, uno spazio per scoprire sempre qualche cosa di nuovo.
In questo le feste hanno un grande ruolo.
Un piccolo esempio: Il 22 gennaio abbiamo celebrato il capodanno cinese. Alcune sorelle hanno preparato un tipico piatto cinese ed altre dei piatti coreani: molto buoni! A Vespri, una sorella coreana ha messo il suo splendido costume tradizionale e, dopo averne data la spiegazione, ha fatto davanti al Signore il gesto che, secondo la tradizione, viene compiuto a capodanno davanti ai genitori. Questo gesto mi ha toccato e mi ha rivelato molte cose.

Attraverso la vostra esperienza personale vi siete certamente già resi/e conto che una comunità multiculturale offre numerose occasioni per aprirsi ad un mondo nuovo.

► Io vorrei sottolineare come sia importante prendere coscienza delle nostre differenze.  

Ne prendo in considerazione alcune che mi sembrano toccare da vicino il nostro vivere insieme.

• Secondo le culture abbiamo delle immagini diverse dell’autorità. Le une hanno un forte senso della responsabilità personale e vogliono che tutto si faccia nella corresponsabilità. Le altre si attendono che la responsabile decida e faccia tutto. Le une accolgono quello che dice l’autorità come una proposta da sottoporre a valutazione, al dialogo; le altre prendono come un ordine tutto quello che la responsabile dice…

• Il rapporto a noi stesse e agli altri: alcune culture sviluppano di più la conoscenza psicologica della propria personalità, altre meno; certe culture abituano ad esprimere facilmente i propri bisogni, in altre, invece, questo non si deve fare… In certe culture ci si abitua a dire il proprio punto di vista in modo diretto, in altre, invece, in modo molto più discreto e velato. Delle  persone possono essere gravemente bloccate da un modo di parlare troppo diretto e franco.

• Le sensibilità, il significato dei gesti variano da cultura a cultura.
Spesso toccano le dimensioni profonde della persona e domandano molta attenzione e delicatezza. Altre volte si tratta di gesti della vita quotidiana: gesti semplici ma che possono diventare sorgenti di conflitto. Allora bisogna prendere il tempo per parlarsi ed ascoltarsi.

• La sensibilità religiosa, il modo di esprimere la propria fede variano molto secondo i paesi, secondo le culture… Come accogliere la diversità in questo campo così centrale per la nostra vita personale e comunitaria? Se si trovano le buone soluzioni si può vivere un vero approfondimento della fede e della preghiera.

• La politica: soggetto delicatissimo che domanda molta saggezza, molto silenzio.
Una volta, una sorelle autoctona disse alle altre che erano straniere: “Giudizi sul nostro paese li possiamo dare solo noi perché è il “nostro” paese”. Questo non impedisce di cercare insieme per capire più oggettivamente la situazione, ma bisogna farlo con molta discrezione e solamente quando il clima comunitario lo permette.

► Le differenze sono molte, numerosissime le occasioni per scoprire orizzonti nuovi, per trasformare la propria mentalità… ma bisogna prendere i mezzi. Ne enumero alcuni:

• Incoraggiare ciascuna ad esprimere momenti e gesti forti della propria cultura.

• Investire tempo ed energie per parlarsi ed ascoltarsi, per cercar di capire le vere motivazioni, i veri valori che sono dentro i comportamenti.
Uno scrittore del Mali (Amadou Hampâté ) diceva: “La grande questione della vita è la comprensione reciproca… Quando parlo con qualcuno e mi rendo conto che non mi capisce, taccio e lo ascolto. Se riesco a capirlo lui, allora saprò perché non mi ha capito”.

• Tenere sempre sveglia la voglia di imparare.

• Cercar di imparare almeno una seconda lingua nel desiderio di comunicare; aver la ‘passione’ di comunicare. É vero che le lingue sono una reale difficoltà che deve essere risolta secondo i diversi contesti.

Quando delle sorelle arrivano per la prima volta in un nuovo paese, dare loro
il tempo di vivere lo choc culturale;
accompagnarle nell’incontro con la nuova cultura,
dare loro spazio per esprimere la propria e
per capire che cosa può portare in dono alle altre.

