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Olivier Roy* “L'islam globalizzato, in particolare,fuori dai territori di insediamento tradizionale, presenta
caratteri conflittuali e secolarizzati. In esso si
spezza il legame peculiare tra territorio, cultura e religiosità, che ne fa un 'evidenza
sociale condivisa, e si
sviluppa un confronto con la modernità immediato e concomitante.La globalizzazione, nell 'analisi di Olivier Roy produce la separazione tra religione e cultura, definisce la religione in base
a criteri puramente interni, ma istituisce anche pratiche, comportamenti
e forme di consumo difficilmente regolabili
sul piano culturale e dell'ethos collettivo.
Per questo assistiamo a forme di «revivalismo» o
di fondamentalismo dovute
alla paradossale apologia della de-culturazione dell'islam
stesso, che permette
di pensare a una religione pura, indipendentemente
da tutte le sue variazioni e influenze
culturali. Esse hanno un effetto spesso dirompente, talora anche
violento. Accanto all'analisi di Roy sull'islam
in Europa presentiamo anche una riflessione del sociologo Patrick Valdrini sui tema religione e laicità in
Francia e alcune considerazioni generali sul riproporsi dei segni
religiosi di Luigi Accattoli. ____________________________________________ Questa globalizzazione dell'islam
avviene anche nei paesi di tradizione musulmana; il che significa che non sono solo gli uomini,
le donne a circolare, ma anche le idee, le rappresentazioni culturali,
e persino le forme della religiosità, cioè le relazioni che il credente intrattiene con la sua religione. Il
primo punto, legato essenzialmente alla questione dell'islam
in Europa, è lo sganciamento fra l'islam, da un lato,
e un determinato territorio e una
determinata cultura, dall'altro. Nei paesi di tradizione musulmana,
il credente, al pari di chi non è credente o lo è poco,
vive la religione come una sorta di evidenza culturale, perché fondamentalmente la società organizza,
prevede il posto della pratica religiosa. i Non è difficile
fare il digiuno del ramadan in
Afghanistan, Pakistan, Egitto, anche se non lo si vuole fare. Chi
vuole può farlo senza problemi, perché durante il
mese dei ramadan la società si adatta a questa pratica religiosa; vi
sono anche esempi come l'Iran, dove pochissime persone osservano
il ramadan, ma dove tutto è ufficialmente
organizzato in modo che il
credente possa praticarlo. D'altra
parte nei paesi d'origine, nei paesi musulmani, la religione è sempre
incarnata in una cultura, per
cui il credente fa fatica a distinguere fra ciò che
dipende dalla tradizione culturale, addirittura dal conformismo
sociale, e ciò che dipende da un dogma. In genere l'uomo
della strada, il credente comune non distingue fra la religione
come corpus di credenze,
come teologia, e la cultura. Ma all'improvviso l'emigrazione opera
una frattura fra la religione e la società, fra la religione
e la cultura, per cui la componente religiosa non è più evidente. Quindi la condizione minoritaria del musulmano, prodotta dall'emigrazione,
lo obbliga a riflettere su ciò che è l'islam. Lo
obbliga a oggettivare l'islam, cioè a tentare di definire oggettivamente
ciò che esso è.
