Missione come Dipendenza da Dioe Solidarietà con gli Emarginati

S.E. Mons. Samuele Sangalli

«Fede vera è accorgersi che la luce del Verbo di Dio è così piena di fantasia che va al di là dei confini posti da noi. Questo vuol dire credere. […] Se ci credessimo, dovremmo camminare per le strade, entrare nelle case, nei luoghi i più diversi, nelle situazioni le più diverse, nelle religioni le più diverse dicendoci che non c’è niente, non c’è nessuno fatto senza di Lui – Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste (Gv 1,3)» 1.

Quando ho letto il titolo della conferenza che mi avete assegnato, mi è tornata alla mente questa frase di un sacerdote poeta proveniente dalla mia stessa Diocesi di origine, Milano, fortemente stimato dal Cardinale Carlo Maria Martini.

Nel suo libro, Don Angelo Casati – questo è il nome – sostiene che il primo sconfinamento, ovvero la prima sovrabbondanza, la prima uscita dai confini, è quella di Dio che, essendo Creatore di tutte le cose, è in qualche modo a loro presente proprio attraverso il Suo Verbo.

L’abbiamo appena ricordato, lo scorso anno, commemorando l’anniversario del Concilio di Nicea (325 d.C.). In un mondo che, alla fine del III secolo, era sotto l’influenza delle correnti neoplatoniche, sviluppatesi soprattutto ad Alessandria d’Egitto, che in quel tempo dominava la scena economica e culturale dell’Impero, i Padri Conciliari, riaffermando la fede genuina e primitiva della Chiesa, attraverso la consustanzialità di Cristo al Padre e, contestualmente, la sua piena assunzione della natura umana, hanno evitato di trasformare il cristianesimo in una semplice filosofia, ribadendo la buona notizia che proprio Dio, nel Figlio, ha raggiunto ciascuno di noi e si è fatto solidale ad ogni situazione umana, perché ognuno, attraverso la partecipazione alla vita e ai misteri della Chiesa, possa diventare partecipe della natura divina 2.

Parlare dunque di missione, come ci ha ricordato ancora una volta Papa Francesco con la metafora della Chiesa in uscita (Evangelii Gaudium, nn. 20-25), significa anzitutto, prima ancora che della Chiesa, parlare di Dio che esce da sé stesso, crea e poi redime tutte le cose.

Gli scritti neotestamentari ci ricordano che questa redenzione è avvenuta nella totale umiltà e spogliazione di Gesù Cristo, che si è fatto povero e servo fino alla morte (Fil 2, 5- 11).

La Chiesa è dunque invitata, come ci ricorda il testo di Filippesi menzionato, ad “assumere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5) e dunque a servire l’umanità, tutte le periferie esistenziali, come ha fatto il suo Signore.

Questa forma diaconale della Chiesa è anche lo stimolo che ci viene dal recente cammino sinodale sulla sinodalità.

La Chiesa tutta ministeriale non è altro che la Chiesa tutta intera, riempita e unificata dall’azione dello Spirito e tutta posta in stato di servizio. Chiesa serva del Regno di Dio nella storia dell’umanità, Chiesa serva perché - come ci ricorda il Concilio Vaticano II – sia segno e strumento della comunione con Dio e dell’unità delle persone e dei popoli nell’amore.

Qui sta anche la scoperta e la valorizzazione del ministero diaconale, sulla cui identità ed estensione giustamente molto si sta discutendo, come ci ricorda una nota teologa italiana:

«I diaconi, così come sono descritti in LG 29, in AG 16 e nei documenti magisteriali post-conciliari, sono a servizio della Chiesa intera, tutta impegnata nella sequela del Cristo servo, cioè del Signore che si è fatto ultimo, schiavo, che non ha voluto essere servito ma si è posto a servizio dell’umanità. Con il loro agire liturgico e pastorale, in annuncio della fede apostolica, nella diaconia ai più piccoli, poveri, indifesi, i diaconi sollecitano la Chiesa intera a incontrare Cristo nel povero e a riconoscere i segni del Crocifisso Risorto nei crocifissi di questo tempo»3 .

Sappiamo che questa chiamata a farci vicini ai più poveri è stata anche l’ultima consegna dottrinale di Papa Francesco, pubblicata come prima Esortazione Apostolica del suo successore, Papa Leone XIV, quella “Dilexi te” sull’amore verso i poveri, che andrebbe meditata in profondità.

Infatti, come già si chiarisce nel primo capitolo, parlando di poveri: «Non siamo nell’orizzonte della beneficienza, ma della rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri egli ha ancora qualcosa da dirci» (n. 5).

Da un lato, infatti:

«L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio (1 Gv 4, 12.16). Sono due amori distinti ma non separabili. Anche nei casi in cui il rapporto con Dio non è esplicito, il Signore stesso ci insegna che ogni atto d’amore verso il prossimo è in qualche modo un riflesso della carità divina […] affinché diventiamo tutti a immagine del Cristo e della sua misericordia verso i più deboli» (nn. 26-27).

Contestualmente, la stessa Esortazione Apostolica ci ricorda che:

«Dobbiamo accorgerci che sono proprio i poveri ad evangelizzarci. […] Nel silenzio della loro condizione essi ci pongono di fronte alla nostra debolezza. […] Ci fanno riflettere sull’inconsistenza di quell’orgoglio aggressivo con cui spesso affrontiamo le difficoltà della vita. In sostanza, essi rivelano la nostra precarietà e la vacuità di una vita apparentemente protetta e sicura. […] Per noi cristiani, la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede» (nn. 109-110).

