Michael McCabe, SMA
La preziosa "inutilità" della Chiesa: offrire ai popoli una salvezza non sua


Una rilettura delle motivazioni all'impegno missionario oggi non missione dei cristiani non può che misurarsi con gli esiti della ricerca teologica recente e i mutamenti dell'immagine di Chiesa introdotti dal Concilio. La missione dei Cristiani non consiste nel salvare un mondo già redento da Cristo, bensì nel diventare segno, sempre più efficace ed universale, dell'abbraccio definitivo di Dio per ogni creatura.

Negli ultimi trent'anni siamo stati testimoni di importanti cambiamenti riguardanti l'idea che la Chiesa ha di se stessa e il suo rapportarsi con le altre religioni.

Potremmo oggi dire che la Chiesa non ha più la pretesa d'essere l'unica depositaria della divina verità, né di essere l'unico mezzo di salvezza. Essa riconosce che le altre religioni, per esempio l'islam, l'induismo, l'ebraismo e le religioni tradizionali, sono anch'esse depositarie di raggi di luce divina e i loro membri hanno anch'essi la grazia necessaria per salvarsi.

Nasce da qui la delicata questione della missione della Chiesa. Se le altre religioni forniscono i mezzi di salvezza ai loro seguaci, la missione è ancora necessaria e conveniente? E se sì, perché? Quale la ragione fondamentale per cui si va in missione tra le "genti?" Per istituti come la Sma, nati per l'evangelizzazione dei non cristiani, tale problematica non ha un interesse appena accademico. Essa ci tocca nel più profondo della nostra esistenza.

I più recenti studi sulla motivazione missionaria si dividono in tre ambiti. Il primo è formato da coloro che mettono l'accento sui limiti delle altre religioni e presentano la Chiesa come la via di salvezza più sicura. Il secondo pone l'accento sul Regno di Dio e sulla responsabilità della Chiesa di proclamarlo e portarlo al mondo. Il terzo campo appartiene a quelli the proclamano la Chiesa come sacramento universale di salvezza e in quanto tale deve incarnarsi in tutti i popoli e in tutte le culture.

Un certo numero di teologi cattolici, dopo il Vaticano II, pur affermando che coloro che seguono le credenze della propria religione possono salvarsi, sostengono che questi avrebbero tuttavia una maggior probabilità di salvezza all'interno della Chiesa cattolica. Ed essa sarebbe irresponsabile se non proponesse loro questa via più sicura.

Domenico Grasso sostiene che la difficoltà di realizzare la salvezza al di fuori della Chiesa giustifica la missione presso i non cristiani. Se è difficile per un cristiano "che conosce Dio e dispone di tutti i mezzi di salvezza" fare degli atti di carità, dobbiamo ammettere che tale difficoltà è ancora maggiore per i pagani che non hanno questi mezzi e che hanno un'imperfetta conoscenza di Dio. Per il missiologo Joseph Masson è volontà di Dio "offrire alla buona volontà dell'uomo un cammino normale e più facile per arrivare fino a lui attraverso Gesù Cristo e la sua Chiesa". Il teologo irlandese Kevin McNamara afferma che le motivazioni tradizionali per il lavoro missionario, "devono essere trattate con grande prudenza". Le persone hanno il diritto di ricevere il Vangelo "che ci è stato dato da Dio come potente mezzo per la conversione dei peccatori". E il più grande peccato contro l'amore, sempre secondo McNamara, "è quello di non predicare il Vangelo ai non-cristiani... La predicazione missionaria del Vangelo se omessa porterà a delle conseguenze dannose o addirittura fatali per la salvezza eterna di un grande numero di persone".

Questa motivazione missionaria (di fornire ai non-cristiani i mezzi di salvezza più facili e sicuri) ha il vantaggio di legarci al passato. Ai missionari non si chiede altro che un piccolo cambiamento nelle motivazioni tradizionali del loro apostolato. Anche se i non-cristiani possono essere salvati al di fuori dei limiti giuridici della Chiesa, l'appartenenza ad essa rimane sempre il mezzo più facile e più sicuro. Se ci preoccupiamo, come fa la Chiesa, della salvezza individuata e dell'ingresso dei non cristiani nella Chiesa, tale visione fornisce anche ai missionari degli obiettivi precisi e dei metodi chiari. Finalità principale della missione è convertire il maggior numero possibile di pagani a Cristo, mediante l'appartenenza alla Chiesa.