Faccio alcuni esempi pratici. La
letteratura religiosa è antica quanto la religione,
ma chi avesse voglia di passare in rassegna i titoli delle pubblicazioni
religiose dalle origini ai nostri giorni, scoprirebbe che per
secoli i libri religiosi avevano titoli motto simili, del tipo: La
spiegazione dei segreti. A volte erano delle metafore: Le perle del mare; Le perle del sapere ecc. Ma da qualche tempo
compaiono titoli senza precedenti nella storia della letteratura
religiosa: Che cos'è l 'islam? Che cos'è essere mussulmano? Che cos'è la fede? Che cosa significa essere musulmano? Come vivere l 'islam? Oggi esistono molte pubblicazioni che cercano di definire in modo oggettivo
ciò che è l'islam, proprio perché c'è bisogno
di questa definizione oggettiva, perché la dimensione religiosa
non è più evidente, perché oggi non esiste
più la mediazione di un sapere direi colto,
di un sapere degli ulema, dei dottori del diritto. Ognuno deve
inventare, definire, oggettivare ciò che significa
per lui la religione. Ciò non significa che gli ulema, gli studiosi, siano scomparsi. Esistono,
ma il sapere che producono
non è più fruibile per il credente; il sapere
dotto tradizionale non offre le risposte che il nuovo credente cerca. I libri intitolati Che cos'è l'islam'?, Vivere
la propria fede, Essere musulmano in 0ccidente..., non sono
scritti in genere da studiosi dell'islam, ma spesso da ingegneri,
da persone che hanno una formazione assolutamente laica, moderna,
e che riflettono
sull'islam da autodidatti. In
Francia si è molto discusso sulla lotta alla globalizzazione, cioè all'«americanizzazione» e, in particolare, sul rifiuto del fast food e di McDonald,
considerati un'importazione della cultura americana. In realtà,
non lo sono affatto. Sono la definizione di una forma di consumo
che non è legata ad alcuna cultura,
che si può adattare assolutamente ovunque, ed è proprio
per questo che funziona. Perciò, la domanda «a
quale condizioni l'islam è compatibile con i valori
dell'Occidente?» è una domanda sbagliata. Non
si tratta di stabilire «ciò che l'islam
dice su questa o quella cosa». Nel corso della sua storia
l'islam ha conosciuto molti teologi liberali, i quali hanno scritto
libri che proponevano delle soluzioni, ad esempio soluzioni che
insistevano sulla lettura metaforica del Corano, sul messaggio molto
più che sulla lettera, sullo spirito e sui valori
molto più che sulle norme e sulle regole giuridiche, ecc. Tutto questo
non è nuovo. L'occidentalizzazione dell'islam
non passa necessariamente attraverso l'aggiornamento, la liberalizzazione
teologica. Può assumere anche forme fondamentaliste.
Anche il fondamentalismo moderno è una forma di globalizzazione dell'islam,
una forma di occidentalizzazione dell'islam.
Insisto su questo punto, perché è forse quello che più preoccupa la gente. Esistono
indubbiamente pensatori liberali, moderni nell'islam. Esistono,
sono sempre esistiti ed esistono tuttora. In Francia è il
caso, ad esempio del prof. Mohamed Arkoun,
che è un grande filosofo
di cultura francese e un
grande studioso dell'islam al tempo stesso. Ma occorre
chiedersi: chi legge gli scritti del professor Arkoun?
Chi compra i suoi libri? Quale influenza ha sui giovani musulmani
oggi? II
vero problema non è la domanda intellettuale
o teorica sull'islam, ma la domanda sulle pratiche concrete dei
musulmani. Quali forme e credenze religiose circolano tra i giovani
musulmani, oggi? Le forme di religiosità che si osservano
nell'islam oggi sono trasversali, sono cioè pressappoco
le stesse che si trovano nelle grandi religioni occidentali: cattolicesimo,
protestantesimo e anche
ebraismo. Oggi nel nostro mondo esiste uno sganciamento fra religione
e cultura, il che significa
che oggi i credenti
insistono molto più sulla fede, sull'esperienza spirituale,
sulla riscoperta individuale e personale della religione che non sul patrimonio
religioso, sulla cultura, sulla trasmissione, sull'autorità e
sulla teologia. Oggi assistiamo a forme di ritorno del
religioso caratterizzate dal fenomeno del born again, cioè della persona che rinasce alla religione. E probabilmente il fenomeno più importante della religiosità contemporanea
in tutte le religioni. Oggi sono in gran
parte questi born again (rinati)
e non i cosiddetti
credenti sociologici a fare il religioso. Un born again è uno
che riscopre la fede e decide di porre tutta la sua vita sotto
il segno di questa riscoperta cioè di
ricostruirsi nella sua relazione con la fede. È ciò che
io chiamo «la religiosità». E’ facile
definire la religione: il corpus, i testi rivelati, le interpretazioni, le discussioni teologiche,
i dogmi ecc. La religiosità è il
modo in cui il credente vive il suo rapporto con la religione. E oggi,
ovunque, la religiosità è molto più importante
della religione. I giovani che vanno a vedere il papa in occasione
delle giornate mondiali della gioventù non cercano una spiegazione teologica. Cercano
un'esperienza spirituale, personale. Cercano un'esperienza immediata,
un godimento del religioso. Non cercano un sapere,
non cercano un'autorità. Frequentano poco la messa alla domenica
e non entrano in seminario.