Ciò detto, sono rimasto bene impressionato guardando il vostro programma che, nelle prossime giornate, dopo essersi soffermato sulla spiritualità francescana, da un lato vi chiamerà in meditazione sui capitoli 2 e 3 dell’Enciclica “Dilexit nos”, dall’altro vi porrà in ascolto di fratelli e sorelle che raggiungono situazioni estreme come la pastorale dei carcerati, dei bambini di strada, dei migranti e delle prostitute.

A questo punto vi aspetterete, da uno dei Superiori del Dicastero per l’Evangelizzazione, di ascoltare quelle che, proprio nell’annuncio del Vangelo e nell’ascolto del vangelo dei poveri, sono oggi le priorità più impellenti presso le Chiese dei territori di prima evangelizzazione e che rappresentano un vero cambio d’epoca.
Permettetemi allora di condividere con voi alcune urgenze che ci vengono da queste Chiese:

1. Il bisogno di formazione

Dopo la grande ondata missionaria dei due ultimi secoli e l’implantatio Ecclesiae in Africa, Asia, Oceania e nei territori Amazzonici dell’America Latina, oggi queste Chiese, soprattutto nel Continente Africano ma non solo, sono vitali, qualificate anche da tante vocazioni al ministero sacerdotale e alla vita religiosa, ma è una grave forma di povertà il livello dei centri formativi.

Gli istituti missionari come voi dovrebbero seriamente interrogarsi su come, nel rispetto delle sensibilità locali, coadiuvare le giovani Chiese in questo importantissimo ambito formativo che, come sapete, ormai non tocca più soltanto gli anni di preparazione agli ordini o ai voti, ma si configura come necessità di una formazione permanente.

2. La gestione dei beni della Chiesa.

Anche su questo argomento, trattasi di un cambio epocale.

Ancora fino a cinquant’anni fa, nella mia infanzia, ho chiara memoria di come raccoglievamo fondi per i tanti missionari del mio paese che operavano tra i poveri, nelle terre lontane.

Oggi, da un lato, la scristianizzazione delle nostre società occidentali, fortemente secolarizzate, ha comportato una rilevante flessione delle offerte per i tanti bisogni di questi fratelli e sorelle lontani.

Dall’altro, come già accennato, sono ormai rimasti ben pochi vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose occidentali nei Paesi di prima evangelizzazione.

Va purtroppo ammesso come il passaggio della gestione della Chiesa al personale religioso locale spesso non sia accompagnato da una progressiva introduzione ad una gestione delle risorse per le opere apostoliche, senza dipendere pesantemente da donatori esteri.

È vero: molti Paesi sono poveri e hanno bisogno di essere decisamente sostenuti ma, come ci hanno insegnato varie esperienze, tra cui la scuola del microcredito moderno di Muhammad Yunus – tanto per citare un esempio – è possibile avviare piccoli sistemi di autosostentamento che anzitutto responsabilizzano le Chiese locali nella gestione fruttuosa dei loro beni e le rendono così veramente autonome e soggetti di cooperazione con le Chiese di occidente, alle quali possono già oggi offrire molti aiuti da organizzare razionalmente (pensiamo soltanto alla migrazione di personale!). Le Chiese di più antica evangelizzazione, infatti, necessitano della vitalità di queste comunità, perlopiù formate da giovani.

Come Dicastero stiamo organizzando, con l’aiuto di alcune Fondazioni e degli Istituti Religiosi che promuovono l’Inter-Congregational Ongoing Formation Programme (I.C.O.F.), dei seminari itineranti di formazione per economi e consigli per gli affari economici delle diocesi dei Paesi di prima evangelizzazione, in stretto dialogo con le Conferenze Episcopali locali.

Siamo agli inizi, è un piccolo seme, che però intende avviare un vero cambio di paradigma.

3. Supporto in contesti di conflitto e guerra.

Infine, pur consapevole di tralasciare altri capitoli che andrebbero pure affrontati, ma come sapete non si può trattare tutto, permettete che concluda con un altro argomento missionario che mi sta particolarmente a cuore, perché volto a raggiungere le persone implicate nei luoghi di conflitto e guerra.

Si tratta del nostro sostegno, sempre ad I.C.O.F., per i programmi sulla “resilienza”, destinati a sacerdoti diocesani, missionari, religiose e agenti pastorali che si trovano in zone di insicurezza e di violenza e che spesso devono curare pesanti traumi, a motivo di ciò che hanno vissuto e visto

Attesa la situazione, purtroppo sempre più diffusa, di quella che profeticamente Papa Francesco chiamò “terza guerra mondiale a pezzi”, il sostegno che il Dicastero intende dare a questi operatori pastorali rappresenta, a mio modesto parere, un modo per raggiungere i più feriti, i più poveri, i più abbandonati, i nostri fratelli e sorelle più ai margini e nella sofferenza, senza volgere il nostro sguardo dall’altra parte.

In conclusione, e lasciando poi spazio al dialogo e alle vostre domande, permettetemi di chiudere questa mia relazione, quasi in obbedienza all’insegnamento di Papa Francesco, che invitava, in Fratelli tutti, ad ascoltare e dialogare con ogni persona, credo e cultura, citando le parole poetiche di una giornalista italiana, corrispondente da molti Paesi in guerra:

«La parola è un confine:

o custodisce o cancella.

Ogni parola che diamo al mondo

si scrive nella carne di qualcuno.

E il corpo non dimentica ciò che la lingua

finge di non vedere. […] Guardatemi ancora:

io sono il bambino che non avete salvato.

Io sono la spina nella vostra rosa.

Io sono la sete che asciuga le parole.

Io sono la domanda che non tace.

E non pregate per me. Pregate per voi.

Perché il giorno in cui non proverete

più vergogna

sarà il giorno in cui mi avrete ucciso davvero» 4.

Che il Signore ci doni di essere sempre missionarie e missionari della sua pace! Grazie per il vostro ascolto.