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Antonietta
Potente Dio ha un sogno ed è fare casa. I testi
biblici che ci aiutano ad intuirlo sono molti. Uno particolarmente significativo
è Giovanni 14,23: “Gli rispose Gesù: Se uno
mi ama osserverà la mia Parola ed il Padre mio lo amerà e noi verremo
a Lui e prenderemo dimora presso di Lui “. E
già nel prologo di Giovanni: “Venne ad abitare in mezzo a noi”. Dio
stesso vuole riscattare la dignità della storia, dell’umanità e della
creazione. Anche i gesti che Gesù fa sono sono gesti di casa:
la moltiplicazione del pane, il Suo modo di sedersi in mezzo alle folle
e di parlare. Credo che le nostre preoccupazioni dovrebbero indirizzarsi
verso questa luce: il desiderio di Dio di fare casa. Il sogno di Dio passa attraverso la trasformazione
profonda della vita delle persone che tornano ad essere
cittadini e cittadine e vivono nella storia come se stessero
davvero in casa loro. Credo che ci sia solo una domanda etica
nella vita delle persone, è la domanda che riscopriamo anche nei salmi:
“come posso abitare la Tua casa?”. E’ una domanda profondamente
amante, che credo si possa ritradurre nella
nostra vita con: ”Dove stai tu?” Una domanda che indica un impegno di
ricerca costante. Ritornare alla casa non significa che
ciascuno cerca di salvarsi con la sua arca di Noè
e gli altri muoiano pure nel diluvio: la casa
è semplicemente il punto di inizio; la vita quotidiana è il punto di
inizio. Si tratta una mentalità aperta, perché
tutto ciò che è quotidiano possa entrare nella sfera pubblica e tutto
ciò che è pubblico diventi anche sacramento nelle nostre case, cioè
qualcosa che ci suggerisce la presenza di Dio. Credo che in questo momento storico non
possiamo schifarci, come direbbe Caterina da Siena, della storia “com’è”,
perché c’è tanto male, tanta violenza, perché le cose non vanno come
le avevamo pensate. C’è solo da riconciliarci con questa storia, cioè
da aiutarci ad amare, ad amare profondamente. E imparare a dire questa
famosa litania del Cantico dei Cantici: “come
sei bella, amica mia” aiutarci a riconoscere che questa umanità, a parte
le sue ferite, è l’unica umanità di Dio. Questo Dio
che amiamo, che professiamo, che celebriamo come profondamente presente
nelle nostre storie, lo dobbiamo cercare lì. Non ci sono scappatoie:
nella nostra vita il punto di partenza è la quotidianità. Io vi invito
a riconciliarvi profondamente con il quotidiano come qualcosa di realmente
importante, come unico tempio dove Lui prende dimora, abita. Possiamo tornare a nascere di nuovo, come individui, donne e uomini e come istituzioni?
Questa è la domanda di Nicodemo a Gesù. La
risposta non c’è, Gesù dice solo che questo
è possibile, perché il sogno di Dio, cioè lo
Spirito, è molto più intenso di quello che pensiamo. A noi tocca mantenere
viva questa domanda. Ref.: Strumenti di Pace (notiziario del CIPAX), n. 1, Gennaio 2004. Dal Volume La religiosità della vita. Una proposta alternativa per abitare la storia. |