• Spesso si ha bisogno di condividere e di riflettere in una cerchia più ampia di quella della propria comunità; si ha bisogno di consultare persone che hanno esperienza e competenza.
La sensibilità e l’apertura alla dinamica multiculturale è bene curarla a partire dalla formazione iniziale.

► È importante riconoscere le differenze… ma nello stesso tempo siamo chiamate a raggiungere ciò che ci è comune.

Quando si resta per lunghi anni a contatto con un'altra cultura, al termine della lunga strada di scoperta del diverso, c’è la gioia di incontrarsi come persone, di ritrovarsi accomunati nelle stessa umanità.
Chi non capisce il linguaggio del vero amore?
Chi non sa leggere le parole pronunciate da atteggiamenti autentici?
Chi non si trova a casa sua accanto ad una persona abitata da una profonda pace interiore?

 

B. Comunità multiculturale: dinamica di conversione e di crescita

Un testo della Scrittura per esprimere questa dinamica potrebbe essere Gv 15,2  “… ogni tralcio che porta frutto lo monda, perché porti maggior frutto”.

Chi si lascia coinvolgere nella dinamica dell’incontro multiculturale, prende a poco a poco coscienza di aver bisogno
di filtrare le proprie convinzioni,
di guarire dai propri condizionamenti interiori,
di demolire delle barriere…
per poter maturare, crescere e portare frutti più abbondanti.

Se qualcuno mi rimproverasse de essere etnocentrica, la mia prima reazione sarebbe di risponder che non è vero. Di fatto, etnocentrici lo siamo tutte/i, chi più chi meno. È importante riconoscerlo per poter ridimensionare le nostre attitudini nella relazione quotidiana con altre culture.

• Complesso di superiorità, complesso di inferiorità? Tutti e due sono delle barriere all’incontro, all’acculturazione. D’altra parte abbiamo tutte/i, un complesso di superiorità e contemporaneamente un complesso di inferiorità: dipende dalla persona o dalla cultura che ci sta di fronte.

• Per vivere l’incontro interculturale abbiamo bisogno di aiutarci ad avere uno sguardo positivo su noi stesse/i prima di tutto e sulla nostra cultura.
Molto spesso sono proprio le provocazioni dell’incontro interculturale che ci aiutano a capire meglio le nostre radici.
Prendendo più chiara coscienza delle mie radici sono più disponibile a condividerle e nello stesso tempo ad entrare nella comprensione delle radici dell’altra/o.

• Quante etichette, quanti stereotipi dobbiamo levare dal nostro modo di pensare per poter avere uno sguardo sereno sull’altra/o.
E che dire del nostro bisogno di generalizzare? Ci vuole molto lavoro per liberarsene.

• Di che tipo è il mio interesse per le altre culture?
Alle volte è puramente intellettuale e questo non porta molto lontano.
Il nostro incontro dovrebbe avvenire nella vita concreta, nella vicinanza, nella simpatia… affinché l’altra persona diventi parte di me stessa.

• Devo anche chiedere a me stessa:
So accettare, senza esserne demolita e senza diventare aggressiva, le etichette che altre culture mettono alla mia?
Ricordo l’esperienza di una giovane sorella italiana inviata per una esperienza missionaria in Egitto. Nella relazione con gli egiziani, con dei cristiani di rito copto, talvolta si è sentita ferita nella sua identità di italiana e di cristiana di rito latino a causa del peso del passato, delle scelte politiche del proprio paese, dai pregiudizi veicolati dalla cultura locale…

• So accettare di essere destabilizzata anche nelle categorie, nelle immagini del mio mondo religioso?
Un esempio: Quando si vive nel Vicino Oriente, zona geografica dell’universo biblico, nomi, luoghi e messaggi ricevono un significato molto più concreto:
nel contesto della guerra arabo-israeliana può essere più difficile leggere i testi delle promesse di Dio ad Israele…;
per dei giovani cristiani assiriani può essere difficile accettare l’interpretazione biblica della Torre di Babele…

