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Padre Adriano Sella "Un altro mondo è possibile", ripete senza sosta il movimento antiliberista a Genova come a Porto Alegre, a Barcellona come a Monterrey. A questo "altro mondo" gli indigeni Tupi e Guarani hanno dato un nome di forte suggestione: quello di "Terra senza mali". E proprio per questa "Per una Terra senza mali" è lo slogan della Campagna di Fraternità, la tradizionale campagna di formazione e sensibilizzazione organizzata ad ogni Quaresima dalla Conferenza dei vescovi del Brasile, quest'anno centrata sui popoli indigeni. Quei popoli che - come scrive da Belém, nello stato brasiliano del Pará, il missionario Padre Adriano Sella - possono realmente aiutarci ad "umanizzare il nostro pianeta" e a "globalizzare la condivisione e la solidarietà". Di seguito il suo intervento.
La chiesa brasiliana celebra la sua 39a Campagna di Fraternità durante la quaresima del 2002. Quest'anno ha come tema Fraternità e i popoli indigeni e come slogan Per una Terra senza mali. E' molto importante che la quaresima brasiliana abbia fatta propria la Campagna di Fraternità, perchè questa riesce a dare un tocco differente alla quaresima tradizionale: non più solamente una conversione limitata all'individuo, cioè al livello personale, ma una conversione che possa cambiare la vita della gente nel suo tessuto socio-politico, economico, culturale e religioso. Per questo, un segno fondamentale di questa nuova conversione è la fraternità umana, e oggi necessariamente globalizzata, che si manifesta attraverso una società giusta e solidale, costruendo così un altro mondo che è possibile, necessario e urgente, secondo il Forum Sociale Mondiale. La Chiesa brasiliana vuole stabilire un rapporto, che diventa anche criterio di autenticità, direttamente proporzionale tra la quaresima e la fraternità: quanto più si riesce a creare solidarietà attraverso la giustizia, l'ugualgianza e il rispetto dei diritti umani in mezzo all'umanità, tanto più si riuscirà a vivere profondamente la quaresima, preparando la Pasqua di Gesù Cristo che è l'esplosione della vita nuova, la vittoria del bene sul male, la fine del supplizio degli esclusi impoveriti e massacrati dall'odio, dalla violenza, dall'ingiustizia sociale. La Campagna di Fraternità di quest'anno ha due grandi obiettivi: 1) riflettere sulla realtà indigena per promuovere solidarietà con I notsri fratelli indios, riscattando il debito che abbiamo nei confronti dei primi abitanti di questa America; 2) valorizzare la ricchezza culturale dei popoli indigeni che conduce ad una terra senza mali, per superare la nostra civilizzazione occidentale che sta generando una terra con molti mali. Rispetto al primo obiettivo, è impressionante constatare il grande debito storico che il mondo occidentale ha accumulato verso I popoli indigeni che abitano nel grande continente americano da 40 mila anni. Quando i Portoghesi sono arrivati in Brasile c'erano circa 6 milioni di indios e 900 popoli con culture e modi di vivere differenti. Oggi si stima che la popolazione indigena sia di 550.438 persone appartenenti a 225popoli, delle quali appena 358.310 vivono nei loro territori, mentre le altre nei cenrti urbani. Un altro dato che fa paura è il grado attuale di violenza contro gli indios. Tra il 1995 e il 1998 sono stati assassinati 46 indigeni, mentre le vittime di violenza, anche da parte del potere pubblico, raggiungono un totale di 10.358 persone. Il diritto a vivere tranquilli nella propria terra è ancora un sogno. Infatti, delle 771 terre indigene, ben il 68% non è stato ancora demarcato. Le gravi omissioni del governo brasiliano rispetto agli indios, riguardanti il campo della salute, dell'assistenza, della protezione, della punizione dei responsabili dei crimini commessi ai loro danni. Lo Statuto dei popoli indigeni, strumento molto importante per poter garantire e difendere i diritti delle popolazioni indigene, si trova ancora insabbiato