Oggi si afferma l'esistenza di un ritorno del religioso nel cristianesimo;
vi sono milioni di giovani che vanno a vedere il papa ogni anno,
ma al tempo stesso i seminari sono vuoti, le vocazioni diminuiscono,
un numero sempre minore di giovani vuole farsi prete. Non è una
contraddizione, ma l'indice di due tendenze completamente diverse:
da una parte, la crisi delle religioni come istituzioni e culture
e, dall'altra, il ritorno della religiosità. Il ritorno
della religiosità contro la religione. E evidente, ad esempio, nei movimenti fondamentalisti carismatici
protestanti, nei quali la fede viene vissuta anzitutto come esperienza
individuale e rottura. Oggi, ovunque il rinnovamento religioso è caratterizzato dalla
rottura più che dalla continuità del patrimonio religioso
tradizionale. Perciò, ad esempio, il dibattito sul posto della religione
nella Costituzione europea è, a mio avviso, del tutto al
di fuori di ciò che avviene oggi. Del resto, proprio per questo esso non interessa nessuno, tranne evidentemente le
autorità religiose e cattoliche
in particolare. Parlo del fondamentalismo,
perché è il
tema che più interessa la gente ed è anche quello
che fa problemi. Un musulmano liberale non
preoccupa nessuno, non pone alcun problema, e tuttavia questi musulmani
sono la maggioranza in Occidente, fra il musulmani che
vivono in Occidente. Parlerò di una minoranza
non solo perché essa occupa le prime pagine dei giornali,
ma anche perché spesso i movimenti radicali sono sintomi
di tendenze pesanti, di tendenze di fondo. I movimenti radicali
sono forse patologici, ma come spesso accade è la patologia
a definire ciò che è la
buona salute, anche a contrario. Che cosa si definisce fondamentalismo islamico, oggi? Si usano anche altri termini:
alcuni lo chiamano «wahhabismo» dal home della
dottrina officiale in Arabia Saudita. Loro preferiscono chiamarsi «sulafi». «Salafi» signífica «ritorno alla via dei pii antenati, cioè al Profeta e ai successori del profeta. Personalmente,
uso il termine «neo-fondamentalismo»,
ma tutto questo è una semplice questione terminologica.
Di che si tratta? I movimenti salafi o neo-fondamentalisti sono anzitutto movimenti che criticano le culture musulmane tradizionali.
Sono movimenti anti-culturali prima di essere anti-occidentali.
Prendo un esempio di cui tutti hanno sentito parlare: i taliban afgani. Quando nel 1996 i taliban afghani presero
il potere, il loro nemico non era l'Occidente: intrattenevano eccellenti
relazioni con gli americani e gli stranieri, gli occidentali, potevano
viaggiare senza alcun problema in Afghanistan negli anni 1996-1998.