► La pluriculturalità è un terreno che domanda un grosso investimento di energie, ma che vale la pena di essere coltivato perché può portare molti frutti:

• Una nuova conoscenza ed una nuova relazione con i popoli e le situazioni che essi vivono. Quando i media parlano dei paesi del Vicino Oriente, per me non sono semplicemente informazioni: io mi sento implicata, vedo dei volti, delle situazioni concrete…
Se ho vissuto con una sorella congolese, quando incontro per la strada una persona congolese, essa mi è familiare, la capisco meglio.
Due anni fa ho vissuto nella stessa comunità con una sorella Zulù. La mia immagine stereotipata degli zulù si è dileguata. Ora vedo il volto di una sorella estremamente dolce, piena di pace, attenta agli altri, pronta ad imparare delle parole della lingua dell’altra; una giovane bella sopratutto quando metteva il suo costume tradizionale, una sorella che ci ha insegnato a danzare al ritmo dal tam tam

• La presa di coscienza del valore e del potere della parola: parola che deve essere purificata, pesata nella ricerca di verità e in una attitudine d’amore; taciuta quando può ferire o bloccare…

• La guarigione dalla paura di ciò che è diverso, dal timore di perdere il proprio potere o di perdersi.

• L’acquisizione di una maggiore apertura, di un po’ più di umiltà; dell’attitudine di chi sa di non sapere tutto, di chi sa che deve sempre imparare.

• La gioia di pregustare alla Comunione di tutta l’umanità in Dio.

Tutto questo ci fa maturare e crescere; ci affina  e ci libera per annunciare la Buona Notizia del Regno.

C. Comunità multiculturale: dinamica missionaria

Penso che la parabola del granello di senapa esprima molto bene questo aspetto: “… il più piccolo dei semi…diventa il più grande di tutti gli erbaggi… gli uccelli del cielo possono rifugiarsi sotto la sua ombra.” Mc 4, 30-32

A molti, la realtà vissuta da una comunità multiculturale sembra una grande dispersione di forze. Una volta un sacerdote ci ha detto: “La vita comunitaria è già difficile per se stessa e voi vi divertite a complicarla mettendo insieme suore di tante nazionalità!”
Abbiamo cercato di spiegargli che per noi, la ricerca di vivere da “sorelle” tra persone di nazionalità e culture diverse è parte integrante della nostra missione…, è un’intuizione che viene dallo Spirito di Dio…

► Un granellino piccolissimo che diventa un grande albero…

La comunità multiculturale:
• Diventa immagine, testimonianza della universalità della Chiesa.
L’esperienza di una sorella in Marocco: la presenza di sorelle di diverse nazionalità ha fatto scoprire ai marocchini, che sono tutti mussulmani, che la chiesa non è solo francese.
La presenza di comunità multiculturali, aiuta le Chiese locali a fare un’esperienza concreta dell’universalità della Chiesa.

• Diventa testimonianza dell’unità, della solidarietà e della complementarietà delle Chiese. Vi do come esempio un fatto avvenuto in America Latina.
Sola straniera in una comunità di sorelle autoctone, una suora partecipa, assieme a tutte le altre, ad una grave situazione vissuta dalla Chiesa locale. Una volta usciti dalla crisi, la sorella, scoraggiata, dice alla comunità: “E inutile che io rimanga qui, sono troppo ‘straniera’, non ho veramente capito la situazione che è stata vissuta, ho fatto delle gaffe… È meglio che me ne vada”. Le sue sorelle le dicono: “E vero, tu non hai potuto comprendere fino in fondo la situazione e certe tue reazioni sono state fuori posto. Ma il tuo sguardo ‘diverso’ sulla situazione ci ha fatto vedere degli aspetti ai quali noi non avevamo pensato . La tua presenza ci apre a nuove prospettive”. La sorella è rimasta.
Nella chiesa locale, una comunità multiculturale ha una missione specifica da vivere.

► Un grande albero frondoso alla cui ombra possono riparare gli uccelli del cielo…

La comunità multiculturale:
• Diventa immagine della comunione di tutti i popoli in Dio.