Ora però, tale maniera di pensare comporta un'adesione reticente e condizionata all'insegnamento chiaro del Vaticano II sulla possibilità della salvezza al di fuori dei limiti giuridici della Chiesa. Se Dio offre ai non cristiani la salvezza con la mediazione della loro religione, è meschino e inverosimile pensare che Dio offra loro soltanto una mezza possibilità di salvezza o dei mezzi meno adeguati di quelli proposti ai cristiani. Per la maggior parte dei teologi cattolici l'umanità non è abbandonata a se stessa nella ricerca della salvezza con dei mezzi imperfetti e di dubbia efficacia. L'amore salvifico di Dio è uguale per tutti gli uomini, di ogni epoca e di ogni località geografica. La storia umana è la storia della salvezza perché essa è impregnata della presenza di Dio che, per amore, va incontro ad ogni essere umano.

Allontanandosi da questo aspetto dell'ecclesiologia che fa della salvezza il motivo principale dell'annuncio, molti teologi cattolici oggi pensano che il principale compito della missione sia quello di proclamare e promuovere il Regno di Dio. La missione delta Chiesa continua quella di Cristo. Come fa notare John Fuellënbach, obiettivo principale della vita di Cristo è stata la proclamazione e l'inaugurazione del Regno di Dio. Il Regno "non è appena il tema centrale della predicazione di Gesù, il punto di riferimento della maggior parte delle sue parabole e il soggetto di un gran numero delle sue parole, ma è anche il contenuto delle sue azioni simboliche". Il regno di Dio è il regno della libertà, della fraternità e dell'amore. È un ordine di liberazione integrale, che ingloba l'umano in tutte le sue dimensioni, personali e comunitarie, spirituali e materiali. È un ordine che ha una speciale preferenza per il povero.

Secondo Michael Amaladoss, la missione della Chiesa a servizio del Regno comporta tre dimensioni essenzia legate tra loro: promozione umana, inculturazione e dialogo interreligioso. Promuovere il Regno significa in primo luogo lasciarsi coinvolgere nella lotta tra oppressi e oppressori e fare propria la causa degli oppressi. Nel mondo moderno, promuovere la giustizia è l'elemento chiave per l'awento del Regno di Dio. Ma per promuovere la giustizia e liberare gli uomini da tutto ciò che opprime individualmente, socialmente, religiosamente, la Chiesa deve coinvolgersi nella trasformazione delle culture. E le culture non possono essere trasformate che dal di dentro. Soltanto quando la Chiesa penetra una cultura può diventare profetica e trasformarla.

In questo processo di cambiamento la Chiesa non è sola. Quando fissa la sua attenzione sul Regno, è portata a vedere i membri delle altre religioni come collaboratori più che avversari. E così il dialogo interreligioso diventa un elemento vitale nella costruzione del Regno. In questo dialogo, alcuni membri delle altre religioni potranno sentirsi chiamati dallo Spirito a diventare discepoli di Cristo in una maniera più profonda. Tuttavia, lo scopo del dialogo non è quello di convertire alla Chiesa, ma quello di promuovere il Regno.

La motivazione per la missione fondata sul Regno, ridona "una speranza di vita" a tutta la nuova generazione di missionari. Libera la Chiesa dall'intollerabile fardello della responsabilità della salvezza del mondo, ed offre solide motivazioni alla missione. Il Regno di Dio come scopo della missione, ha allargato in modo significativo il campo di lavoro dei missionari al di là delle attività tradizionali dell'insegnamento, della catechesi, dei battesimi, della formazione delle strutture della Chiesa. Il servizio del Regno ha fornito i missionari di una struttura teologica che fa dell'impegno per la giustizia, la pace, la riconciliazione e il dialogo interreligioso, delle dimensioni essenziali e integrali della missione della Chiesa e non più degli elementi preliminari o secondari.