Ciò che i taliban combattevano non
era il cristianesimo, non era l'Occidente, ma la cultura afghana tradizionale. Hanno fatto una guerra culturale; hanno
vietato la musica, la poesia, la danza, ogni forma di gioco, ogni
forma di spettacolo e divertimento. Hanno vietato i film, le cassette,
i romanzi. Hanno vietato pratiche assolutamente tradizionali in
Afghanistan, come ad esempio, tenere in casa gabbie con uccelli
canori o usare l'aquilone. Perché vietare gli uccelli e l'aquilone? Il ragionamento dei taliban era molto
semplice: la vita terrena deve servire al credente per preparare
la sua salvezza; è in
tema che si trova in tutti i fondamentalismi.
II ruolo dello stato non è quello di instaurare una società giusta
ecc., ma di fare in modo che il credente
possa trovare la via della salvezza, all'occorrenza anche con la
costrizione. In passato, si poteva trovare questa imposizione
anche nell'Inquisizione. Essa non puniva le persone perché erano
contro l'ordine sociale. Voleva solo permettere ai credenti di
salvarsi e poi, eventualmente, le affidava ai
potere secolare. L'inquisizione era ossessionata dalla salvezza,
non dalla punizione. Per i taliban essere credente,
essere musulmano significa rispettare rigidamente gli obblighi
della religione, per esempio la preghiera cinque volte al giorno.
Ma se, quando si prega, si viene interrotti,
bisogna ricominciare da capo. Perciò, ecco il loro ragionamento:
se state pregando e l'uccello
in gabbia comincia a cantare, vi distraete; questo vi costringe
a ricominciare la vostra preghiera da capo: se siete un buon musulmano,
lo fate; ma noi non siamo certi che voi siate buoni musulmani e
abbiate il coraggio di ricominciare tutto da capo; perciò, è meglio
vietare di tenere uccelli in casa; così non venite disturbati
e potete compiere i vostri doveri religiosi. Lo
stesso per l'aquilone. L'aquilone resta facilmente impigliato
negli alberi: se il vostro aquilone resta impigliato in un albero,
voi salite sull'albero per cercare di liberarlo, perché vi è costato
dei soldi e non volete perderlo; ma dall'alto dell'albero potete
vedere nel cortile del vicino una donna non velata e fate peccato. Perché rischiare
la dannazione eterna per un aquilone? E meglio
vietare l'uso degli aquiloni. Il ragionamento va fino in fondo e in base a esso
questa forma di religiosità annulla il culturale: se il
culturale è religioso non c'è bisogno del culturale;
se il culturale è diverso dal religioso bisogna eliminarlo
perché distoglie dalla religione. Indubbiamente, questo
rifiuto di ogni distinzione, tutto ciò che non è legato alla pratica, alla
ricerca della salvezza, è una posizione comune a molte religioni. E un'impostazione
classica. Si trova, ad esempio, in certe forme di protestantesimo
americano. E questo tipo di fondamentalismo è un profondo agente di «deculturazione», o più esattamente, fa l'apologia
della «deculturazione». Considero positivo il
fatto di non aver cultura. E anche se è comparso
in regioni geografiche che sono per combinazione ambienti piuttosto
tribali — l'Arabia Saudita, l'Afghanistan dei taliban — questo
tipo di fondamentalismo è perfettamente
adatto alla «deculturazione» moderna. Esso propone al giovane un’apologia
della sua crisi di identità culturale.
Il mullah, l'imam wahhabita, il salafi che viene in Europa e parla ai giovani emigrati,
dice cose semplicissime e chiarissime. Dice: «Tu non hai ereditato l'islam di tuo nonno; tuo nonno non ti ha trasmesso
il suo islam, tuo nonno è venuto da un villaggio sperduto,
dal Marocco, dall'Algeria, tuo nonno dice di essere
musulmano, si considera musulmano, non è stato in grado
di trasmettere l'Islam. Meglio così, perché I'Islam di tuo nonno non è il vero islam L'islam di
tuo nonno è l'islam dei marabut, l'islam marocchino, I'islam dei sufi, un Islam folcloristico pieno di tradizioni che non
hanno nulla a che vedere con gli insegnamenti del profeta, quindi, è bene
che tu abbia perduto la cultura originaria della tua famiglia.