Nelle società multi etniche che si stanno formando in molti paesi, la comunità multiculturale
può diventare modello di una acculturazione che condurrà ad una nuova cultura;
può mostrare la via per smantellare paure,
per rinunciare a poteri,
per cresce nella comprensione reciproca e
per costruire nell’amore…

Un piccolo seme:
Una sorella australiana in missione in Marocco, ritorna in Australia per visitare la sua famiglia. Un giorno una sua zia si lamenta: “Tutti questi immigrati! Senti… continuano a parlare la loro lingua e non si capisce niente… dovrebbero almeno parlare inglese!”. La religiosa le risponde: “Sai zia, quando sono in Marocco ed incontro qualcuno che parla inglese anch’io sono contenta di parlare la mia lingua. Non sei contenta che io abbia questa gioia?” Tornata in Marocco, riceve una lettera dalla zia che le dice: “Sai, adesso quando sento gli immigrati parlare la loro lingua, penso a te e sono contenta anche per loro”.

• In situazioni di guerra, di conflitti di vario genere è possibile vivere la multiculturalità?
E difficile, ma non è impossibile.
Nello Sri Lanka, malgrado il conflitto etnico, le comunità continuano ad essere formate da sorelle Cingalesi e Tamul, sorelle che hanno scelto di parlare inglese come lingua di riconciliazione.
In Israele, la comunità inserita in ambiente israeliano, è formata da sorelle che prima di andare incontro al mondo ebraico, hanno vissuto a lungo in ambiente arabo, conoscono la lingua araba, capiscono ed amano il mondo arabo perché la loro missione è di essere ponte tra i due popoli.

• “Pace e perdono, missione e riconciliazione”: sono espressioni che Giovanni Paolo II ripete spesso.
Un comunità multiculturale non è forse lo spazio per vivere il perdono, per guarire dalle ferite alla relazione tra culture, popoli, gruppi, accumulate lungo i secoli?

Ricordo molto bene un momento forte del nostro ultimo Capitolo generale.
Stavamo lavorando sul tema della nostra vocazione alla missione universale e sul tema della disponibilità ad essere inviate dal Sud al Nord e dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest e dall’Ovest all’Est. La riflessione procedeva con difficoltà, offuscata da esperienze traumatizzanti del passato. Le animatrici del Capitolo hanno proposto un pomeriggio di condivisione in Assemblea generale: ciascuna era invitata a raccontare una propria esperienza di vita in un'altra cultura o in comunità multiculturali: niente discussione solo ascolto in un clima di preghiera.
Molte delle 126 capitolari, di 45 nazionalità hanno condiviso. Durante questo lungo tempo di ascolto, ciascuna di noi ha potuto constatare che tantissime sorelle hanno fatto delle esperienze positive, talvolta sofferte ma divenute cammino di crescita; abbiamo potuto partecipato alla sofferenza di tante altre che hanno fatto delle esperienze traumatizzanti che le hanno marcate per tutta la vita; abbiamo preso coscienza che non ci sono culture colpevoli e culture vittime, ma che tutte abbiamo bisogno di perdonare e di essere perdonate. Dopo aver sperimentato la nostra solidarietà nella gioia e nella sofferenza, il lavoro di riflessione ha potuto procedere con più chiarezza nella fedeltà allo Spirito.

Sì, io credo che le comunità multiculturali sono dei “crogioli” di Comunione, della comunione di tutti i popoli nel Regno di Dio.
Nel crogiolo il fuoco brucia,
ma i metalli,
anche i più duri, fondono e si amalgamano.

Che lo Spirito ci faccia il dono di crederci.
Allora la speranza del “non ancora” illuminerà il nostro quotidiano con le sue difficoltà, le nostre resistenze, le nostre paure, ma anche con la gioia che vi nasce, l’ampio respiro che ci dà, e i larghi orizzonti che apre dinnanzi a noi.

Ref.: Rosanna Marin, FMM (Francescana Missionaria di Maria), Testo presentato per la Conferenza di SEDOS (13 febbraio 2004).