Ma non tutti i missionari hanno trovato nel servizio del Regno una motivazione adeguata alla loro missione. Se infatti la Chiesa è appena uno tra i numerosi agenti che contribuiscono alla crescita del Regno nel moudo, cosa ha da offrire che gli altri non hanno?

La grande enciclica missionaria di Giovanni Paolo II, la Redemptoris missio, è critica sugli sforzi fatti per riscrivere il programma della missione della Chiesa nei termini dei valori del Regno. Anche se è compito della Chiesa promuovere il Regno di Dio, ciò non deve ridurci a lavorare per una visione secolarizzata e umanista del mondo. Il Regno che la Chiesa è chiamata a proclamare e a servire è indissociabilmente legato alla proclamazione del Vangelo di Cristo.

La Redemptoris missio afferma la necessità, la convenienza, l'urgenza della missione della Chiesa presso tutti i popoli e insiste perché sia proclamato esplicitamente Cristo salvatore del mondo (n. 5). E ancora: la salvezza portata dal Cristo non è appena interiore, personale, spirituale o una realtà dell'altro mondo. Si tratta invece di una salvezza integrale che abbraccia gli aspetti sia materiali the spirituali, personali, storici e politice dell'esistenza umana (n. 11). Tale salvezza integrale è offerta a ciascuno e mai al di fuori della mediazione di Cristo e della sua Chiesa (n. 10). Anche se l'enciclica non presenta la base teologica di questa dichiarazione di importanza vitale, essa suggerisce dove ne possiamo trovare il fondamento: nella nozione di Chiesa "sacramento di salvezza per il genere umano" (n. 20).

Abbiamo visto le difficoltà che incontriamo quando affermiamo che la Chiesa è una via di salvezza più sicura e più facile. Abbiamo anche visto che il servizio al Regno, non fornisce un motivo adeguato per testimoniare esplicitamente Cristo e per espandere la Chiesa tra i non-cristiani. Seguendo la Redemptoris missio, credo che nella nozione teologica fondamentale della Chiesa come Sacramento di salvezza, possiamo trovare una motivazione adeguata per la missione della Chiesa oggi tra i non-cristiani.

La nozione di Chiesa come Sacramento di salvezza, non è affatto nuova. Come sottolinea Avery Dulles, tale nozione era già contenuta negli scritti di Cipriano, Agostino e Tommaso d'Aquino. Più recentemente il tema è stato trattato da Henri de Lubac, Karl Rahner, Edward Schillebeeckx, Yves Cougar, Piet Smulders, Gustave Martelet a molti altri.

Come comunità sacramentale e rappresentativa, e pertanto testimonianza esplicita della grazia di Cristo salvatore, la Chiesa non deve fare di ogni persona che vive sulla terra uno dei suoi membri. "Il significato sacramentale della Chiesa può essere pienamente realizzato in un popolo particolare, anche se ciò non può inglobare numericamente e giuridicamente ciascun membro particolare di tale popolo. Come Cristo rappresenta tutta l'umanità, così la Chiesa fermamente e localmente stabilita in un popolo particolare, rappresenta tutti i membri di questo popolo. Proprio per la natura simbolica della Chiesa, la realizzazione della sua missione di incarnazione tra i non-cristiani, non deve essere presa in un senso quantitativamente e numericamente inclusivo. L'importante è che la Chiesa possa stabilirsi in mezzo a un grande numero di popoli per simbolizzare la presenza reale di Cristo tra gli uomini in ogni parte del mondo".

L'affermazione per cui la Chiesa è il Sacramento di salvezza universale, è una dichiarazione di impegno più che di fatto. È una espressione della vocazione essenziale della Chiesa. Per realizzare tale vocazione (essere il sacramento di salvezza che abbraccia tutti i popoli), la Chiesa deve costantemente sforzarsi di incarnarsi in ogni popolo ed in ogni cultura. Come dice Gustavo Martelet: "La Chiesa non sarà Sacramento agli occhi dei gentili solo perché essa si proclama tale. Per essere Sacramento, essa deve impegnarsi per essere quel mezzo che il Sacramento significa. Deve sforzarsi di rendere sempre più apparente il senso che essa ha nel segno che essa è".