Tu non ti senti francese o spagnolo o italiano, tu non ti senti
europeo ed è giusto perché I'Europa non è l'islam. Tu non ti senti nulla ed magnifico, perché sei nella condizione più favorevole
per diventare un vero musulmano, cioè per vivere il tuo
Islam come una religione pura, come un insieme di norme e di valori
privi di qualsiasi contenuto sociale e culturale». E’ un discorso strutturato, coerente. È,
ad esempio, il discorso di un'associazione denominata Tabligh,
che predica di porta in porta. Non sono radicali, non sono terroristi,
sono persone che rispettano
pienamente le leggi dei paesi in cui abitano. Ma pensano che viviamo in un mondo nel quale l'islam non è più incarnato
da una società o da un territorio e che questa non è una perdita, ma
una grande opportunità, perché l'islam si è finalmente
distaccato da determinate culture. Questo spiega il grande successo
delle ideologie fondamentaliste presso
giovani musulmani cresciuti e formati in Occidente. Qui il fondamentalismo non è assolutamente
la protesta della cultura dei paesi di provenienza,
bensì l'apologia della scomparsa delle culture dei paesi
di provenienza. Sarebbe un errore madornale collegare le forme
moderne del fondamentalismo con l'idea di uno scontro delle culture,
di uno scontro delle civiltà, perché non c'è più cultura,
non c'è più civiltà. Quando questi giovani aderiscono a ideologie neo-fondamentaliste si situano
in un universo nel quale ricostruiscono la religione sulla base
del loro essere individuale; per loro è un'esperienza di
onnipotenza, un'esperienza demiurgica, per così dire, che ritroviamo nei fondamentalisti protestanti.
Tutte queste forme di fondamentalismo si
basano sugli stessi aspetti: «deculturazione» esplicita, individualismo, rottura dei legami familiari e
sociali, «positivizzazione»,
cioè il fatto di considerare positiva una tale rottura. Questo
ritorno al religioso avviene anche su una base generazionale.
Ciò vale sia per il cattolicesimo sia per i musulmani e vale in gran parte anche per i giovani
protestanti. Si ritorna alla religione contro la religione dei
propri genitori o al fianco
della religione dei propri genitori, e non
nel suo prolungamento. I protestanti insistono molto sulle parole
di Gesù «Lascia la tua famiglia, lascia i tuoi amici,
lascia la tua casa e unisciti
a me». Naturalmente l'idea che il
ritorno alla religione deve passare attraverso una rottura è sempre
esistita. Queste parole del Vangelo esistono da sempre, ma come
sempre, in questo o quel momento storico si pesca un determinato
paradigma neltesto sacro. I musulmani
fanno lo stesso. Nel Corano c'è di tutto, ma oggi si prendono
i versetti che corrispondono
a quest'esperienza del religioso. La ricostruzione del religioso avviene su una base individuale,
generazionale e sulla base di una religione
concepito non come un corpus teologico,
bensì come un insieme di codici, norme e valori. Siamo in
un'epoca che disprezza la teologia. Non esistono più teologi.