fra le tante e false promesse o tra le omissioni e i rifiuti politici del Parlamento brasiliano. Non basta chiedere perdono per gli errori commessi, come molte volte la Chiesa fa, ma è necessario un impegno concreto e quotidiano nella difesa e protezione urgente dei loro diritti da parte della Chiesa. I leaders indigeni "hanno affermato con insistenza, negli ultimi anni, che non è sufficiente che la Chiesa chieda perdono per gli errori commessi, ma che è necessario invertire la rotta e riparare i danni attraverso l'appoggio concreto alle loro lotte", ha affermato Egon Heck, segretario del Consiglio Indigenista Missionario. La stessa cosa ha dichiarato il vescovo Franco Masserdotti, Presidente del CIMI : "Allora, noi abbiamo questa coscienza come Chiesa. Non basta chiedere perdono, è importante coinvolgersi nella lotta dei piccoli, nella lotta degli esclusi". In questo momento, due cose sono fondamentali affinchè gli indios possano avere una vita dignitosa e siano rispettati i loro diritti: esercitare pressioni sul Governo perchè demarchi le terre indigene e fare tutto ciò che è possibile perchè lo Statuto dei popoli indigeni venga approvato dal Parlamento. Il secondo obiettivo della Campagna di Fraternità è altrettanto importante e voglio sottolinearlo con forza, perchè la sua realizzazione, oltre a promuovere il bene degli indios, renderebbe migliore la nostra società occidentale. Si tratta di valorizzare la ricchezza culturale indigena che conduce veramente ad una terra senza mali. La "Terra senza mali" è il mito dei popoli Tupi e Guaranì che esprime l'aspetto teologico del superamento della sofferenza attraverso la conquista di una terra libera dal dolore, dalla morte e dallo sfruttamento: "Là le piante nascono da sole, la mandioca viene subito trasformata in farina e la preda arriva morta ai piedi dei cacciatori. Le persone in questo luogo non invecchiano e neppure muoiono e là non c'è sofferenza", afferma la leggenda indigena. La cultura occidentale, chiamata bianca dagli indios, è nettamente in crisi perchè ha generato una civiltà terribilmente escludente nei confronti dei popoli della terra e distruttrice della natura: il miliardo e mezzo di indigenti sul pianeta e il volto della madre terra insanguinato dalla violenza e dalla depredazione sono i frutti amari della civiltà bianca. E gli indios ci smascherano senza paura, denunciando la nostra ipocrisia: "Dicono che noi non siamo civiloizzati. Gli indios sono civilizzati, ma la loro non è la civilizzazione dei bianchi. (…) Oggi, quando arriviamo in città, noi vediamo molte persone che si dicono civilizzate maltrattare i propri simili, permettere che i bambini chiedano l'elemosina e patiscano difficoltà. Noi esprimiamo un pensiero differente, non insegniamo ai nostri figli a competere, insegniamo a condividere e a lottare. Noi non permettiamo che il nostro popolo soffra. Come potete accettare la presenza dei vostri bambini sulle strade? Come potete accettare l'esistenza di famiglie che non hanno niente da mangiare e cercano nei rifiuti? Noi questo non lo permettiamo. Noi viviamo la gioia della condivisione. Se una famiglia ha da mangiare e arrivano altri che non ne hanno, essa prepara il cibo per tutti. Pe questo, se la nostra terra fosse demarcata e nelle nostre mani, avremmo le condizioni per acquisire il nostro alimento e condividerlo fra noi. Noi non abbiamo prigioni nei nostri villaggi (…). Cerchiamo di educare i nostri figli ad accogliere i consigli dei più vecchi. La società bianca deve capire e rispettare la nostra maniera di vivere", ha dichiarato il leader indigena Nailton Muniz Pataxó Hã- Hã- Hã. Il mondo occidentale, se vuole sopravvivere, deve operare una revisione profonda e critica ed un cambiamento strutturale del suo sistema del suo sistema capitalista e del suo pensiero unico. Il mondo indigeno è ereditario di grandi valori e dimensioni culturali che sono essenziali per il futuro del pianeta. A partire dalla grande ricchezza