Joseph Zen Ze-kiun - Vescovo di Hong Kong -
"E io vi dico: per amore del mio popolo non tacerò"


Il ruolo del vescovo in una società complessa come quella cinese, le sfide dell'evangelizzazione e il compito dei missionari stranieri. E ancora i rapporti con Pechino e l'assistenza alla Chiesa cattolica nella morsa del regime…. Un uomo scomodo e coraggioso spiega la sua strategia pastorale. A partire dall'attenzione alla famiglia e alla difesa dei più deboli.

Da quando sono stato eletto vescovo coadiutore, nel 1996, ho cercato di collaborare in unità con il cardinale (il cardinal John Baptist Wu, vescovo di Hong Kong per 27 anni, è morto il 23 settembre scorso — ndr), e con Mons. John Tong (vescovo ausiliare di Hong Kong, eletto insieme a Mons. Joseph Zen nel 1996 — ndr). La cosa più bella è stata la meravigliosa armonia tra noi tre.

Dal punto di vista pastorale importantissima è stata l'esperienza del sinodo diocesano (2000-2001). Un grande lavoro di più di due anni, svolto in perfetta armonia e con risultati concreti, che adesso ci serviranno per dieci anni. Per me è facile ora fare il vescovo perché la direzione è chiara. Si può certamente affermare che questa è l'eredità lasciataci dal cardinale.

A partire dal sinodo, sono tre le mie principali priorità pastorali. Anzitutto il matrimonio e la famiglia, realtà minacciate da tanti pericoli, tra cui l'alto tasso di divorzio. Matrimonio e famiglia sono la radice di tutto. Una commissione diocesana coordinerà e potenzierà numerose attività a favore della famiglia.

La seconda priorità è la cura pastorale per gli adolescenti e i giovani. Dobbiamo seguirli sia nelle parrocchie, sia nelle scuole e negli ambienti di lavoro. A questo proposito vorrei accennare al problema vocazionale, che ritengo essere "il" problema della nostra diocesi. Hong Kong è una Chiesa molto attiva, però le vocazioni sono poche, e non so spiegarmi il perché. Certo la crisi vocazionale tocca anche altri Paesi, tuttavia in Asia ci sono luoghi dove le vocazioni fioriscono, come in Corea e in Vietnam. A causa della scarsità del clero abbiamo dovuto persino abbinare alcune parrocchie. Per fortuna i fedeli hanno capito e accettato di buon grado queste decisioni.

La terza priorità è la formazione nella fede. Essa parte con il catecumenato, e deve includere anche l'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa. Già dieci anni fa il cardinale aveva invitato le parrocchie a creare un gruppo d'impegno sociale, ambito che, oltre al volontariato, richiede di esercitare il servizio "profetico" di critica dei mali del sistema sociale.

La Commissione giustizia e pace fa già un lavoro meraviglioso. A questo si aggiunge un nuovo gruppo diocesano che coordinerà tutte le forze della diocesi per potenziare il servizio ai gruppi di impegno sociale nelle parrocchie.

Devo confessare che in questi dieci anni lo sviluppo dei gruppi di impegno sociale è stato troppo lento. Una delle cause è che alcuni preti non sono abbastanza sensibili a questo aspetto dell'impegno della Chiesa e temono che si finisca in politica. Ma il consenso all'interno della Chiesa aumenta: anche il sinodo diocesano ha sancito il nostro dovere d'intervenire criticamente in questioni sociali, di esprimere un ruolo profetico nella società, come la Chiesa invita a fare da molto tempo. Abbiamo un gran tesoro di insegnamenti sociali che illuminano la nuova situazione politica di Hong Kong.

In continuità con quanto sopra, io stesso, in diverse occasioni, ho espresso opinioni critiche verso il governo locale e centrale su importanti questioni riguardanti la Chiesa e la società. Ciò ha comprensibilmente suscitato timori e polemiche. Io credo che gli interventi fossero opportuni e necessari, in linea con la dottrina della Chiesa, secondo i desideri della Santa Sede, in perfetto accordo con il cardinal Wu e Mons. John Tong, e credo anche con il supporto della maggioranza dei fedeli.

Ora che sono il vescovo di questa grande famiglia, pur rimanendo fermo sui principi, dovrei e potrei moderare il tono e lo stile dei miei interventi, favorendo sempre il dialogo. Ma non ho promesso a nessuno che starò zitto. Su questioni importanti parlerò chiaro: é un mio dovere come vescovo.