Negli anni cinquanta e sessanta, sia presso i protestanti sia
presso i cattolici, i grandi teologi avevano un pubblico. Si discutevano
questioni di teologia. Ora non è più così,
neppure nel cattolicesimo; esistono ancora cattedre di teologia
nei seminari, ma i teologi come corpo, come corporazione, non esistono
più. La norma religiosa viene gestita
direttamente dalla curia vaticana, non più dai teologi. E questo
vale per tutte le religioni. Anche per l'islam è uguale:
gli ulema, i dottori
del diritto, coloro che dicono
il vero, sono delegittimati, ma al tempo stesso le persone hanno
bisogno del vero; di qui la grande insistenza sulla norma e /o
sin valore. E la differenza fra le forme fondamentaliste e radicali, da un lato, e le forme liberali, dall'altro, dipende
unicamente dal fatto di privilegiare la
norma o privilegiare il valore. Oggi, la differenza fra liberalismo
e fondamentalismo sta tutta qui. Ma le forme di neo-fondamentalismo esistenti sono forme di reinvenzione della
norma, il che può variare notevolmente: alcuni gruppi neo-fondamentalisti insistono sulle norme fisiche, per esempio
le norme in materia di abbigliamento,
il fatto di vestire in questo o quel modo, il che spiega l'importanza
assunta oggi dalla questione del veto. E interessante sottolineare che la questione del velo è un problema
contemporaneo. Trenta, quarant'anni fa
non c'era il dibattito sul velo. Ci fu nella Turchia kemalista,
con il divieto del velo, ma anche lì il veto è diventato
un argomento di pubblico dibattito solo quindici anni fa. Negli
anni cinquanta non lo era. D'un
tratto, questa forma di marcatura dell'identità religiosa
diventa estremamente importante. Oggi,
la questione del segno religioso esteriore è estremamente importante,
perché tutte le comunità religiose si ricostruiscono
come comunità più o meno chiuse. Prendo l'esempio del cattolicesimo. Trenta,
quaranta, cinquanta anni fa, in Francia, chi non era protestante
o ebreo era considerato cattolico e la Chiesa cattolica era considerata l'espressione della società, della
cultura, anche se esisteva un conflitto con lo stato.
Questo permetteva a chiunque di potersi sposare in chiesa, anche
se non andava a messa e non si accostava mai alla comunione.
Oggi, con la nuova generazione di preti e di parroci, non è più possibile
sposarsi in chiesa in questo modo; occorre essere membri di una
parrocchia, membri di una comunità. Bisogna dimostrare
la propria appartenenza alla comunità, seguire corsi di
formazione ecc. Oggi
le comunità religiose non sono più l'espressione
delle culture, delle società, ma sono delle ricostruzioni
su base individuate e volontaria. Oggi tutte le
religioni vengono vissute come minoritarie, anche quando sono maggioritarie.
Porto un esempio. Negli Stati Uniti l'80% degli americani afferma di essere
credente e praticante. E tuttavia tutti i predicatori, siano essi
protestanti, cattolici o musulmani, affermano la stessa cosa: «viviamo
in una società atea, materialista, pornografica ecc.», una
società nella quale l'80% delle persone afferma di essere
credente. Allora o la loro affermazione è contraddittoria
o esse hanno ragione. Secondo me, hanno ragione. In realtà,
le società non sono più religiose anche se i credenti
sono ancora maggioritari nella società. Le società sono
basate su altre forme di rappresentazioni culturali, di modalità di
consumo, di norme, di valori, di economia ecc. Anche nelle società a
maggioranza religiosa non c'è più l'evidenza religiosa. Che cos'è una religione? Perciò la Chiesa cattolica può vivere
senza crisi la globalizzazione, mentre
le altre religioni, in mancanza di queste istituzioni, si trovano
bruscamente davanti a questa domanda: «Chi
dice la norma? Chi dice la verità nella religione?». Questo
provoca una situazione paradossale: la discussione è totalmente
aperta, ma in genere si unisce sempre per scegliere il fondamentalismo. Perché? Perché i fondamentalisti hanno
le idee più chiare in materia di norma. Cerchiamo su Internet i siti che presentano le fatwa: sono in
inglese, perché l'inglese è la lingua della globalizzazione.