Per la Chiesa, chiudersi su se stessa e cessare di andare verso gli altri, equivarrebbe a negare la sua principale vocazione, la sua stessa ragion d'essere. Come ci fa notare Eugene Hillman, "là dove la Chiesa gira su sè stessa per occuparsi in primo luogo dei suoi membri, dimenticandosi della missione universale la comunità perderà le motivazioni cristiane della sua esistenza. Così la Chiesa prende l'aspetto di una religione tribale. Anche se essa continuasse a servire i suoi membri più vicini, procurando loro sicurezza psicologica e altri aiuti che tutte le religioni offrono ai loro membri. Allora essa potrebbe sparire completa mente. Essa avrebbe perduto il suo significato specifico".

Dunque, la missione della Chiesa non è quella di portare la salvezza al mondo. Il mondo è già stato salvato da Cristoea non sarà mai più salvo di adesso. Missione della Chiesa è quella di diventare segno sempre più efficace, sempre più universale, di questa salvezza che Dio, in Cristo, ha offerto all'umanità. Ecco perché, secondo Hillman, la missione ai non-cristiani è il compito principale della Chiesa. È nella, e attraverso, la sua missione ai non-cristiani che la Chiesa realizza la sua vocazione di sacramento di salvezza universale, rappresentazione simbolica del Dio salvatore, che in Cristo abbraccia tutta l'umanità. "Ogni altra attività decorrerà dalla prima in ordine di tempo e di urgenza".

L'attività missionaria non deve essere confusa o ridotta al lavoro pastorale e sociale in favore dei membri presenti. Né può essere confusa con gli sforzi per ricostruire l'unità dei cristiani né con la ri-evangelizzazione dei cristiani non praticanti. Tutte queste opere, per quanto importanti, devono essere subordinate al compito "dell'annuncio del Vangelo ai non-cristiani che non hanno mai visto innalzarsi in mezzo a loro il segno della loro salvezza ancorato su delle solide basi indigene". Diversamente dai pastori, i missionari, secondo Hillman, non vengono inviati "a coloro cui Cristo è già stato annunciato (Rom 15,20), o per essere assorbiti in un servizio normale di una comunità cristiana già esistente…. Il missionario è colui che pone le fondamenta della Chiesa in un popolo nuovo e poi in un altro…".

In una certa maniera I missionari sono dei catalizzatori di ciò che Hillman chiama il "progetto ecumenico" di Dio nella storia. Se la Chiesa è il sacramento di salvezza universale, ciò non è un privilegio, ma una responsabilità. È un richiamo a servire, un richiamo ad amare non solo coloro the sono vicini, ma anche i più lontani. Il missionario è colui the rende efficace questo richiamo particolare in una maniera concreta, radicale e pratica.

La prima attività del missionario è quella di entrare nella vita del popolo in mezzo al quale vive, per sperimentare le sue lotte quotidiane per la sopravvivenza, per condividere le sue sofferenze e le sue celebrazioni, per essere legato alla sua esperienza di Dio e alla sua storia come popolo da Dio amato e da Dio salvato. Il lavoro del missionario non sarà più quello di portare il popolo e Dio al popolo, come se Dio non fosse più presente nella sua vita. Il lavoro missionario nasce dalla contemplazione. Il missionario si sforza di riconoscere e discernere come Dio è stato attivo e presente in un popolo particolare prima del suo arrivo. In questo ascolto e discernimento, i missionari condurranno il popolo, al cui servizio lavorano, a vedere con più chiarezza i numerosi modi in cui Dio pervade la loro vita.

I missionari che passano il loro tempo con i non-cristiani, e da loro apprendono il cammino che conduce a Dio, si accorgeranno che ricevono più di quanto donano. Quando diventano loro amici e quando li aiutano a raccontare, a valorizzare la loro esperienza religiosa e scoprono che la loro comprensione della presenza di Dio si è molto arricchita. Così la loro missione non è appena una attività a senso unico per portare e donare, ma è un vero processo di scambio. Si dà e si riceve nella libertà e nell'amore.


Ref.: Mondo e Missione, n.1, anno 131, Gennaio 2002, (già in Sedos Bulletin, novembre 2000, pp. 298-304). Traduzione, riduzione e adattamento di Giorgio Pecorari.