culturale dei popoli indigeni, dobbiamo criticare fortemente l'economia capitalista neoliberale che costringe la gente a lavorare per poter accumulare sempre di più e privatizza i beni della terra, creando i pochi sempre più ricchi e i molti sempre più poveri. L'economia indigena pone invece il lavoro a servizio della vita del proprio popolo, condividendo tutto ciò che è comune affinchè possa beneficiare tutti e non solamente alcuni. Insomma, la cultura bianca considera il lucro come bene assoluto e mette tutto il resto al suo servizio. Mentre la cultura india colloca la vita del popolo come bene assoluto e ad essa tutto subordina. Tra i popoli indigeni si lavora per vivere bene, invece tra i popoli occidentali si vive solamente per lavorare. Da una parte si condivide tutto, dall'altra si privatizza escludendo molti. Il capitalismo neoliberista tratta la terra come un oggetto da sfruttare al massimo per ottenere il maggiore guadagno possibile. A causa di questa terribile concezione neoliberista, l'Amazzonia sta soffrendo un terribile processo di depredazione, l'effetto serra sta provocando mutazioni irreversibili sul pianeta, il processo di desertificazione sta aumentando, la contaminazione dell'aria sta causando molti mali…. Nella cultura indigena, invece, la terra è madre e non può essere violentata, sfruttata e depredata, perchè è uno spazio vitale, sacro, da cui vengono tratti tutti i beni della vita senza compromettere l'equilibrio ecologico. La terra è un grande bene comune e non può essere privatizzata. L'indio non dirà mai che la terra è "sua", ma riconoscerà sempre che la terra è "nostra". A causa del "mio", nel mondo occidentale dominano il latifondo e le privatizzazioni, mentre nel mondo indigeno non esiste la proprietà privata perchè tutto è comune. Da una parte si fanno i recinti per proteggere il privato, dall'altra si festeggia la danza della condivisione. La cultura bianca tratta la persona umana come uno strumento per ottenere lucro, potendo così sfruttarla e gettarla via quando non serve più, creando il gravissimo fenomeno dell'esclusione e dell'apartheid sociale. Mentre nella cultura india ogni persona è considerata importante come parte del popolo e come figlia della madre terra. Il vecchio viene valorizzato come deposito di esperienza e sapienza. Invece, nel mondo occidentale, l'anziano è visto come ostacolo all'edonismo familiare e viene strappato dal suo habitat e gettato negli ospizi. Il capitalismo neoliberista trasforma tutto in merce perchè l'individuo possa lucrare sempre di più. L'altro viene visto come pericoloso, come una minaccia da eliminare. Mentre nella cultura indigena eliminare l'altro è come far morire sè stessi, perchè siamo tutti uguali: "Il mio fratello bianco ed io - dichiara il canto indigeno della creazione - siamo uguali per molti versi. E' stato l'unico Creatore che ha fatto noi umani. Condividiamo gli stessi quattro venti. E noi tutti osserviamo lo stesso cielo, lo stesso sole, la stessa luna. Beviamo la stessa acqua. Corpo e spirito degli stessi oceani. Si, per più di un verso siamo uguali. Ma come il Creatore ci ha fatto uguali". Tanti altri valori e dimensioni della cultura indigena sfidano oggi la cultura occidentale che si è sempre dichiarata superiore. Allora, la Campagna della Fraternità, ci provoca, come bianchi, a fermarci un pò e ad ascoltare il canto dei popoli indigeni, per sognare insieme a loro, come abbiamo fatto anche al Forum Sociale Mondiale, una terra senza mali, ossia un altro mondo possibile. E allora lasciamoci condurre dai popoli indigeni per umanizzare il nostro pianeta, per globalizzare la condivisione e la solidarietà, per sradicare recinti e guerre, raggiungendo così la terra senza mali che è il sogno degli indios, ma è anche la Pasqua di Gesù Cristo.
Ref.: Adista (Notizie, documenti, rassegne, dossier sul mondo cattolico e realtà religiose), Anno XXXVI, 1 aprile 2002.
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