Se vi fosse un sito sulle fatwa in arabo,
non verrebbe consultato praticamente da
nessuno. Del resto, sono siti che permettono d'intervenire a porre
domande. Ora a porre le domande sono sempre dei musulmani, per
lo più giovani, che vivono isolati
in paesi non musulmani e chiedono in genere: «Che cosa devo fare?». E la
persona che risponde — si tratta normalmente di un fondamentalista,
perché sono i fondamentalisti che si interessano
a queste domande — sa benissimo che in quel caso non è possibile
rispettare la norma giuridica. E sa che non si possono punire le persone se non
rispettano la legge religiosa. Quindi,
anche i fondamentalisti sono spinti a fare un discorso sulla
morale, sul valore, sulla supremazia del valore sulla norma. Ma questo non significa che si va verso un Islam più liberale — si
può andare verso un islam più liberate — ma
che le forme della religiosità, anche
nella dimensione fondamentalista, sono
profondamente moderne, profondamente contemporanee e, in un certo
senso, perfettamente compatibili con le altre religioni. Quando Pim Fortuyn in Olanda ha deciso di fare una campagna contro l'influenza
dell'islam, non lo fa
fatto in nome della difesa dei valori tradizionali del cristianesimo
e dell'Europa, bensì in nome dei valori della liberalizzazione
sessuale (difesa degli omosessuali). L'imam marocchino,
la cui predicazione alla televisione olandese aveva turbato Pim Fortuyn, riprendeva una visione
conservatrice che potrebbe essere cristiana
(gli omosessuali sono malati che devono
essere curati e non riconosciuti come una minoranza avente dei
legittimi diritti). Sulla famiglia, il permissivismo sessuale,
l'omosessualità, l'aborto, i musulmani religiosi in Europa
si schierano a fianco dei cristiani conservatori. Esiste indubbiamente
uno scontro di valori, ma esso non contrappone Ovest ed Est, l’Occidente
all'Oriente o l'islam al cristianesimo. Il dibattito è un
dibattito interno all'Europa, un'interrogazione dell'Europa sui
suoi valori e sulla sue identità. Supponiamo che ciò che dico
sia vero, che la matrice della religiosità sia comune; questo
non spiega il radicalismo politico islamico. Bin Laden è molto più l'erede
di una tradizione radicale occidentale che l'espressione di una
violenza politica tradizionale dell'islam. Tutti i militanti attuali,
a parte i sauditi e gli yemeniti, che costituiscono un'importante
eccezione, si sono reislamizzati nel
contesto occidentale: Mohammed Atta, Zacharias Moussaoui, Daoudi sono diventati dei born again da noi, in Occidente, non in Egitto
o in Marocco. Qui da noi, a Marsiglia. a Londra,
a Montréal. Hanno fatto tutti studi moderni e occidentali.
Nessuno di loro viene da una scuola
religiosa islamica, tranne ancora una volta i sauditi. Tutti hanno
rotto i ponti con le loro famiglie. Nessuno di loro ha ripreso
la tradizione religiosa dei propri genitori. Si trova in
tutti lo stesso schema: quando vengono arrestati, le famiglie
dicono di non averli visti da uno, due, tre anni. Inoltre, quando
aderiscono a movimenti radicali in Occidente, dove vanno a fare il jihad? Prendiamo
l'esempio, in Francia, di un giovane musulmano
francese di origine algerina, con tutta
la famiglia di origine algerina, che diventa un born again musulmano» nella periferia di Parigi e decide che bisogna fare il jihad. Si potrebbe pensare che vada in Algeria a fare il jihad, tanto più che lì non mancano
certo le occasioni. E tuttavia non esiste un solo giovane di origine
algerina radicalizzato in Francia che sia
andato o vada a fare il jihad in Algeria.
Dove vanno? Vanno in Bosnia, in Cecenia, in Afghanistan,
nel Kashmir, a New York o in Occidente. Nessuno di
loro ritorna nel suo paese di origine.
Ciò significa che non considerano il Medio Oriente come
il cuore di una cultura musulmana e come il cuore di una civiltà musulmana
territoriale che sarebbe attaccata, assediata dai crociati.