Desideriamo che il clero locale e i fedeli abbiano più spirito missionario. Non basta curare la propria fede e la pastorale dei già battezzati. Le nostre comunità devono avere una più marcata

azione di evangelizzazione. Grazie a Dio, la coscienza che si deve essere missionari sta crescendo. Negli ultimi anni sono sorte varie iniziative: la diocesi, i decanati e le parrocchie organizzano pubbliche manifestazioni di primo annuncio. Circa duemila adulti vengono battezzati nella Chiesa di Hong Kong ogni anno, e il numero si mantiene abbastanza costante.

Il metodo più efficace credo sia ancora quello di invitare personalmente un familiare o un amico a conoscere la fede ed entrare nella Chiesa.

La Chiesa di Hong Kong dovrebbe essere più missionaria anche all'esterno. Ho sentito che la Santa Sede valuta la "salute" di una diocesi dallo spirito missionario che essa ha. Se un vescovo manda missionari all'estero, anche quando lui stesso è nella necessità, allora il Signore benedice quelle diocesi. A Hong Kong dovremmo fare di più su questa linea.

Contrariamente a quanto afferma la propaganda di regime, noi cristiani di Cina abbiamo visto come i missionari si siano dedicati alla loro missione in spirito di profonda umiltà. A Hong Kong tra gli anni Cinquanta e Sessanta si è visto molto bene quanto i missionari si siano prodigati per i profughi, e ogni altra forma di bisogno tra il popolo. Oggi, con un numero di vocazioni locali così piccolo, la diocesi non potrebbe andare avanti senza missionari. Fortunatamente, anche dopo la riunificazione con la Cina non ci sono state difficoltà per la continuazione della loro presenza. Anzi, la loro situazione è migliorata, perché dopo sette anni possono ottenere la residenza permanente, uno status che offre molte garanzie. Siamo molto felici di questo.

Certamente sia io che Mons. John siamo stati scelti come vescovi di Hong Kong perché abbiamo una specifica conoscenza della Cina. La Cina è infatti la grande realtà entro cui dobbiamo vedere anche Hong Kong. È stata una provvidenza del Signore che Hong Kong possa rimanere in un certo senso indipendente, mantenere la libertà religiosa, ed essere così in grado di aiutare la Chiesa in Cina.

Insegnare nei seminari di Cina dal 1989 al 1996 è stata forse la più grande soddisfazione e gioia della mia vita. È stato commovente trovare la fede ancora così robusta dopo tanti anni di persecuzione. È stata una grande gioia vedere che anche i preti e i seminaristi della Chiesa cosiddetta ufficiale, o qualche volta erroneamente chiamata patriottica, hanno conservato non solo la fede ma anche l'amore per il Santo Padre e il desiderio di riunirsi con la Chiesa universale. Siamo veramente rimasti la stessa famiglia.

Una volta nominato vescovo ho dovuto necessariamente rinunciare all'insegnamento. Così la possibilità di aiutare la Chiesa di Cina è diminuita per me. Inoltre le autorità cinesi hanno cominciato a non gradire più le mie visite in Cina. Ma anche senza poterci andare di persona, ci sono altre persone che possono incontrare i seminaristi, preti e vescovi che ho conosciuto. Le mie prese di posizione, per esempio quella sulla canonizzazione dei martiri di Cina, hanno avuto un grande effetto nell'entroterra: molti miei studenti, ora preti, sono stati incoraggiati a prendere una posizione precisa e forte a fronte dell'ondata di persecuzione del governo. Io penso che noi possiamo, da una parte incoraggiare quelli che già stanno operando a favore della Cina, e dall'altra forse possiamo anche aiutare ad illuminare un po' la Santa Sede circa la reale situazione della Chiesa in Cina.

Anche se non è un nostro compito diretto, tuttavia credo che possiamo umilmente dare il nostro consiglio circa il dialogo possibile con la Cina. Ho sentito che il Santo Padre ha detto che occorre portare avanti il dialogo con pazienza e fermezza. Sono d'accordo, occorrono entrambi: la Santa Sede non dimentichi soprattutto la fermezza.

La cosa più preziosa che stiamo facendo per la Cina è ancora quella di mandare professori nei seminari ad insegnare. Questo determina un influsso profondo che porta frutti duraturi. E' difficile pensare che possiamo fare qualcosa di più di quello che già si fa.

Non è facile trovare nuovi spazi per noi nella Cina d'oggi. Se diventiamo troppo interventisti, rischiamo una reazione contraria e altre chiusure. Bisogna avere pazienza, fare quello che si può, utilizzare tutte le occasioni che ci si presentano, e ce ne sono ancora, e infine aspettare i tempi del Signore, preparandoci per un futuro più libero.

Ref.: Mondo e Missione, n. 9, anno 131, novembre 2002, pp. 52-53.