Vivono in un mondo globalizzato nel quale
non si sentono mediorientali. La
maggior parte di loro, perlomeno la metà, ha
sposato una donna di origine europea,
che a volte ha accettato di seguirli, e quando mettono su famiglia,
la strutturano in modo moderno e vivono un normale rapporto di coppia. Sono
appena usciti i diari della moglie di colui che ha ucciso il comandante Massud,
in Afghanistan. È una donna belga, ma di origine
tunisina. Attualmente è sotto processo
a Bruxelles e in
un libro racconta come si è sposata e ha
seguito il marito in
Afghanistan, come ha vissuto una normale vita di coppia in mezzo
ai mujaheddin e ai taliban. La loro struttura familiare è quindi
assolutamente moderna. Non sono strutture patriarcali nelle quali
si obbedisce al padre o al nonno. Al contrario, si rompono i ponti
con il padre o il nonno. Bisogna
interessarsi a questi convertiti perché,
pur non essendo ancora molto numerosi, costituiscono un fenomeno decisamente sintomatico. Attualmente in
Francia si assiste a fenomeni di conversione nei quartieri difficili. È ciò che chiamo una «conversione
di protesta»: conversione del giovane, francese di origine,
che vive nella miseria non solo materiale, o spesso non tanto materiale,
ma soprattutto morale, psicologica, senza alcuna prospettiva di
lavoro, di ascesa sociale, a volte spacciatore di droga, ladro
di macchine, immerso nel piccolo mondo dell'economia sotterranea,
del delinquenza, del parassitismo... Si converte per entrare in
un gruppo di militanti islamici locali, costituito dai suoi amici,
dai suoi compagni, dai ragazzi che abitano nella porta accanto, nello stesso
condominio, e si unisce a loro perché fanno qualcosa, perché lottano
contro il sistema. Oggi,
in Europa, l'estrema sinistra ha abbandonato le zone dell'esclusione
sociale. E’ un dato di fatto. Vi sono certamente
delle buone ragioni per rallegrarsi della scomparsa dell'estrema
sinistra violenta, radicale, ma essa aveva una funzione: inquadrare,
canalizzare una certa rivolta, anche in questo caso spesso su una
base generazionale. Tutto questo è scomparso. Un giovane
che a trent'anni, in Francia, sarebbe
entrato nella sinistra proletaria, nei maoisti o in Action directe, che in Italia sarebbe entrato a far parte delle
Brigate rosse, o che in Germania sarebbe entrato nella Rote Armee Fraktion, non ha più alcun movimento di estrema
sinistra in cui entare, e se vuole lottare contro il sistema, se
vuole passare alla violenza, ha un modello: è Bin Laden, sono le reti Islamiche locali, sue complici. Che cosa fanno? Fanno la stessa cosa che facevano i
radicali di estrema sinistra negli anni sessanta. Allora si andava alla ricerca del buon movimento di liberazione
nazionale. Si andava nella Bekaa, a imparare a maneggiare i kalashnikov con i palestinesi di
sinistra e si dirottavano gli aerei insieme a loro.
Oggi si va in Afghanistan a imparare a maeggiare il kalashnikov con
dei «binladenisti» o
si impara a dirottare gli aerei; nel frattempo la competenza è molto
migliorata. C'è quindi questa specie di ricerca di movimenti
di liberazione mitici, messianici, transnazionali, che hanno tutti
lo stesso nemico: l'imperialismo americano, considerato
la forma moderna della dominazione, del capitalismo. Le battaglie di Bin Laden s'integrano in definitive in una storia e una matrice
che sono molto più occidentali che strettamente
medio-orientali. Gli uomini di Bin Laden non sono in Egitto, non sono in Siria, non sono in Libano, non sono in Iraq. Sono andati a cercarli con
200.000 soldati e non
li hanno trovati. Non sono neppure in Algeria,
sono qui da noi. E questo perché sono un prodotto non della nostra storia
particolare, bensì della fusione di tutte le storie, un
prodotto della globalizzazione. |